Quel piede in due scarpe del Salone del Libro

di ILARIA CERINO
pubblicato il 05/05/2019


Non so esattamente quale sia il problema del Salone. Se non è finanziario, è politico; se non è politico, è culturale; se non è culturale, è amministrativo. E anche per il 2019 si conferma il leitmotiv di un SalTo che, per una ragione o per l’altra, non conosce pace.

Le polemiche, a meno di una settimana dallo start della kermesse, arrivano dal collettivo bolognese di scrittori Wu Ming, che annullano la presentazione del testo “J.R.R. Tolkien Il Fabbro di Oxford”, causa la presenza tra gli stand di Altaforte, casa editrice di CasaPound e notoriamente vicina ad ambienti dell’estrema destra italiana. Stessa casa editrice che, proprio all’edizione 2019, avrebbe dovuto presentare il libro in uscita di Matteo Salvini, ricevendo picche dal comitato d’indirizzo dell’evento. Il quale fa sapere che nessun politico-scrittore avrebbe goduto di un palcoscenico personale (ed elettorale, non dimentichiamo che le elezioni europee e regionali, proprio in Piemonte, sono alle porte). Da sinistra a destra, senza discriminazioni di sorta.

Chi paga ha diritto a uno stand, è in sostanza la risposta dell’organizzazione del Salone al collettivo bolognese. E come dar torto: dopo dieci anni di agonia finanziaria, durante i quali più volte si è paventata la chiusura o il trasferimento della fiera, è abbastanza comprensibile che la rinnovata fondazione sia interessata a ricevere denaro sonante.

Ma, a poche ore dallo scoppio della polemica, Nicola Lagioia (direttore di SalTo) prende le distanze, Christian Raimo (consulente e braccio destro dello stesso Lagioia) si dimette dall’incarico. In sostanza, le anime belle dell’organizzazione si scaricano di dosso ogni responsabilità morale nell’accettare la presenza di uno stand di chiare ascendenze neofasciste, evitando di turbare i sogni di una certa parte politica. Non sia mai che la prossima giunta regionale (assai probabilmente a trazione leghista) possa mettere in discussione la direzione nei prossimi anni. Lasciando peraltro irrisolto, come espresso nel comunicato, il quesito se l’ammissione dell’editore sia morale o persino costituzionale e affidandolo alla discrezionalità del pubblico.

Chiara la linea propugnata da Lagioia & Co: spetta alla magistratura stabilire se individui o organizzazioni perseguano finalità antidemocratiche, quindi finché non sopraggiunge una condanna a turbare il quieto vivere salonistico, Altoforte ha diritto ad acquistare spazi al Salone ed esporre i propri materiali. Linea che sembra tuttavia stridere con la legge Scelba, datata 1952, che introdusse per prima in Italia il reato di apologia di fascismo (legge poi confermata e rettificata dalla successiva a firma Mancino, nel 1993).

Vero che l’articolo 21 della carta costituzionale tuteli la libertà di espressione. E, conseguentemente, per quale motivo una organizzazione non condannata dovrebbe essere esclusa da un palcoscenico culturale? La domanda con cui si apre l’edizione 2019 del Salone è un quesito tutto interno alla filosofia morale. Scegliere di prendere posizione a favore della legge Scelba o del dettato dei padri fondatori significa foraggiare una certa visione del mondo piuttosto che un’altra. Dilemma non da poco, del quale lascio la risoluzione a persone più preparate di me.

L’intera vicenda suggerisce tuttavia un’ultima domanda: può un festival della portata del Salone Internazionale del Libro, il cui primo compito e intento è fare e diffondere cultura, rifiutarsi di prendere posizione netta su un argomento tanto scottante? Il gioco dei piedi in due scarpe dovrebbe essere lasciato alla brutta politica del Belpaese, non dovrebbe trovare espressione nella dialettica di un evento culturale.

