Nicola Lagioia alla presentazione della trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro, 2017

La politica vuole rientrare al Salone dalla finestra? No grazie, ne abbiamo abbastanza

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 15/05/2019


Abbiamo assistito impotenti a un travaglio di tre anni per le vicende del Salone del Libro. Prima la scoperta del buco nero finanziario e dei debiti verso i fornitori, poi il rischio concreto dello “scippo” milanese, a cui ha fatto seguito la fiera sdoppiata del 2017 (SalTo a Torino e Tempo di Libri, forte della presenza dell’AIE, nel capoluogo lombardo), e infine la liquidazione dell’ormai ex Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura con la vendita del marchio a fine 2018.

La cultura ha Torino ha vissuto uno dei periodi più nebulosi della propria storia in età repubblicana, e questo grazie alla politica, grazie a giunte comunali e regionali (rispettivamente di centrosinistra e di centrodestra) che per tutto si sono rese celebri fuorché per il perseguimento degli interessi del Salone. Incapaci di esercitare forme di controllo delle spese salonistiche, finanziando ciecamente senza curarsi della salute delle finanze della kermesse e senza assicurarsi che i fornitori – i quali, grazie al cielo, ora sono i proprietari del marchio – vedessero ricompensato il proprio lavoro.

Se la manifestazione libraria torinese è salva lo si deve a un progetto di rilancio inaugurato tre anni or sono grazie a un dialogo costruttivo tra editori, Comune, Regione e Circolo dei Lettori. I quali, proprio nel momento più difficile (qualcuno necessita di reminescenze riguardo l’abbandono dei grandi editori in favore di Milano?) hanno saputo riformulare la proposta editoriale di SalTo garantendone il rilancio nel panorama nazionale. E riuscendo nell’impresa (da molti giudicata velleitaria, a suo tempo), di mantenere l’evento sul suolo piemontese.

Se tali risultati sono stati raggiunti lo si deve al grado di indipendenza riconosciuto da una politica ormai alle strette al comitato editoriale del Salone, trainato da Nicola Lagioia affiancato, sino al 2018, da Massimo Bray. Una nomenclatura che, forte della provenienza dallo stesso mondo che erano chiamati a trattare, quello culturale (provenienti da vie diverse, certo: Lagioia è uno scrittore, e Bray ha un curriculum tutto interno al settore cultura in senso più lato, sia locale che nazionale), ha saputo far registrare numeri record nelle ultime due edizioni del Salone: 148.034 i visitatori unici nel 2019, in aumento rispetto al 2018, a cui si aggiungono i 27.000 che hanno preso parte al Salone Off, la festa dei libri nei quartieri e nel territorio che quest’anno ha offerto più di 530 appuntamenti in 270 luoghi diversi. Certificando con una crescita sul piano dell’affluenza di pubblico quella che è stata a tutti gli effetti una crescita dell’offerta in termini qualitativi.

Non sono mancate le occasioni in cui un certo mondo politico ha disperatamente tentato di infiltrarsi nuovamente nell’organizzazione della fiera, certo. Se noi torinesi dobbiamo nutrire gratitudine per qualcuno, dobbiamo orientarci a coloro che hanno impedito che certi virus potessero rinfocolare: Lagioia in primis.

Ragion per cui le affermazioni di Fabrizio Ricca, che farebbero presagire un futuro non troppo roseo per l’attuale direttore, appaiono del tutto fuori luogo. Se ci siamo salvati non lo dobbiamo certo alla politica. La quale, cacciata dalla porta, tenta ora di rientrare al Salone dalla finestra. Se costui ambisce a rappresentare la politica del futuro, no grazie e avanti il prossimo. La Torino culturale ha bisogno di Lagioia, non di certi elementi politici di dubbia provenienza intellettuale.