La cancellata della discordia: l'ultimo equivoco del Teatro Regio

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 07/08/2019


Più di un anno fa William Graziosi, allora neo-sovrintendente del Regio, dichiarò di voler far evolvere l’ente lirico torinese in un modello di teatro-azienda. Noi assumemmo una linea editoriale votata all’opposizione, contestandone la vision a lungo termine sin da subito. Ci schierammo dunque contro il modello e la progettualità di teatro proposta, valutando nel merito punti di forza e debolezza.

Quando nell’immediato periodo successivo alla conferenza di presentazione di Schwarz come nuovo sovrintendente, avvenuta il primo agosto, i media locali hanno occupato le pagine culturali con le dichiarazioni del nuovo sovrintendente orientate a rimuovere la cancellata d’ingresso del teatro, dobbiamo dire di non essere rimasti entusiasti.

Sia ben chiaro, doveroso parlarne: si tratta di un’opera d’arte (firmata nel ’94 da uno dei maestri della scultura del novecento europeo, Umberto Mastroianni) e come tale va approcciata e considerata. I motivi di delusione sono stati, essenzialmente, tre: in primo luogo certe politiche editoriali che hanno portato ad attribuire un grado d’importanza fuori scala a dichiarazioni – storpiate – di Schwarz. L’equivoco nasce da un’affermazione rilasciata dal tedesco: “Non voglio un teatro chiuso come una galera”. E nessun riferimento alla volontà di rimuoverla. Ma tanto è bastato per accendere gli animi di poco scrupolosi cronisti, che in nome di un forsennato clickbait hanno scelto di rimodulare le dichiarazioni del sovrintendente. Con tutto il seguito di poco lucide analisi di torinesi feriti nell’orgoglio riversate nei commenti social.

È stata necessaria una intervista a Repubblica per far chiarire al successore di Graziosi la sua posizione: “Vorrei ricordare che non ho mai parlato di togliere la cancellata. Non l’ho mai neppure pensato. Ho anche già detto, e lo ripeto, che è un’opera d’arte che mi piace”. Schwarz ritiene la zona d’ingresso del Teatro Regio “l’angolo morto” di Piazza Castello. “Io voglio un bar, uno shop dove chi passa possa entrare a comprarsi un gadget, una biglietteria moderna. La cancellata dovrebbe restare aperta durante il giorno. Quando le attività chiudono, anche il cancello può chiudersi per evitare gli episodi che si erano verificati, skaters, graffiti, disordine”. Posizioni che ricalcano quelle già espresse da Valentino Castellani, che della cancellata della discordia fu padre ideologico quando, negli anni novanta, ne attribuì un ruolo cautelativo rispetto ai vandalismi che allora colpivano l’ingresso del teatro.

In secondo luogo, siamo rimasti delusi dalla scarsità di narrazioni relative al nuovo corso del Teatro Regio: i progetti di riforma di Schwarz per il Teatro, l’indirizzo stilistico che il nuovo antesignano di Piazza Castello intraprenderà, se la Fondazione sarà o meno capace di riallacciarsi a un quid internazionale che a Torino da tempo non vediamo da tempo non hanno rappresentato, per molti, materiale interessante al quale destinare risorse e visibilità, in luogo di una più accattivante narrazione dei destini di una cancellata. Pur rappresentando i binari per comprendere come si orienterà il Regio dopo la polarizzante esperienza Graziosi.

Infine, perché l’osannata esigenza di rinnovo dell’ente lirico cittadino non passa per un’azione dal valore puramente simbolico come una cancellata aperta in luogo di una chiusa, bensì da azioni che vadano a scompaginare la struttura filo-politica della Fondazione e la ripartizione – a tinte partitiche – delle cariche interne. Ma di questo avremo modo di parlare a tempo debito.