6 giugno 1453: Anno Domini Corpus Domini

di MASSIMILIANO FISSORE
pubblicato il 06/06/2019


Passeggiando tra le strette e caratteristiche viuzze selciate del centro storico torinese nei pressi di via Garibaldi, a pochi passi dal capolavoro guariniano della Real Chiesa di San Lorenzo, non ci si può non imbattere in un altro pregevole frutto del barocco piemontese, opera del celebre “architetto soldato” Ascanio Vittozzi: la Basilica del Corpus Domini che, candida e delicata, si adagia su una piccola piazzetta fungente da sagrato, testimone di uno degli eventi più straordinari a cui la sabauda capitale abbia mai assistito.                                                      

Anno Domini 1453, un anno particolarmente nefasto per la cristianità che vede l’Occidente dilaniato dall’infinita guerra dei Cent’Anni e ad oriente crollare il caposaldo delle chiese protestanti, baluardo e argine delle invasioni musulmane, la città dai mille nomi: Bisanzio. In un contesto di conflitti anche per il territorio sabaudo, in continua lotta territoriale con i francesi per il controllo dei labili confini della Val di Susa, la piccola cittadina di Exilles divenne teatro di scontri e saccheggi. Fra la soldataglia che si diede alla deturpazione e al furto in paese vi era anche un malintenzionato, dal nome sconosciuto, che ebbe l’ardire di entrare nella piccola chiesetta di San Pietro Apostolo e derubarla dei sacri oggetti custoditi al suo interno, fra cui l’ostensorio in cui era presente l’Eucarestia consacrata.

L’intento del soldato era quello di fuggire il prima possibile dal territorio di scontri facendo cassa con quanto appena trafugato, così, assieme ad un compagno d’armi e di sventure caricarono un mulo della refurtiva, con tutta l’intenzione, secondo quanto narrato dal Cibrario nel suo “Storia di Torino” del 1846, di recarsi in Lombardia per lucrare una bella somma dalla ricettazione di oggetti sacri, probabilmente ben consci della pena di morte gravante su chiunque osasse commettere un crimine del genere, ma comunque allettati dal danaro molto più che dall’aver salva la pelle.

I due malfattori attraversarono così il Ducato di Savoia, giungendo dapprima a Rivoli per poi addentrarsi nella cittadina torinese entrando da occidente, attraverso la Porta Segusina (oggi scomparsa in quanto demolita il secolo successivo ma ubicabile grazie alle antiche mappe cittadine nei pressi dell’incrocio fra corso Siccardi/via della Consolata e via Garibaldi). Era il 6 giugno, solennità del Corpus Domini, otto giorni dopo la tragica caduta dell’Impero Romano d’Oriente, quando passando di fronte all’allora chiesa gotica di San Silvestro, oggi chiesa del Santo Spirito, il mulo si inchiodò non volendo più saperne di muoversi da lì, nonostante gli sforzi e le invettive contro la povera bestia dei due ladri che tutto avrebbero voluto fuorché attirare l’attenzione di qualcuno. La loro necessità di procedere oltre e in fretta era tale da averli indotti a picchiare duramente la bestia da soma, al punto probabilmente da lacerare i legacci delle bisacce celanti la refurtiva che cascò rovinosamente a terra dinnanzi ai torinesi testimoni dell’evento, rivelandone il contenuto. Tutto cadde fuorché l’ostensorio contenente l’Eucarestia, la quale sotto agli occhi increduli della popolazione e dei ladri stessi, rimase sospesa nel vuoto e levandosi lentamente a mezz’aria verso il cielo, s’illuminò come un piccolo sole rischiarante la zona.

Non passò molto tempo che il vescovo della città, Luigi dei marchesi di Romagnano, allertato più che in fretta dell’accaduto, si recasse immediatamente in processione assieme ai canonici della cattedrale per assistere e comprendere il miracoloso evento. Giunto sul posto e osservando la sacra ostia che si stagliava a mezz’aria, protese le braccia levando in alto un calice eucaristico dorato nel quale, fra lo stupore e la devozione popolare, il Corpo di Cristo si pose.

Sfortunatamente i due malintenzionati approfittarono del trambusto che un evento del genere aveva provocato per fuggire senza lasciar tracce, ma laddove il miracolo avvenne, ove il mulo fermò la sua corsa al furto, un’iscrizione marmorea commemora ancor oggi così l’evento:

 

Qui cadde il giumento che trasportava

Il corpo divino

Qui la sacra ostia scioltasi dai lacci

Si librò nell’aria

Qui nelle mani supplichevoli dei torinesi

Discese clemente

Qui dunque il luogo sacro al prodigio

Memore supplice chino

Venera e temi

Il 6 di giugno dell’anno del Signore 1453

 

Su quel santo luogo venne edificato dapprima un pilone commemorativo, a cui nel 1523 si addusse una chiesa di fattura protoclassica disegnata dal Sanmicheli (celebre per i suoi capolavori saluzzesi), per poi arrivare all’attuale basilica del Vittozzi, pegno di un voto fatto dalla città in occasione della peste, arricchita infine ulteriormente dal Benedetto Alfieri in occasione dei 3 secoli dalla manifestazione miracolosa.

Se tuttavia al suo interno si può ammirare il luogo esatto in cui il mulo non collaborò oltre nel furto eucaristico, altrettanto non si può dire delle sante reliquie dell’ostia, rimasta intonsa per quarant’anni di fila ma successivamente consumata per volere della Santa Sede al fine di “non obbligare Dio a fare un continuo miracolo conservandola intatta”, o del calice che l’accolse, andato probabilmente perduto dopo la seconda guerra mondiale.

Sono passati ben 566 anni da quando in quell’illustre mercoledì 6 giugno 1453 quella che allora era una piccola cittadina che contava fra le quattro e le cinquemila anime assistette ad un miracolo che ancor oggi stupisce per storia, prodigio e profondità; capace di proiettare l’uomo nel più profondo dell’animo e della devozione, ma soprattutto capace di portarci a conoscere, per far a nostra volta conoscere, le perle di eventi, luoghi e racconti che rendono Torino un faro di cultura e identità per un’Italia che talvolta sembra smarrire, o voler smarrire, le proprie radici, la propria essenza e i propri valori.