IL COMUNICATO DI WU MINGOggi annunciamo che la presentazione è annullata. Ormai è noto: al Salone avrà uno stand Altaforte, di fatto la casa editrice di Casapound. Nei giorni scorsi questa notizia ha suscitato molte critiche ed esortazioni a tenere fuori dalla kermesse una presenza platealmente neofascista. E come ha risposto il Comitato d’indirizzo del Salone? Con un comunicato che in sostanza dice: Casapound non è fuorilegge, dunque può stare al Salone, basta che paghi.

Come spesso accade, ci si nasconde dietro il “legale2 per non assumersi una responsabilità politica e morale. Per rigettare il fascismo non serve un timbro della questura.

Il giorno prima, Lagioia, che in quanto direttore editoriale si occupa del programma e non della parte commerciale della kermesse, aveva emesso un suo comunicato, dove, anche a nome del comitato editoriale, diceva cose giuste, purtroppo indebolite dalla chiusura in anticlimax: “Il Salone del Libro prevede ai suoi vertici una pluralità di soggetti, e dunque […] qualunque decisione verrà presa sia io che il comitato editoriale la faremo nostra”. Ebbene, la decisione è stata presa: quella di scrivere, a futura memoria, una nuova pagina nera, o bruna, nella storia di come fu normalizzato il neofascismo.

A Torino si è compiuto un passo ulteriore nell’accettazione delle nuove camicie nere sulla scena politico-culturale italiana. Accettazione che da anni premia soprattutto i fascisti di Casapound, sempre intenti a rappresentarsi come “carini e coccolosi”, immagine che stride con la frequente apparizione di loro militanti in cronaca nera e anche giudiziaria, si veda, ad esempio, il recentissimo episodio di Viterbo.

Accettazione che vanta ben più di uno sponsor, a partire dall’attuale ministro degli interni, del quale Altaforte pubblica l’intervista-biografia, in bella mostra sul sito della casa editrice accanto a quaderni di “mistica fascista” e biografie apologetiche di squadristi, gerarchi del ventennio, boia repubblichini e collaborazionisti vari.

In difesa del proprio lavoro Lagioia e il comitato editoriale hanno ribadito che il programma del Salone va nella direzione opposta, con eventi chiaramente improntati all’antifascismo e all’antirazzismo. È vero: è un programma di grande qualità, costantemente migliorato negli anni grazie alla nuova gestione. Ma questo non risolve il problema.

Va sempre ricordato che, coi loro atti, i fascisti non parlano a noi, ma al loro mondo, e quel che diranno sarà: “Visto? Loro fanno le loro chiacchiere buoniste e antifasciste, ma intanto noi siamo qui, col nostro business e i nostri segni identitari, e nessuno ci ha fermati. Nemmeno con la storia di Viterbo ancora calda ci hanno fermati. Mentre gli altri parlano, noi andiamo avanti. Metro dopo metro”. Noi riteniamo che i fascisti vadano fermati e, metro dopo metro, ricacciati indietro. Noi riteniamo necessario dare segnali sempre più chiari e forti, come è stato fatto venerdì scorso nella piazza di Forlì. Noi non abbiamo intenzione di condividere alcuno spazio o cornice coi fascisti. Mai accanto ai fascisti.

Per questo non andremo al Salone del Libro. Nel contesto di queste polemiche, il collega scrittore Christian Raimo è stato oggetto di pesanti attacchi da parte di fascisti e reazionari assortiti, fino a dimettersi da consulente del Salone. Per la campagna d’odio che sta subendo, gli esprimiamo la nostra solidarietà.

IL COMUNICATO DEL SALONEIl Comitato di Indirizzo della 32a edizione del Salone del Libro, chiamato a monitorare, nelle diverse fasi, la realizzazione delle attività culturali della fiera di maggio, sottolinea che il Salone ha scelto in piena consapevolezza di non diventare palcoscenico elettorale, al fine di non trasformarsi in una cassa di risonanza troppo facile da strumentalizzare; e ancora di essere plurale e aperto alla discussione, perché il dialogo è fondamento della democrazia. Il Salone è quindi ambasciatore della Costituzione. E la Costituzione, al suo articolo 21, afferma che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

La Legge Scelba del 1952, coordinata con la Legge Mancino del 1993, sanziona e condanna chiunque propagandi idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, rendendo reato in Italia l’apologia di fascismo. Materia della magistratura, quindi, è giudicare se un individuo o un’organizzazione persegua finalità antidemocratiche. È pertanto indiscutibile il diritto per chiunque non sia stato condannato per questi reati di acquistare uno spazio al Salone e di esporvi i propri libri.

