Egizio faraonico e il trionfo di Greco

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 16/04/2019


Lo start del primo trimestre 2019 del Museo Egizio è risultato più che positivo. Addirittura ottimo. I motivi sono sostanzialmente due, ben concatenati l’uno all’altro. Dopo due anni di stagnazione (i dati di fine 2018 raccontavano di un Egizio “fermo”, con un calo delle presenze nell’ultimo anno pari a una variazione di 0,2%), l’avvio del nuovo anno fa registrare un incoraggiante +0,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Ed ecco il primo motivo: non perché il dato sia tra i migliori in termini assoluti, tutt’altro. Ma perché ribalta il trend degli ultimi anni, nel corso dei quali abbiamo assistito a un Egizio in difficoltà alle prime battute stagionali. Ma una rondine non fa primavera e una percentuale decimale non fa volare un Museo. Un allestimento eccellente, invece, sì. E non solo per eventuali positivi riscontri finanziari.

Quel 0,7% di crescita va probabilmente attribuito, in larga parte, alla mostra attualmente allestita. Perché “Archeologia Invisibile” è una mostra di quelle che si possono solitamente ammirare nelle città con progetti culturali a lungo termine. Che in cultura investono risorse, e lo fanno bene. Perché l’esposizione (visitabile dal 13 marzo fino al 6 gennaio 2020) è strutturalmente eccellente, e si è rivelata capace di attirare circa 20.000 visitatori in meno venti giorni a partire dall’inaugurazione.

I curatori hanno scelto di impegnare tempo e risorse per un allestimento dai tratti fortemente avanguardistici (per quello a cui siamo abituati sotto la Mole), con un obiettivo chiaro: rileggere la raccolta dell’Egizio attraverso la combinazione di tecnologia e archeometria. Alla consueta sfilata di reperti più o meno noti – sfilata ridotta all’osso – è stato affiancato un percorso espositivo caratterizzato da esperienze di realtà aumentata, filmati e altre declinazioni della museologia 2.0 per spiegare cosa fa un museo, tutto ciò che c’è dietro una mostra, una catalogazione, un allestimento permanente. E per raccontare il ruolo (vitale) dell’archeometria nel processo che congiunge le differenti fasi di lavoro su reperti e fonti: ritrovamento, approccio, studio, fino ad arrivare alla vetrina museale. Una mostra capace di ribaltare l’impressione – purtroppo depositata in ampie fasce dell’immaginario collettivo – di una vita museale statica, improduttiva, quasi sterile.

In tutto questo, l’esperienza internazionale di Greco ha aiutato. Non a caso, l’Egizio è tra i pochi musei torinesi a poter vantare una vision. Una progettualità a lungo termine, capace di guardare con coraggio alle nuove frontiere della museologia. Perché, checché le voci intellettualmente sterili della politica nazionale squittiscano e starnazzino, Greco è e resta tra i più abili, colti e dignitosi rappresentanti della cultura del Belpaese.

Jean-François Champollion, archeologo francese del primo ottocento considerato il padre dell'egittologia avendo per primo decifrato i geroglifici nel 1822, affermò (riferendosi alla collezione albertina di reperti egizi, primo nucleo di quello che diverrà il secondo polo museale al mondo dedicato alla terra dei faraoni) che “La strada per Menfi e Tebe passa da Torino”. Greco ci he reso – per l’ennesima volta – partecipi dell’attualità della citazione. Perché quella dell’Egizio è la Torino migliore, che ricerca, sperimenta e propone, e che proprio nell’Egizio deve individuare uno dei principali trampolini di rilancio cittadino.

IL COMUNICATO STAMPA DELLA MOSTRATecnologia e archeologia si incontrano al Museo Egizio e danno vita al nuovo progetto espositivo temporaneo che caratterizzerà il 2019 dell’istituzione culturale torinese. “Archeologia Invisibile” è il titolo della mostra in apertura il 12 marzo, attraverso la quale il pubblico sarà condotto lungo un percorso che invita a vedere oltre il visibile, guardando all’interno degli oggetti del patrimonio egittologico del Museo grazie all’apporto di strumenti d’indagine e analisi scientifica che ne svelano volti inattesi.

Fulcro dell’esposizione è infatti l’archeometria, l’insieme delle tecniche adottate per studiare i materiali, i metodi di realizzazione e la storia conservativa dei reperti

La collaborazione tra egittologia e scienze esatte (chimica, fisica, radiologia ecc.) nello studio dei reperti della collezione di Torino, dischiude informazioni, altrimenti inaccessibili a occhio nudo, che permettono di ricomporre aspetti ancora ignoti circa la storia degli oggetti: diviene così possibile “interrogarli”, domandare a un vaso, a una mummia, a un sarcofago chi siano davvero e perché oggi si trovino al Museo Egizio. Il visitatore si confronterà così con un percorso straordinario in cinque sezioni tematiche in cui dal connubio fra l’egittologia e le nuove tecnologie - impiegata anche per le modalità espositive, con installazioni multimediali e spazi d’interazione digitale per un’esperienza di visita immersiva - troverà sorprendenti risposte alla sua curiosità, ma anche alle domande degli archeologi nonché a grandi quesiti della scienza.