Quegli statisti del Grande Torino

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 04/05/2019


A settant’anni dal quel fatidico 4 maggio 1949, le considerazioni di qualsivoglia genere, calcistico, politico o sociale, si sprecano. Per i torinisti, per i torinesi e per il mondo intero. Di tutto è stato detto, e fin troppo è stato fatto: persino dagli stessi spalti da parte di criminali insolenti per screditare la memoria degli invincibili. Ritengo tuttavia opportuno ricordare due dei motivi per i quali la storica formazione, ancor oggi recitata a memoria con doverosa dignità poetica, e il dramma che l’avvolse rappresentano un esempio di invincibilità ben oltre i confini calcistici.

Come acutamente osservò Dino Buzzati, inviato del Corriere a Torino per seguire gli eventi successivi al disastro aereo di Superga, “Il dolore dei torinesi non è fatto di grida, di pubbliche lacrimazioni, di folle in lutto. Ma si rifugia negli angoli, ha pudore, preferisce non farsi vedere”. Cogliendo appieno il composto senso sabaudo per il lutto. Quella stessa compostezza ci sia da monito, a settant’anni dalla tragedia, per un ritorno a una dignitosa espressione della tifoseria calcistica: lo striscione apparso ieri in curva sud juventina al sessantacinquesimo del derby della Mole può – e deve – rappresentare una forma di riconciliazione tra fazioni sportive spesso e volentieri orientate più a forme di sudditanza criminale che a sana competitività calcistica. Nella gremita Piazza Castello nel giorno dei funerali dei campioni granata, non mancarono irriducibili bianconeri a rendere omaggio agli eterni rivali, guidati dalla delegazione societaria juventina diretta a Palazzo Madama. Gli ultras, di ogni provenienza, ne prendano atto.

Di quei giorni resta il rammarico verso un calcio che non c’è più e in generale verso uno sport pulito e positivamente popolare, capace di trasmettere valori e portatore di fermenti ideali nella svigorita e affamata Italia del dopoguerra. Resta la lezione di una generazione di calciatori che, come giustamente scritto da Angela Calvini di Avvenire, fu davvero invincibile per la propria carica morale, ancor prima che per le straordinarie e innumerevoli imprese sul campo.

Con l’avanzata alleata in Italia, lo sfaldarsi del fascismo e il progressivo sfaldamento delle strutture e organizzazioni sportive e giovanili mussoliniane, il Toro seppe imporsi quale modello sportivo e ideale di riferimento in tutta la penisola (i suoi giocatori costituirono l’ossatura della nazionale), sfoderando forza sovrumana nel riaccompagnare la società italiana nel drammatico ritorno alla vita quotidiana in tempo di pace. Come seppe fare l’altra leggenda sportiva piemontese, quel Coppi che l’Italia in rovina la girò da Sud a Nord a guerra conclusa. Una formazione molto probabilmente cosciente del peso che portava sulle spalle e consapevole delle potenzialità sociali dello sport.

I ragazzi del Grande Torino furono più che campioni. Furono statisti. Capaci di ridare speranza e certezze a un Paese che non ne aveva più.