L'assessore Ricca chiede la testa di Lagioia. Ma non sa neanche chi gestisce il Salone

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 26/08/2019


Sarà l’adrenalina accumulata per aver agguantato uno scranno nella nuova giunta di Palazzo Lasciaris, saranno le mattane estive, fatto sta che l’assessore Fabrizio Ricca – già e tuttora martello di Appendino tra i banchi dell’opposizione comunale – sul Corriere di domenica ha ben pensato di tornare a scagliarsi contro Nicola Lagioia (non ha di che occuparsi?) per la vicenda dell’esclusione dell’editore Altaforte dall’ultima edizione del Salone del Libro. Chiedendone, in buona sostanza, la testa. Come peraltro largamente annunciato mesi fa, alle idi della reconquista leghista della Regione. Lo scrittore barese non sarebbe degno di ricoprire il ruolo di direttore editoriale della kermesse a causa del suo ostracismo verso la cultura di destra, che a detta del consigliere-assessore è parimenti degna rispetto a quella di sinistra di trovare nel Salone un adeguato palcoscenico.

L’uscita, ai più razionali membri della sua stessa maggioranza non deve essere andata giù, tanto da indurre lo stesso Ricca a ritrattare due giorni dopo, biascicando e suggerendo un fraintendimento delle sue parole. Che, tuttavia, restano impresse su carta. E, facendo noi parte delle risicate schiere di coloro che alle parole e all’uso proprio delle stesse danno ancora un peso (saremo galantuomini d’altri tempi, saremo poco al passo con quelli attuali, ma tant’è), non tolleriamo che cariche pubbliche si concedano il lusso di uscite poco opportune, infruttuose e condite da una buona dose d’ignoranza. Specie perché consapevoli che se la parola sbagliata al momento sbagliato, magari urlata a mezzo social, è in grado di scatenare crisi tra i governi, è altrettanto in grado di determinare l’allontanamento di un direttore editoriale.

Passiamo a spiegare. Come scrivevamo in occasione dell’elezione, Cirio è un uomo delle Langhe. E, come tutti i langhetti, è uomo che bada al sodo. Non ci viene difficile ipotizzare una bella strigliata del governatore al suo portaparola con velleità da burattinaio, delegato alla sicurezza della Regione. Lagioia, in tre anni alla guida di SalTo, ha macinato numeri record. Sponsorizzazioni, incassi, visite, biglietti staccati, percentuale d’occupazione degli alberghi, giro d’affari editoriale della fiera stimato a sei milioni di euro e valutato in ascesa, per non parlare delle ricadute economiche per bar, ristoranti, attività commerciali (e chissà, magari anche per qualche museo, se i visitatori del Salone scelgono di farsi un giro in centro). Tutti parametri di valutazione in crescita nell’ultimo triennio.

Il Salone è sopravvissuto tra le paludose e malsane acque della politica prima dell’arrivo di Lagioia, e sopravviverà nel momento in cui Lagioia lascerà la direzione. Cosa che avverrà con tutta probabilità nel 2021, a scadenza naturale del contratto. Ma perché interrompere a metà un ciclo vincente sotto ogni aspetto?

Ci permettiamo, inoltre, da profondi conoscitori ed estimatori di quell’epigono e quintessenza della cultura di destra liberale – alla quale Ricca non appartiene, palesemente arroccato su posizioni nazionaliste – che fu Indro Montanelli, che più d’una volta ha rappresentato un faro per i nostri scritti, di rimarcare a usufrutto dell’assessore la differenza tra destra e fascismo. Parlare di esponenti della cultura di destra per indicare un coacervo di violenti e criminali neofascisti (sì, perché il proprietario della discussa Altaforte non è in grado di vantare una fedina penale pulita), provenienti dai bassifondi culturali del Paese, rappresenta un insulto per tutti coloro che nei valori della buona vecchia destra italiana si riconoscono, autore compreso. Quella di Einaudi, Cavour, Scelba e Malagodi. Alla quale gli altafortini non appartengono, e probabilmente (un po’ di ipocrisia: vi concediamo il beneficio del dubbio) nemmeno voi.

La dose d’ignoranza che ha condito le parole di Ricca, aldilà delle elucubrazioni sulla storia della destra del Belpaese, la subodoriamo dalla scarsa conoscenza che l’assessore ha dimostrato verso le prassi amministrative del Salone. Il quale è un evento organizzato dal Circolo dei Lettori, braccio della Regione. Ma la cui proprietà è in mano a una onorevole cordata privata (i vecchi creditori della stessa fiera) che all’asta dello scorso dicembre ne hanno acquistato nome e beni connessi. I tempi in cui la politica poteva concedersi d’imporre perentoriamente nomi e cariche sono, grazie al cielo, finiti. E chiunque sarebbe disposto a scommettere che i privati hanno tutto l’interesse che il finanziariamente proficuo ciclo targato Lagioia non s’interrompa.

La Regione porta la tavola, ma ad apparecchiarla ci pensano i privati. Ma se per banchettare della tavola si fa anche a meno, delle portate non si può dire altrettanto. Eppure la vicenda del Salone dell’Automobile (dalla Lega regionale tanto sbandierata) pur qualcosa doveva insegnarcela. Ma noi siamo torinesi: non è che non arriviamo a capire le cose, è che ci arriviamo con la nostra dose di puntuale ritardo.

Nutriamo altresì riserve sulla natura delle cause che hanno indotto l’assessore ad occuparsi di una vicenda estranea alle deleghe di cui è depositario: un assessore alla cultura lo abbiamo, peraltro appartenente alla sua stessa formazione, che nel frattempo si è affrettata a precisare che sono in agenda i consueti incontri per discutere con la dirigenza del Salone i progetti futuri per la kermesse. Specificatamente senza Ricca. Che invitiamo dunque a occuparsi delle materie sulle quali può avere voce in capitolo. La smania di schiamazzo ce la risparmi.

L’assessore, in altri tempi fustigatore di Appendino così come l’attuale Sindaco lo fu con Fassino, raccogliendone per certi aspetti il testimone, si è sempre presentato agli occhi dell’elettorato quasi come naturale oppositore delle politiche di decrescita della giunta comunale. Ma noi non siamo genericamente “l’elettorato”: e non abbiamo indugi nel sentenziare che qualora l’obiettivo del leghista fosse affossare l’ultima buona manifestazione torinese con progettualità a lungo termine, rivelerà d’esser fatto della stessa pasta dei dirimpettai di Palazzo Civico.