Altrettanto indiscutibile è il diritto di chiunque di dissentire, in modo anche vibrante, dalla linea editoriale perseguita da un editore e dai contenuti dei libri da esso pubblicati. Quale migliore occasione del Salone stesso per affermare questa posizione promuovendo il dibattito sul tema.

Il Comitato di indirizzo del Salone del Libro ribadisce pertanto la propria assoluta indipendenza nella totale adesione ai principi di democrazia enunciati dalla Costituzione, auspicando la partecipazione di tutti al Salone che sempre più si vuole affermare come luogo istituzionalmente aperto al dibattito e al confronto.

LA POSIZIONE DI LAGIOIA (2 maggio 2019)Molti di voi ci stanno chiedendo se è vero che al Salone del Libro verrà presentato il libro intervista a Matteo Salvini pubblicato da Altaforte. La notizia riportata da alcuni giornali come ho più volte scritto non è corretta: il libro non è nel programma ufficiale del Salone.

Ci chiedete anche se e in quale veste ci saranno uomini politici al Salone. Abbiamo chiesto – ne abbiamo già parlato pubblicamente, lo rifacciamo – agli uomini politici che hanno piacere di visitare la nostra fiera di venire in veste istituzionale, come semplici lettori, non tuttavia per presentare propri libri o fare campagna elettorale. La politica quest’anno la lasciamo agli scrittori, ai filosofi, ai giornalisti, ai politologi, agli artisti in generale. Temiamo infatti che la retorica propria di ogni campagna elettorale semplifichi per forza di cose discorsi che al Salone vengono affrontati con un grado di complessità che fa la fortuna della manifestazione. La richiesta è stata accolta da tutti gli uomini politici con cui abbiamo avuto un’interlocuzione, diretta o mediata. Ci auguriamo venga rispettata.

Vorremmo evitare che il progetto culturale del Salone del Libro sia strumentalizzato dalla campagna elettorale o dalla politica in generale. Ci abbiamo lavorato per un anno, e vi invitiamo a visitare le pagine del “Programma” per averne contezza.

Questa tuttavia, visto che le sollecitazioni e le richieste di chiarimenti sono molte, è un’opportunità per chiarire alcune altre cose. Negli incontri del Salone del Libro vengono accolte tutte le opinioni. Nessuna libertà può definirsi tale se non è tuttavia priva di argini. Ritengo quindi, io e il comitato editoriale, a maggior ragione nell’anno del centenario di Primo Levi (è sempre, ogni istante, il tempo di Primo Levi) che all’apologia del fascismo, all’odio etnico e razziale non debba essere dato spazio nel programma editoriale. Mai. Neanche a ciò che può essere in odore di tutto ciò. Nel programma infatti non ne troverete traccia. L’antifascismo è un valore in cui io e l’intero comitato editoriale del Salone crediamo fortemente, così come ci crede la città di Torino.

La stesura del programma prevede com’è naturale una discrezionalità di chi se ne occupa. L’iscrizione per gli stand ha altre regole, anche perché qui il principio di opportunità culturale si intreccia con quello di legalità.

Per quanto riguarda la gestione degli stand (è possibile che una casa editrice con simpatie fasciste o peggio ne abbia uno al Salone?), non avendone l’autorità e il potere decisionale né io né il comitato editoriale, invito chi ce l’ha a una discussione e un dibattito aperto sul tema. Da questo punto di vista, il Salone del Libro ha un comitato di indirizzo di cui fanno parte le associazioni di categoria della filiera del libro, vale a dire ADEI (Associazione degli Editori Indipendenti), AIB (Associazione Italiana Biblioteche), AIE (Associazione Italiana Editori), ALI (Associazion Librai Italiani), SIL (Sindacato Italiano Librai), il Circolo dei Lettori, l’Associazione Torino la Città del Libro, così come ovviamente la Città di Torino e la Regione Piemonte. È questa l’occasione di un dibattito sul tema.

