Petrenko, il gioco dell'asticella e la politica dietro la cultura

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 27/04/2019


Il duplice concerto di Kirill Petrenko, alla testa dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Rai (in forma smagliante, oltre il consueto già alto livello medio), ha rispettato le previsioni della vigilia. Certificando l’opinione di chi credeva – me compreso – si trattasse della serata sinfonica, ma anche musicale in senso lato, dell’anno concertistico torinese iniziato a settembre 2018 e in via di risoluzione.

Se, adesso, foste in attesa di qualche riga di commento sui motivi per cui si è trattato di un vero e proprio trionfo (uno delle più brillanti esecuzioni a cui mi sia capitato di assistere negli ultimi anni, seconda solo all’intramontabile trinomio Mozart-Abbado-Orchestra Mozart), cambiate pure lettura. Le superbe qualità del russo di formazione austriaca sono note a tutti. E ascoltare gli estratti dei concerti dove lo si vede impegnato alla testa dei Berliner vale più di mille parole. Non tedierò nessuno raccontando perché sia stato un successo: si tratterebbe di tempo sprecato, avendo orchestra e direttore rasentato la perfezione. Mi è persino preclusa la possibilità di narrare punti di forza ed eventuali falle interpretative, considerato che i primi cinquanta minuti di Eroica beethoveniana e i successivi quarantacinque di Ein Heldenleben hanno rappresentato un tripudio artistico pressoché ininterrotto.

L’unica speranza è che tale straordinaria iniezione di vitalità umana e artistica ad opera del direttore siberiano (il cui portamento e atteggiamento già al momento dell’entrata in scena tradiva una visione energica, venata d’una sottile inclinazione ironica ai limiti del grottesco, dell’esperienza musicale e credo anche dell’esistenza in generale) possa contribuire ad alzare l’asticella delle aspettative dei torinesi, spingendo enti come il Regio, che nell’ultima annata certo non si è distinto per aver portato in città i grandi nomi della lirica internazionale, a adeguarsi a standard degni d’un Comune come il capoluogo piemontese. Proponendo un’offerta culturale di qualità e non spettacoli al ribasso che abbiano l’unico scopo di essere popolari per alcuni, populisti per altri.

Ad aver catturato la mia attenzione è stata, secondariamente, la presenza dell’assessore regionale alla cultura Antonella Parigi. Alla cui razza di appartenenza, quella politica, va dato atto della sorprendente capacità di materializzarsi a eventi culturali in due sole occasioni: si tratti di inaugurazioni o di serate con elezioni politiche alle porte. Meglio ancora se condite dalle consuete declamazioni acchiappavoti prive di qualsivoglia contenuto artistico. Che Parigi si fosse presentata in veste privata mi è parso chiaro. Che sia la dimostrazione che qualcuno dei rappresentanti della cultura prestati al mondo politico si riempia la bocca di altisonanti elogi del proprio settore di provenienza conoscendolo per davvero. Ma si tratta, d’altronde, della fondatrice del Circolo dei Lettori, non del primo residuo fognario selezionato a mezzo X-Factor (o pressappoco), acclamato a furor di popolo senza troppo ben specificati motivi, e piazzato per questo su qualche cadreghetta locale.

In ogni caso, la presenza dell’assessore ha fatto piacere. E sarebbe utile che i colleghi, di qualsivoglia partito e formazione politica, imparassero a far altrettanto. Incominciando a considerare la cultura quale mezzo di accrescimento politico e umano, persino per loro stessi, e non approcciandola con la spocchia, l’ignoranza e la cafoneria di tamarri che ne vorrebbero fare un proprio palcoscenico giullaresco.