Il destino amaro delle mostre torinesi: cronache da una città che non valorizza se stessa

di ILARIA CERINO
pubblicato il 14/08/2019


Due esposizioni temporanee, due sedi differenti e un comun denominatore: una campagna di pubblicizzazione presso il grande pubblico che lascia parecchio a desiderare. Le mostre sono quelle dedicate alle rinascimentali maioliche (presso Palazzo Madama) e al collezionista piemontese Riccardo Gualino(Palazzo Chiablese).

Due allestimenti che avrebbero potuto rappresentare i cavalli di battaglia dell’estate culturale torinese, ma il cui inserimento nel sistema massmediatico non ha comportato altro che non un repentino passaggio presso l’uditorio di massa.

Una scarsa sponsorizzazione, certo, dettata dalle quotidiane difficoltà di bilancio che gli enti museali torinesi e nazionali sono chiamati ad affrontare, ma anche da un poco spregiudicato impiego dei mezzi social, ormai premesse fondanti a una capillare diffusione delle proposte e dell’offerta culturale.

“I mondi di Riccardo Gualino” è una mostra che vanta il nobile pregio di omaggiare la straordinaria – ma dimenticata – figura dell’imprenditore biellese, che nella Torino novecentesca ha rappresentato una delle più importanti personalità. Una mostra con il sapore della denuncia: non una via, piazza o giardino o altro luogo pubblico di cui Gualino sia stato dedicatario nel capoluogo sabaudo.

I Musei Reali hanno finalmente rimesso al centro di una mostra la figura dell’imprenditore-collezionista dopo quella del 1982. Ma, per ripescare dall’oblio della damnatio memoriae (alla quale fu costretto già in vita, con l’esilio ad opera del fascismo datato 1931) un profilo storico di immenso valore per la Torino che fu, è necessario altresì diffonderne la figura supportando l’esposizione con un’adeguata campagna stampa. Specie considerato l’attuale panorama culturale locale, nel quale nessuna esposizione si è rivelata capace di monopolizzare le attenzioni del pubblico.

La mostra dedicata all’arte rinascimentale delle maioliche, dall’altro lato di Piazza Castello, è molto più che un allestimento temporaneo. È un superbo concentrato di capolavori – circa 200 – della più prolifica stagione artistica italiana, sagace lascito e commiato di Guido Curto dalla direzione di Palazzo Madama prima del trasferimento al consorzio Regge Sabaude (leggasi Venaria Reale & Co.).

Venuta a pesare sulle casse del museo per soli 130.000 euro, si tratta di una mostra che ne vale molti di più: è, nel suo piccolo, un vero e proprio blockbuster, nel senso che raduna realmente le più alte forme espressive della forma d’arte che ambisce a narrare. Che poi le cifre di pubblico non saranno paragonabili a quelle di assi pigliatutto come Monet o Picasso è discorso a parte. Ma, se il numero di biglietti staccati dovesse attestarsi sotto le aspettative più ottimiste (cifre ufficiali ad oggi non sono state diffuse), pur si dovranno ricercare le cause. Che non sono difficili da identificare, anche in questo caso, in una inspiegabile deficitarietà pubblicitaria.

Perché non si può proporre al pubblico uno degli epigoni dell’arte italiana per poi lasciarne il destino a se stesso. Certo non è degno di un’istituzione come Palazzo Madama. Ma di sicuro lo è di una Città incapace di farsi bella agli occhi del mondo anche quando dispone di vetrine eccellenti.