Per ciò che riguarda me e il comitato editoriale, crediamo che la comunità del Salone possa sentirsi offesa e ferita dalla presenza di espositori legati a gruppi o partiti politici dichiaratamente o velatamente fascisti, xenofobi, oppure presenti nel gioco democratico allo scopo di sovvertirlo. È imbarazzante ad esempio ospitare la testimonianza di Tatiana Bucci (deportata ad Auschwitz con sua sorella Andra quando era bambina) in un contesto dove c’è anche chi sostiene le ragioni dei suoi carnefici.

Senza minimizzare, ma per dare le giuste proporzioni a chi ce lo sta chiedendo: stiamo parlando di circa 10 mq di stand su 60.000 mq di spazio espositivo, e di nessun incontro nel programma ufficiale su circa 1200 previsti. Lo scrivo solo perché ognuno così ha più strumenti per dire la propria.

Espresse le mie opinioni su ciò su cui non ho autorità (né io né il comitato editoriale, che queste opinioni e questi sentimenti condivide), invito chi ce l’ha come dicevo a una discussione e una risposta. Al vertice del Salone ci sono le associazioni che rappresentano quasi tutta l’editoria italiana, e dunque è una buona occasione perché si pronunci sul tema.

Siamo antifascisti anche perché crediamo nella democrazia. Il Salone del Libro prevede ai suoi vertici una pluralità di soggetti, e dunque – ferma la nostra autonomia e indipendenza editoriale sul programma – qualunque decisione verrà presa sia io che il comitato editoriale la faremo nostra.

Speriamo che il dibattito si svolga con tutta la complessità e la profondità che merita. Stigmatizziamo invece ogni strumentalizzazione: il Salone è una comunità fondata sui principi di discussione e confronto continui.

LA POSIZIONE DI LAGIOIA (4 maggio 2019)Un'altra nota sul Salone del Libro.

Le dimissioni di Christian Raimo mi addolorano. Il contributo che ha dato al Salone in questi anni è stato enorme, ed è comprovato da un successo riconosciuto da tutti. Mi dispiace per editori e autori che si sono sentiti offesi dalle sue dichiarazioni scritte a titolo personale in un post di Facebook.

Mi dispiace per come uomini politici di partiti dove ci sono gli inquisiti per mafia abbiano cavalcato la vicenda. (Tanti servitori dello Stato si scambiano quotidianamente in televisione parole irriferibili e non mi pare che questo crei loro rispetto al bene del Paese un imbarazzo che ha toccato Christian Raimo a sola tutela del Salone).

Mi dispiace per come tanti commentatori cerchino di strumentalizzare il Salone del Libro ai soli fini della campagna elettorale o per avere visibilità. Sacrificare una parte di sé per un bene comune è una cosa ormai da pochi. Raimo l'ha fatto senza che nessuno gliel'abbia imposto, e questo ai miei occhi lo nobilita. Gli altri si guardino allo specchio.

Chi ha creduto di sfruttare i contenuti del post di Raimo – scritto solo a titolo personale – e le polemiche sui neofascismi per intimidirci, per scalfire l'indipendenza editoriale del Salone e quindi per danneggiare un progetto bellissimo e l'intero territorio, sbaglia di grosso.

Chi guarda solo al proprio tornaconto vive solo e muore solo. Il Salone si basa invece sulla condivisione. È il motivo per il quale, ora, farei parlare il Salone e basta. Ed è il motivo per il quale, da ora in avanti, sarà il Salone a parlare per noi – i suoi incontri, i suoi dibattiti, le sue presentazioni, la sua comunità.

IL COMMENTO DI MONICA CERUTTI- Si inserisce nel dibattito anche l'assessore regionale piemontese ai diritti civili e alle migrazioni, che afferma: "rispetto la loro scelta, ma oggi più che mai è importante partecipare proprio per non lasciare spazio a chi ha idee pericolose. Dobbiamo presidiare e usare gli spazi a disposizione per fare nuove narrazioni della realtà, diverse da quelle dei fascismi, soprattutto sul tema delle migrazioni".