In lode del Festival delle Colline, tra linguaggi politici e spirito di connessione

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 27/06/2019


Quello delle Colline Torinesi è uno dei festival che, tra Torino e la provincia, preferisco. Lo preferisco ad altre seppur notevoli concentrate esperienze artistiche per la sua capacità di guardare alle creazioni del contemporaneo con una verve mai retorica e allo stesso tempo mai banale. Lo preferisco per la capacità di trattare la materia dell’arte contemporanea con una trasversalità di linguaggi espressivi che, nell’epoca in cui troppo spesso si ragiona di arte e cultura per compartimenti stagni (privando l’offerta culturale di quel linguaggio di contaminazioni e ingerenze che invece ne costituisce l’ossatura, fomentandone così una conseguente esiguità qualitativa), non è affatto diffusa o scontata. E lo preferisco perché consci che fare cultura implica – per fisiologica necessità – il fare politica, gli organizzatori non fanno nulla per celarlo, spalancando anzi una finestra da una prospettiva poco battuta sul mondo e sui grandi temi che caratterizzano il nostro tempo e la nostra storia (il tema triennale, al secondo anno, è “Fluctus, declinazioni del viaggio": viaggio che significa migrazioni, ma anche ricognizioni nel passato, nella storia, nella memoria e proiezioni nel futuro).

E, per dar credito allo spirito di connessione che contraddistingue la rassegna, è sufficiente gettare uno sguardo alle realtà coinvolte nell’appena conclusa ventiquattresima edizione del Festival delle Colline Torinesi: dalle Lavanderie a Vapore di Collegno a realtà torinesi quali la Fondazione Merz, il Palazzo degli Istituti Anatomici, il Polo del '900, la Casa Teatro Ragazzi, il Cinema Massimo (a Michelangelo Antonioni, e al suo film Deserto rosso, è dedicato un importante segmento progettuale del Festival), il Teatro Gobetti, il Teatro Astra e il Cubo Teatro.

Sempre in ossequio allo spirito di connessione, ho apprezzato anche quest’anno la capacità di coniugare prime assolute e rielaborazioni della tradizione teatrale e letteraria ormai entrata di diritto nel repertorio genericamente definito “classico” (la pièce Macondo, liberamente ispirato a Cent'anni di solitudine di Marquez, oppure Tito, Rovine d'Europa, tratto dal Tito Andronico di Shakespeare ma soprattutto dal commento che ne fa Heiner Müller, un viaggio documentato da immagini nelle rovine d'Europa, a Berlino, Dresda, Varsavia, Buchelnwald, Teufelsberg).

Allo spegnimento delle ventiquattro candeline il Festival delle Colline si conferma tra i più ricercati e avanguardistici del panorama culturale locale, e pur non registrando numeri pari a quelli di eventi e manifestazioni forse più blasonate, rappresenta ancora una felice oasi di buona cultura nel marasma di sterilità che accompagnano politiche e – purtroppo – tante iniziative “culturali” del Belpaese.