Narrazioni di uomini sull'orlo di una crisi di nervi

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 17/06/2019


Per parlare artisticamente della bontà della prossima stagione lirica del Teatro Regio vi sarà tempo. Purtroppo. E scrivo questa prima, concisa, considerazione, con profonda amarezza. Perché, ancora una volta, si è chiamati e vincolati a parlar del Regio non per meriti artistici, ma per questioni squisitamente burocratico-amministrative. Ma quanto accaduto oggi all’interno del foyer del teatro, in occasione della presentazione della nuova stagione, non lascia alternative.

Il clima, teso dal principio, si è irrigidito nel momento in cui Graziosi ha preso la parola. Cantandosi immancabilmente le lodi con le consuete dichiarazioni di circostanza che ha avuto modo di propinare al pubblico torinese da un anno a questa parte: e quant’è bello il Regio, e come siamo stati bravi, e quanto sostegno da parte del Comune (vuoi non ringraziare un Sindaco trincerata in tua difesa?), e quanto siamo stati oculati (in riferimento alla prevista tournée dell’Orchestra a Lubiana: ma esattamente quando la capitale slovena è divenuta un polo internazionale della musica lirico-sinfonica? L’ironia abbonda, ma tant’è). E bollando le narrazioni giornalistiche degli ultimi eventi come tendenziose.

È giunto poi un momento in cui parte della sala ha tradotto le proprie riserve nei riguardi del buon William e del suo discorso (rigorosamente letto) in contenuta ilarità, nell’attimo in cui il profluvio di auto-incensate si è tramutato in un investimento regale vero e proprio. Il cui significato è stato chiarissimo: noi (la nuova gestione) siamo il crocevia della storia, tutti coloro che ci hanno preceduto hanno sbagliato ogni mossa ma ora va tutto bene. Amen.

L’impressione che tanto Graziosi quanto Appendino si siano presentati ben decisi a sferrare una controffensiva su tutta la linea rispetto alle critiche piovute nelle ultime settimane. Dell’esito di questo contrattacco parleremo a tempo debito.

Il punto di svolta arriva quando Graziosi cede la parola all’ormai ex direttore artistico Galoppini: e la sala esplode in un boato di acclamazione-per-adorazione trainato dagli orchestrali e dai dipendenti del Regio accorsi in sala. Applausi scroscianti che saranno ripetuti, al termine dell’intervento di Galoppini. E che altro sapore non hanno avuto se non quello di un sonorissimo schiaffo a Graziosi, alla sua gestione e alla sua combriccola, rifilato per vie traverse.

Ciò detto, appare chiaro dal principio come il Galoppini narratore della nuova stagione raggiunga da subito picchi d’estasi – che nemmeno Santa Teresa – nel decantare le lodi artistiche della sua creatura, avendo scelto tutti e diciassette i titoli in cartellone personalmente: “occasioni che accadono una volta nella vita”, ricorda alla sala. Galoppini è uomo dai tratti sabaudi: non è con l’ausilio di discorsi infervorati e fisicità dirompente che trasmette la passione per questo cartellone nuovo e innovativo (perché innovativo è, sia ben chiaro, e non soltanto per il record di allestimenti). Per lui parlano – o cantano – gli occhi.

Seguitano gli interventi conclusivi di Chiara Appendino (altra occasione per incensare il capo alla solita nomenclatura politica) e Francesca Leon. Che, in buona sostanza, ribadiscono quanto detto a proposito di Regio negli ultimi mesi. Nulla di nuovo sotto il sole. Ma, se l’assessore opta per una linea comunicativa composta e poco incisiva (l’interludio leoniano passa in sordina), il primo cittadino ringhia nel confermare le posizioni espresse da Graziosi.

Nel teatro normale di una città normale farebbero seguito, a questo punto, le domande. Di natura artistica, nove volte su dieci. Ma siamo a Torino e qui l’opera è davvero il più grande spettacolo del mondo, ma mai per questioni artistiche. Così Paola Giunti, capo ufficio stampa del Regio, fa prendere le mosse a quella che è stata la scena madre del lungo happening di Piazza Castello: comunica che eventuali domande troveranno risposta in separata sede. E il clima, già malsano, collassa.

Dopo un primo momento di generale attonimento, artisti d’orchestra, abbonati e dipendenti balzano fuori dai ranghi e sferrano il loro, di contrattacco. A ragion veduta: non è mai accaduto, nella storia dell’ente lirico torinese, che il pubblico non potesse essere partecipe del question time. Mezza sala o forse più strepita contro Sindaco, sovrintendente, e una direttiva dal sapore stalinista (in barba alla decantata “trasparenza”); con l’altra metà si gode lo spettacolo di fischi, “buu” e “vergogna” vari.

A catalizzare l’insoddisfazione del pubblico è il piemontesissimo cronista Orlando, che con savoir faire tutto subalpino riesce a calmierare una sala sull’orlo di una crisi di nervi, ponendo cinque interpellanze ai relatori presenti. Prima domanda per quale astruso motivo si negano domande nel momento in cui ce n’è di più e di più bisogno. E giù applausi. Poi ricorda lo status di diasavanzo strutturale della voragine finanziaria del Regio, contestando le dichiarazioni di Graziosi relative all’incremento di incassi e riduzione di spesa. E giù applausi. Poi accusa di tracotanza chi si pone in atteggiamento messianico, ritenendosi la scelta obbligata per salvare la regia istituzione in crisi, non come gli scialacquatori di finanze pubbliche che c’erano prima. E giù applausi. Poi ripesca un argomento da noi ampiamente trattato lo scorso anno (l’assenza di un direttore musicale stabile): e domanda se, con il declassamento di Galoppini, le ambizioni di Graziosi troveranno espressione anche nelle funzioni di direttore artistico. E giù ancora più applausi. Infine rammenta la doppia natura, non solo folkloristica, del giubilio del pubblico, consigliando alla dirigenza di non sottovalutarlo. Con l’applausometro che, ora, fa registrare livelli secondi soltanto alle dichiarazioni di Galoppini.

