Per chi suona la campana

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 01/07/2019


Dalle infervorate e propugnabili requisitorie contro la gestione del mondo culturale torinese da parte della giunta Fassino, fino all’incagliamento nei dossier che coinvolgono Salone del Libro, Teatro Regio e Museo del Cinema. L’ascesa e il declino, a tre anni esatti dall’elezione, della – breve – parabola di Chiara Appendino hanno un comun denominatore: la cultura.

Il mai sufficientemente compianto Montanelli narrò di aver conosciuto due Berlusconi: l’uno era il personaggio simpatico, cazzaro e che ricoprì dignitosamente il ruolo di buon editore; l’altro era il mascherone sconciato, aggressivo, violento che inquinava quotidianamente la scena politica italiana, rovinato dall’astuto servilismo di certi scherani della corte di Arcore. Prima di rendersi conto che di Berlusconi ce n’era sempre stato soltanto uno.

Ebbene, anche noi abbiamo conosciuto due Appendino: ferrea, risoluta e sferzante la prima, nel ruolo di leader in pectore dell’opposizione anti-fassiniana; manovrabile, incaponita e nevrotica la seconda, assediata da certe buffonesche figure di corte che hanno malsanamente condizionato l’indirizzo delle politiche culturali in questi primi tre anni di amministrazione pentastellata. Quanto alla duplicità del personaggio, esprimersi risulterebbe ancora precoce: non sappiamo se quella d’opposizione fu la vera Appendino, o un carattere già astutamente creato e manovrato dagli stessi o da altri pretoriani (o dovremmo forse chiamarli pitbull?) del Movimento sabaudo.

Quello di cui tuttavia siamo più che certi è che parecchie battaglie condotte in Sala Rossa le condividemmo appieno (e come poteva essere altrimenti?). Quella per il travagliato bando che condusse Marco Biscione a dirigere il MAO, per esempio, e che si rivelò una vera e propria Waterloo per le politiche culturali dell’allora Sindaco. Fu posta sotto accusa, oltre che la nomenclatura al potere (Fassino, l’assessore Braccialarghe, la presidente della Fondazione Musei Asproni), l’intera procedura di nomina, che incurante delle graduatorie stabilite dalla commissione esaminatrice, trasformava l’intera faccenda in una farsa.

Che cosa sia cambiato in meno di un anno non è dato saperlo: nel giugno 2016 Appendino varca trionfante Palazzo di Città, e tra le prime scelte di peso in materia culturale si registrano due bandi andati a vuoto. Prima è il turno di Nicola Lagioia, nominato direttore del Salone del Libro dopo che la giunta aveva vagliato l’ipotesi del bando pubblico; segue l’assai più spinoso caso del Museo del Cinema, dove il bando c’è, ma l’esito non piace ai nuovi signorotti di palazzo. I quali pensano bene di non accettare Alessandro Bianchi, giudicato vicino al centrosinistra, alla direzione del museo, che da allora aspetta un direttore (con gran sperpero di denaro pubblico).

Fu poi il turno, nel 2017, della nomina dei nuovi direttori del Torino Jazz Festival senza bando pubblico (casualmente poi individuati in Giorgio Li Calzi, collaboratore di vecchia data dell’assessore supplente alla cultura Massimo Giovara, e Diego Borotti), e della selezione – stavolta con bando – della nuova direttrice di TorinoDanza, Anna Cremonini. Che si rivelò, sempre assai casualmente, cugina dell’assessore alla cultura Leon, la quale si premurò di segnalare la marginale fortuita circostanza non prima delle anticipazioni giornalistiche.

Potremmo dilungarci raccontando di un buon numero di altri casi di mala politica (per chi gode di memoria corta: messa alla porta di Minerba, direttore di Lovers; la cacciata con rimpiazzo al ribasso della direttrice della GAM, l’internazionalmente quotata Carolyn Bakargiev, con un meno blasonato Riccardo Passoni, già vicedirettore; le spasmodiche nomine ai vertici delle istituzioni culturali di colleghi di partito trombati alle elezioni, come Roberto Guenno o Marco Ricagno), di finanziamenti ad artisticamente fallimentari progetti del calibro di Torino Estate Reale o il nuovo corso di Luci d’Artista, o di incomprensibili impasse amministrativi tra maratone e feste dei cuochi. Ma non lo faremo, perché si tratta di ferite che fanno più danno ai torinesi che non a chi le provoca.

Ma, infine, non possiamo nascondere le numerose inquietudini per il futuro del Teatro Regio, fuor di dubbio il fascicolo più spinoso balzato in questi anni agli onori (e, vista la complessità, anche gli oneri) della cronaca. Non sappiamo se Appendino limiti i suoi interventi in ogni occasione a monologhi compilati a tavolino, mandati a memoria, provati e riprovati davanti allo specchio da sembrare spontanei e improvvisati. Quel che è certo è che, nel corso della funambolesca conferenza di presentazione della nuova stagione dell’ente lirico, sono state sufficienti poche interpellanze per determinare un’indecorosa – e politicamente suicida – uscita dai ranghi del Sindaco. La quale, di fronte a un pubblico figlio di una qual certa scrematura intellettuale, ha ben pensato di fomentare toni infuocati, salvo poi lamentarsene quando gli si sono ritorti contro.

Come l’episodio riportato insegna, quando il Sindaco non tace (evitando di rispondere alle interpellanze dei musicisti del Regio, per esempio), balbetta. Quando balbetta, lo fa solo per contraddirsi. Quando non tace né balbetta, schiamazza istericamente. Ed è anche questa una nefasta conseguenza della precipitosità con cui Appendino sta provvedendo ad autoliquidarsi. Con la stessa voracità con la quale ha cannibalizzato l’Appendino d’opposizione. Quella di tempi migliori. Per lei e pure per noi.

No, ingenuo chi crede che il problema di Appendino sia questo piuttosto che quell’altro caso politico. Il suo principale grattacapo è diventata se stessa e la parodia della se stessa che fu, sorda alle istanze della buona amministrazione. È forse troppo presa a ricordare i fasti del tempo che fu, quando le campane ne celebrarono il matrimonio con i torinesi. Ma delle quali oggi non udiamo altro che rintocchi mortuari.