Ma non ci sa fare: Appendino, il Salone dell'auto e le prugne mature

di MICHELE BARBERO
pubblicato il 13/07/2019


Di tutta la polemica sorta negli ultimi giorni intorno all’annunciato abbandono del Valentino da parte del Salone dell’auto in favore di Milano s’è colto poco, a dispetto della mole di critiche, atti d’accusa e difese più o meno solide di cui la cittadinanza è stata resa partecipe ma delle quali è stata anche origine.

In primo luogo, è necessario scremare ciò che è realmente degno di essere tenuto a mente in tutta questa vicenda. Anzitutto, il primo e più influente fallimento di questa giunta: che non è stato un provvedimento piuttosto che un altro, o la gestione di uno specifico dossier piuttosto che un altro, quanto invece la vision a lungo termine alla quale ha improntato i piani di sviluppo urbano e comunitario. Della città always on the move, capace di coniugare sapientemente cultura underground e grandi eventi, restano le ombre.

Poi, mi pare doveroso discriminare gli effettivi ruoli in tutta la vicenda assunti da primo cittadino e maggioranza consiliare. Con larga parte delle critiche addossate al primo che sarebbero dovute essere indirizzate ai secondi. Perché per quanto un Sindaco possa tenere a guinzaglio corto la propria maggioranza – e non è questo il caso – un maniacale e puntiglioso controllo su qualsivoglia attività e dichiarazione dei consiglieri è francamente impossibile.

Infine, va imputata ad Appendino la da tempo manifesta incapacità di conduzione del gioco politico, prima ancora che della macchina amministrativa. Perché se da un lato, come scritto, una politica inquisitoria verso la propria maggioranza non può rivelarsi sempre efficiente e funzionale, dall’altro è chiaro come i ruoli di Sindaco e consiglieri nel giuoco politico siano palesemente sbilanciati in favori di questi ultimi. Che troppo spesso sono riusciti a imporre scelte di parte e fautorate da componenti minoritarie dell’elettorato spettanti in ultima analisi alla sola Appendino. Quello del Salone dell’auto è cronologicamente l’ultimo caso, ma non certo l’unico. Se una imparziale e irreprensibile figura super partes fosse chiamata a una valutazione dell’operato del Sindaco in questi tre anni, potrebbe rilasciarle un attestato di onestà e correttezza. Ma la politica la condanna. Non come corrotta o corruttrice. Ma semplicemente perché, come politico, non ci sa fare.

Vanno poi valutate le critiche sopraggiunte da ampi settori dell’elettorato. Critiche che appaiono assai labili, pur nella loro crudezza e, talvolta, violenza verbale. Secondo un recente sondaggio il 18% dei torinesi approva l’operato del Sindaco, a fronte di un 82% che esprime un giudizio negativo. Nell’estate di tre anni fa si vide il M5S conquistare un onorevolissimo 31% al primo turno delle amministrative, per poi entrare trionfante a Palazzo Lascaris due settimane dopo con il 53% dei voti incamerati al ballottaggio. Oggi, a sentire i sondaggi (le cui proiezioni paiono confermate dai risultati – scarsi – ottenuti dal M5S a Torino all’ultima tornata di europee e regionali), della componente di città inferocita contro il suo Sindaco farebbe parte, a rigor di matematica, una fetta di elettorato che, tra il primo e il secondo turno delle comunali 2016, aveva votato per la “Chiara alternativa”, con i voti della destra a determinare la sconfitta di Fassino.

Dissidenti della prima ora esclusi, una larga fetta di attuali critici delle manovre della giunta corrisponde a coloro che ne hanno in un primo istante favorito l’ascesa: perché quindi incaponirsi violentemente contro il prodotto della propria scelta elettorale? Il Movimento 5 Stelle si presentò a Torino come in altre piazze con un programma assai chiaro: le posizioni di quella che oggi è definita “area ortodossa” del Movimento erano condivise plebiscitariamente tre anni fa. Chiaramente elencate nel programma elettorale quanto altrettanto chiaramente declamate per strade e piazze. E se il Movimento si rivelò capace di vincere la macchina da guerra del centrosinistra sabaudo non fu perché i voti caddero dagli alberi come prugne mature. Ma perché furono conquistati uno per uno. Perché una fetta di torinesi ne condividette programmi e ideali. Oggi, parte di quella stessa fetta si dimostra intollerante a quei programmi: perché allora tutto questo livore? In alternativa, il M5S vinse poiché in tanti votarono sull’onda dell’ubriacatura nazionale, incapaci di dar peso a proposte e progetti per la Città delle liste locali candidate. Il che farebbe di loro elettori ignoranti, meritevoli del Sindaco che si ritrovano.