Il primo maggio torinese e i doveri morali della politica

di ILARIA CERINO
pubblicato il 04/05/2019


1999: Stefano Alberione, allora assessore al bilancio a Torino in quota Rifondazione Comunista, in seguito alla morte di due anarchici sceglie di marciare fianco a fianco agli “squatter”, rivendicando la propria presenza istituzionale ai cortei. Risposta immediata del primo cittadino Valentino Castellani: deleghe rimosse e dimissioni all’orizzonte.

2019: sono passati vent’anni, e a reggere i destini della città sono chiamati gli esponenti del M5S. Il cui rapporto bipolare con gruppi anarchici e centri sociali è fatto noto. Stavolta, però, i membri di maggioranza della Sala Rossa non si schierano a supporto di coloro che qualche rogna, bene o male, gliel’hanno causata negli ultimi tempi. Si mettono alla testa della componente No Tav presente al corteo del primo maggio. Con gli esiti che tutti conosciamo, e che non casualmente sono al vaglio della questura.

Con la differenza che, se nel primo dei casi citati a offrire manforte era stato un singolo membro dell’amministrazione, stavolta di politici ce n’è più d’uno: a cominciare dalla pasionaria della Sala Rossa, tale Viviana Ferrero, che ricopre il ruolo di vicepresidente del Consiglio Comunale. Ma anche Marina Pollicino, Daniela Albano, Giovanna Buccolo e ortodossi del Movimento come Damiano Carretto.

Cosa accomuna (con proporzioni diverse, è innegabile) le due forma di protesta? Essenzialmente, il mancato adempimento del ruolo moralizzatore della politica. E con questo non intendo certo affermare che sfilare in corteo manifestando fedeltà a certi ideali sia amorale. A essere degno del capo d’accusa è l’incapacità degli esponenti politici (di ambo le fazioni coinvolte, M5S e PD) di arginare e contenere le espressioni più viscerali del popolo che ambiscono a guidare. E di cui dovrebbero rappresentare quantomeno un esempio di condotta civica dignitosa.

Ma non è tutto. Afferma Valentina Sganga, a suo tempo feroce portavoce anti-olimpica: “Incredibile che il Partito Democratico si sia, o sia stato, posizionato esattamente davanti allo spezzone NoTav. Davvero non c’era altro spazio nel corteo per sfilare?”. E no, cara Sganga, non funziona così. Non esiste alcun diritto di alcuna parte politica di causare tafferugli soltanto perché davanti ci si ritrova un aggregato di avversari. E i NoTav non sono giustificabili nelle loro provocazioni soltanto perché si trovavano dietro gli uomini del PD. Ma, d’altronde, a tali sgangarate dichiarazioni il consigliere ci ha abituati da un pezzo, e lasciano il tempo che trovano. Per giunta, a stabilire l’attribuzione di colpa ci penserà la magistratura, non un consigliere per via di un sommario giustizialismo a mezzo social.

Come per la politica in veste istituzionale, anche per quella di strada non è sufficiente affidarsi all’etica dei singoli: motivo per il quale è comprensibile che le spinte più impulsive dei partecipanti possano non esser state adeguatamente contenute (e a contenerle hanno provato, dai due fronti, Stefano Lo Russo del PD e lo stesso Carretto tra i pentastellati). Ma, proprio perché atteggiamenti impetuosi in eventi del genere sono del tutto prevedibili, non è accettabile che esponenti di governo fomentino il climax di scontro nutrendosene per soddisfare il proprio ego.

E, in questo, Viviana Ferrero ha le sue colpe, ricoprendo una carica rappresentativa dell’intera comunità per eccellenza. Perché un conto è essere semplici consiglieri, fatto che determina un sostanziale equilibrio e una quieta convivenza tra la sfera privata e quella pubblica dell’individuo. Un altro è farsi portavoce delle necessità di ragionevolezza e morigeratezza della politica dallo scranno di una vicepresidenza istituzionale. Ecco il motivo per il quale le invocate dimissioni di Ferrero da parte di Mimmo Carretta (PD), non appaiono tanto ingiustificate.

Il tenore di condotta generale, frutto dell’inettitudine alla moderazione e alla pacificazione di una certa classe politica, merita un solo commento: qualifica la scarsissima caratura intellettuale dei protagonisti. I quali, prima che di occuparsi della cosa pubblica, farebbero bene a tornare a studiare i fondamenti della filosofia morale. Perché fare politica implica fare cultura, ed è palese che in almeno uno di questi campi certi politicanti locali siano altamente deficitari.