De Chirico è la mostra del 2019 torinese. Ecco perché

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 20/04/2019


La mostra dedicata a De Chirico, allestita presso la GAM, altro non è che il felice proseguimento del processo di rilancio della Galleria inaugurato con i macchiaioli lo scorso anno, e consolidato con il discreto risultato ottenuto dall’ultimo importante allestimento. Inaugurato giovedì, l’allestimento convince per quanto concerne impostazione, opere esposte e tematica affrontata, e rappresenta una delle due mostre quasi-blockbuster che coinvolgeranno Torino nel corso del 2019 (l’altra, annunciata proprio ieri nel corso della conferenza stampa alla GAM, sarà incentrata su Botticelli, e sarà sempre ospitata dal polo dedito al contemporaneo).

DIALOGHI SUL CONTEMPORANEO – L’impostazione della mostra è di certo il tratto più riuscito. Aldilà della bellezza delle singole opere esposte (103, delle quali 43 di De Chirico), è il modo in cui sono disposte a definirne il successo, creando un intelligente gioco di dialoghi e rimandi tra le opere dell’autore intestatario e quelle degli artisti che in De Chirico trovarono un maestro concettuale e una fonte d’ispirazione. Artisti di quella stagione felice per l’arte italiana che fu il secondo Novecento: Nespolo, Testa, Tadini, Rotella, Ceroli, Schifano. Delle sette sezioni in cui la mostra è ripartita, solo la prima presenta esclusivamente tavole del pittore romano. Proseguendo nel percorso di visita, si nota come ogni sezione proponga parallelismi tra le esperienze dell’arte contemporanea e le volumetrie neoclassiche di De Chirico. Ma non solo: a rafforzare l’architettura concettuale della mostra viene chiamato a contribuire Michelangelo (i cui studi sulla volumetria dei corpi rappresentarono un valido punto di partenza per De Chirico).

IL “RITORNO AL FUTURO” E LO SGUARDO AL PASSATO – E proprio nelle connessioni tra l’arte michelangiolesca (che trova espressione nel bozzetto esposto all’interno della terza sala, Studio di braccio per una figura della Volta Sistina, 1508/1509 circa) e gli omaggi che ad essa De Chirico tributò va in parte ricercato il significato di quel “ritorno al futuro” enunciato nel titolo. Un’arte figlia del rinascimento italiano, che rifiuta l’obbligo di originalità spesso motore vincolante delle esperienze di avanguardia novecentesca, per inserirsi all’interno di un filone tutto interno al classicismo che, guardando al passato, ne rielabora le esperienze per proiettarle – rinnovate – nel futuro dell’arte italiana.

La scelta di porre a confronto De Chirico e altri esponenti dell’arte del novecento è frutto, come dichiarato in conferenza stampa, di una consapevolezza storica: i primi a comprendere e apprezzare il maestro furono gli altri artisti della sua generazione, al contrario dei critici, che al contrario non dimostrarono mai di apprezzare gli esiti della ricerca artistica del pittore romano.

LA TEMATICA E IL LEGAME CON TORINO – Pienamente azzeccata anche la declinazione tematica improntata alla mostra. Il De Chirico proposto è l’artista neometafisico, che nella Torino nietzschiana trovò ispirazione e che puntualmente scelse di farne oggetto di rappresentazioni. Celebri, a tale riguardo, le citazioni ormai celebri che De Chirico dedicò a capoluogo piemontese.

ASPETTANDO BOTTICELLI – De Chirico è, almeno per il momento, l’esposizione per eccellenza del 2019 torinese. E lo è perché ha una struttura interna coesa, perché rende partecipe il visitatore della ricerca intellettuale (ancor prima che artistica) dell’Italia novecentesca, e perché esula dalla concezione – sterile – della cultura a compartimenti stagni. Non è possibile, nel 2019, pensare a un mondo culturale privo di commistioni, di integrazioni, di ingerenze, tanto nelle esperienze pittoriche quanto tra le arti in senso lato. E l’allestimento della GAM dimostra quanto ciò sia vero.