E' la cultura il primo banco di prova per Cirio

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 28/05/2019


Aldilà delle dichiarazioni del neogovernatore, rilasciate nel pomeriggio postelettorale di lunedì, che vedrebbero la nuova giunta impegnata in primo luogo nella schedatura dei fondi europei, il primo banco di prova per Cirio sarà proprio la costituzione della giunta. Che passa obbligatoriamente per i quattro nomi “candidati” alla cadrega della cultura.

La corsa vede impegnati da un lato profili che con il comparto turistico-culturale hanno ben poco a che spartire, tali Alessandro Meluzzi e il sempreverde Roberto Rosso, e dall’altro figure che masticano cultura e politiche culturali quotidianamente, e che porterebbero in dote forme di esperienza “tecnica” alla nuova giunta.

Si tratta di Luca Beatricee Marco Turetta: eclettico, esuberante, stravangante quanto basta (giudicato di destra dagli ambienti di sinistra e troppo vicino alla sinistra dai corrispettivi leghisti) e di provate simpatie berlusconiane il primo; austero e severo il secondo, più distante dalle stanze della politica partitica. Di incarichi al servizio dell’amministrazione Turetta ne ha rivestiti parecchi: prima direttore generale dei Beni culturali della Lombardia, dal 2010 al 2015 ha ricoperto il medesimo ruolo sotto la Mole, per poi passare alla guida della Reggia di Venaria. Fino a che, nel 2019, con lo scoppio della guerra intestina al Consorzio Regge Sabaude con la collega Paola Zini, si trasferisce a Roma ai piani alti del Mibac su richiesta del ministro Bonisoli.

Due figure tecniche di attestate qualità e competenze di settore, che dal panorama culturale torinese provengono e del quale conoscono vizi e virtù. Indubbiamente differenti nel carattere, nello stile, nell’approccio alle public relations (aspetto totalizzante della vita politica regionale: i quattrini a fondazioni bancarie ed enti privati li si deve pur chiedere, o la cultura sarebbe bell’e che morta all’ombra delle Alpi).

Perché allora non convergere subitamente sul nome di Beatrice, se fosse così in grado – e lo è – di catturare le simpatie di dirigenti e finanziatori? Non v’è dubbio, infatti, che paragonando i due potenziali assessori in fatto di simpatia umana, presenza ed eloquio, Turetta ne ispiri molto meno di Beatrice. Anzi, diciamo la verità per intera: non ne ispira una punta. Ma forse è proprio ciò di cui la cultura torinese ha bisogno: di un assessore di faccia arcigna e carattere diffidente ai limiti dell’antipatico, poco incline a benevolenze, condiscendenze e formalismi vari in salsa sabauda.

La chiamata di Turetta o Beatrice – entrambi uomini colti e adatti al ruolo, preme ricordarlo – è forse assimilabile più a una speranza che a una realtà futuribile. Tra loro e l’assessorato si staglia il muro delle contropartite politiche. Le forze ad aver determinato la vittoria della coalizione di centrodestra in Piemonte sono essenzialmente tre: e due di queste (Forza Italia ha espresso il candidato governatore, stando alle percentuali di voto raccolte dagli azzurri trattasi di bottino assai più che soddisfacente) pretendono voracemente il giusto tornaconto poltronistico.

La scelta ultima del nome dipenderà dunque non tanto dall’effettiva bontà dei curriculum, quanto dalla ripartizione degli assessorati. Così, se Fratelli d’Italia dovesse ottenere quello alla cultura, tramontata da qualche settimana l’ipotesi Meluzzi, è assai probabile che destinerebbe il seggio al decennale candidato in quel di Torino Roberto Rosso, eletto nelle periferie che due anni tre anni fa determinarono il trionfo di Appendino. Lo stesso Roberto Rosso che, a inizio maggio, non ebbe idea migliore se non auspicare a mezzo Facebook la rottamazione dell’attuale dirigenza di Fondazione CRT. Quella che, in tandem con la Compagnia di San Paolo, porta avanti larghissima parte dei progetti culturali in città. Precedenti non esaltanti per sostenere il battesimo amministrativo del fratello d’Italia.

È probabile, invece, che qualora fosse la Lega a esprimere il successore di Antonella Parigi, ci si orienti sul nome di Turetta. Proprio in virtù del carattere beneficamente aspro dell’uomo. Il profilo politicamente più adatto alle esigenze leghiste per dar seguito concreto a quell’atteggiamento di intransigenza verso il Comune di Torino da più parti invocato. Turetta alla cultura regionale significherebbe, sostanzialmente, la rottura di tutti gli equilibri istituzionali tra Regione e Comune costruiti nel corso degli ultimi tre anni.

La selezione del futuro assessore è un fatto assai più complesso per Cirio di quanto non appaia. È chiaro come il neogovernatore si trovi di fronte a un bivio: da un lato le esigenze del mondo partitico, con la spartizione dei ruoli chiave dell’amministrazione frutto del bottino elettorale, da un lato le esigenze di quelle forze economiche silenziose che sono musei, fondazioni, gallerie, orchestre. Reali fondamenta del rilancio turistico invocato da Cirio. Si tratta solo, per il nuovo inquilino di Palazzo Lascaris, di compiere la scelta di campo giusta, dando seguito a quelle che sono state, fino a ieri, promesse elettorali. Ma che ora divengono la prima, importante, cartina di tornasole dell’operato della giunta.