SalTo 2019: perché Appendino e Chiamparino si sono mossi intelligentemente

di VINCENZO LO IACONO
pubblicato il 07/05/2019


La notizia, così come riportata dall’ansa, è la seguente: “Un esposto alla Procura della Repubblica, affinché i magistrati possano valutare se sussistano i presupposti per il reato di apologia di fascismo. E' quello che Regione Piemonte e Città di Torino hanno deciso di presentare alla luce delle dichiarazioni sul fascismo rilasciate da Francesco Polacchi, della casa editrice Altaforte. Nelle sue dichiarazioni, le due istituzioni intravvedono "una possibile violazione delle leggi dello Stato" e considerano la sua attività "estranea allo spirito del Salone del libro".

"Anche la forma più radicale dell'intolleranza va contrastata con le armi della democrazia e dello stato di diritto", sostengono Città di Torino e Regione Piemonte, che nell'esposto contro Altaforte invitano i magistrati anche a valutare se sussista la violazione della legge Mancino 305 del 1993. L'articolo 4 di questa legge, in particolare, prevede che venga punito chi "(...) pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche".”

La mossa del Sindaco Appendino e del Presidente Chiamparino è intelligente: se da un lato evade la polemica relativa alla presenza dell’editore fascista al Salone del Libro e quella, ancora più dibattuta, della giustezza morale della presenza di Altaforte, dall’altro pone in essere le condizioni affinché si sposti la questione dal terreno dell’etica a quello della legittimità. Un campo, quello giuridico, dai contorni assai più definiti: qualora la procura dovesse stabilire una forma di violazione della citata legge Mancino (ma anche della legge Scelba del 1962) non solo sarebbe troppo tardi per l’editore per un ricorso – il quale vedrebbe dunque minata la possibilità di partecipare alla kermesse – ma si costituirebbe un precedente di portata sufficiente a evitare una riproposizione delle stesse condizioni in futuro.

Appendino e Chiamparino hanno fatto, in sostanza, ciò che gli intellettuali avrebbero dovuto sostenere immediatamente: rosicchiare i margini di legalità entro i quali si è mosso Polacchi (proprietario di Altaforte) per far terra bruciata attorno all’imprenditore. Ed evitare che potesse godere di una tale – spropositata – pubblicità indiretta. Se sul terreno della moralità, peraltro, l'editore avrebbe potuto appellarsi (com'è stato fatto) alla tutela democratica della libertà d'espressione, così si trova costretto a fare i conti con la sola via giudiziaria, meno interpretabile.

Se, ad oggi, le buone intuizioni dobbiamo aspettarcele dalla politica, significa che è giunta l’ora che la classe intellettuale apra una seria riflessione interna sulla propria immagine e sul proprio ruolo sociale. Perché chiaramente, in questa occasione, ha fallito.