È a questo punto che Appendino si autocondanna alla gogna mediatica, commettendo un errore impensabile per una figura politica. Dopo essersi assunta (per l’ennesima volta) la responsabilità di quanto accaduto al Regio, il Sindaco sostiene, in un poco solenne eloquio, “di aver sempre dato risposte puntuali agli interlocutori all’interno del Teatro Regio”. Ottenendo una doppia reazione da parte della sala: un boato di rivolta da parte dei dipendenti mescolato a risa canzonatorie da parte del pubblico. Affermando, nel giro dei dieci secondi successivi, di avere in programma dopo il Consiglio di indirizzo un meeting con le maestranze. Quando? “Il 20 o il 21 giugno, ora non ricordo bene”. Non andrebbero nutriti dubbi nel merito della dimenticanza di Appendino: l’agenda può esser piena e non è detto che sia in dovere di ricordare data e ora di qualsivoglia appuntamento. Le segreterie servono pur a qualcosa. Vanno nutriti, piuttosto, in merito alla pessima immagine veicolata dalla dichiarazione. Che ha sortito l’effetto di mostrare il volto di una Appendino disinteressata alle interpellanze di chi al Regio ci lavora. Tutto questo all’interno di un gladiatorio discorso tirato tutto d’un fiato, condito da una buona dose d'arroganza e risentimento (guarda un po' te questi cattivoni e irriconoscenti dipendenti, osano addirittura manifestare dissenso) che tradisce una palese scarsità argomentativa. Che l’infervorata platea, puntualmente, fa notare: “ma non è la risposta alle domande fatte”.

È poi il turno degli stessi dipendenti, che per mano del primo oboe dell’orchestra rendono la sala partecipe delle istanze di 112 di loro. La lettera aperta, stavolta non più anonima, rinfocola le accuse a Graziosi di tenere atteggiamenti intimidatori nei confronti delle maestranze e improduttivi per l’esito qualitativo della macchina teatrale, palesemente spaccata e con le fazioni in scarsa sintonia l’una con l’altra. Ottenendo, in tutta risposta, un’autocratica ribattuta di Graziosi: siete solo 112, 34 sotto la maggioranza, ma pretendete di rappresentare tutto il teatro; io, che piaccia o meno, andrò avanti per altri cinque anni. Questo il succo della piccata risposta.

A tener testa a un apparentemente ritrovato fronte Sindaco-sovrintendente ci pensa uno tra i più datati abbonati che, a nome di larga parte degli altri aficionados, sentenzia: “se Graziosi resta e Galoppini va via noi non rinnoviamo l’abbonamento”. Ipotesi peraltro ribadita dallo stesso Galoppini, che poco dopo conferma quanto circolato nelle ultime settimane. O lui o Graziosi. Da buon sabaudo, senza svolazzi sintattici e con disarmante pacatezza. Con Graziosi due poltrone a fianco.

Si giunge infine, in diminuendo, alle ultime battute della tragicomica accademia da teatro dell'assurdo, più che da teatro lirico. E, nel generale dileguarsi stizzito, imprecante o divertito del pubblico accorso, svariati membri dell’orchestra si fermano a dialogare con noi, esilarate voci fuori campo di una vicenda abbondantemente addentrata nei meandri del grottesco. Rispondendo alle precedenti affermazioni di Graziosi: vero che non rappresentano l’intera macchina teatrale, ma si tratta pur sempre di 112 firmatari, ai quali – sostengono – se ne sarebbero aggiunti altri qualora il clima fosse stato più consono a esprimere dissenso. Alla conta definitiva ve ne sarebbero molti altri dalla loro. E, in ogni caso, se è vero che 112 lavoratori non rappresentano un’istituzione, non lo rappresentano tantomeno i 39 sostenitori di Graziosi. Chiedo a cosa facciano riferimento quando parlano generalmente di atteggiamenti intimidatori. Mi viene raccontato che alcuni di loro hanno ricevuto minacce scritte appese sulle porte dei camerini, alle quali (e ad altro ancora) hanno fatto seguito due esposti in procura. E di come, con tali premesse, non sia possibile richiedere a un organismo incapace ormai di suonare all’unisono di raggiungere proficui esiti produttivi.

Per concludere, mi preme condividere una considerazione. Dovuta, oserei dire. La platea ha cambiato marcia. Ha invertito la rotta. Non so se la dirigenza del Regio e l’amministrazione si aspettassero una platea assente. Una platea che si lamenta, certo, ma che alla prova dei fatti resta taciturno e non impensierisce più di tanto. Il comune cittadino, se ne interpretiamo correttamente il pensiero e gli umori, si è trovato assai più in linea con Galoppini, orchestrali e dipendenti che non con le posizioni oggetto dei fischi più calcati. Dimostrando sonoramente l’astio e la nausea verso una politica spettacolo sempre più arroccata a difesa di indifendibili posizioni. Che prima provoca noia, poi nausea, poi astio. Ma abbiamo l’impressione che la stagnante e putrefatta politica di Palazzo non se ne renda conto, incapace di dare il giusto peso a un atteggiamento che non è solo folklore.