Cavallerizza surReale. Ovvero: dell'illegalità che diviene legge

di VITTORIO CISNETTI
pubblicato il 10/03/2019


Negli ultimi giorni ha fatto molto discutere la decisione del Comune di Torino di inserire l’area della Cavallerizza Reale (in Via Verdi, 9, in pieno centro storico e in condizioni di degrado, da anni in una situazione legale assai complicata) nel progetto del Regolamento dei beni comuni della città: il che, in parole povere, equivarrebbe di fatto a una concessione d’uso e gestione della struttura a coloro che l’hanno occupata da ormai ben cinque anni. La proposta è stata accolta da molti, primi tra tutti ovviamente gli occupanti, come la sanzione ufficiale e ufficiosa di un “lavoro”, se così lo si vuole chiamare, di mantenimento strutturale e culturale dell’area da parte di gruppi e organizzazioni meritevoli: una vera e propria legittimazione di questo stato di fatto che dura dal 2014 da parte della giunta comunale, che si propone col suddetto progetto di affidare la gestione di immobili e spazi pubblici non utilizzati in tutta la città a gruppi di cittadini e associazioni. Una legittimazione che, però, a ben pensarci dà ufficialità a una situazione che di legale, e dunque anche di “meritevole”, ha ben poco.

Al di là delle questioni burocratiche e gestionali, a preoccupare è innanzitutto lo stato attuale della struttura, che presenta visibili segni di degrado in molte delle sue parti e necessiterebbe di una riqualificazione condotta – e qui è il semplice buon senso che parla – da enti esperti e operanti in accordo con le istituzioni cittadine e, soprattutto, magari con maggior rispetto per il ruolo e la vocazione storica del complesso (che certo non è conforme né adatto per le attività di dubbia natura che vi si svolgono da alcuni tempi). La Cavallerizza è innanzitutto un edificio di grande valenza storica, una pietra miliare dell’architettura cittadina, e non, almeno per alcuni, un centro sociale o qualcosa di simile.

Per comprendere meglio la situazione, occorre compiere alcuni passi indietro, nel passato storico e in quello più recente di Torino. La Cavallerizza Reale nasce come parte del complesso dell’Accademia Reale, poi Accademia Militare, della capitale sabauda nel XVII secolo: destinata ad ospitare le scuderie e i maneggi per gli allievi di quella che all’epoca era una delle istituzioni militari più avanzate e rinomate non solo d’Italia, ma di tutta Europa, faceva parte insieme a tutta l’area del centro cittadino gravitante attorno al Palazzo Reale della cosiddetta “zona di comando”, il centro amministrativo e del potere del capoluogo piemontese. Edificata a partire dal 1680 dal grande architetto reale Amedeo di Castellamonte nell’ambito dell’ampliamento della città verso il Po, il progetto venne parzialmente modificato fra il 1740 e il 1742 da un altro grande nome dell’architettura torinese, Benedetto Alfieri: l’opera, pur parzialmente incompiuta rispetto ai piani originali, costituisce dunque un gioiello del Settecento torinese, la cui importanza è stata sancita nel 1997 dall’inserzione della Cavallerizza, assieme a tutta le strutture e i palazzi dell’antica “zona di comando”, nel novero dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO.

Proprio questa importanza del complesso come bene comune, dunque teoricamente da rendere accessibile a tutti i cittadini, ha portato alle complicate vicende e scontri che l’hanno caratterizzato negli ultimi anni. Risale al 2003 il primo protocollo siglato fra lo Stato (che fino ad allora aveva detenuto il possesso dell’area) e il Comune per l’acquisto dell’edificio da parte di quest’ultimo, al fine di utilizzarlo per “esigenze istituzionali proprie”. La vendita fu completata fra il 2005 e il 2007, per una cifra di trentasette milioni di euro, ma già due anni dopo le crescenti difficoltà finanziarie del Comune lo indussero a pensare ad una cessione parziale dell’area a privati. Ed è questo il punto fondamentale della questione: giustamente, la gestione di un bene pubblico da parte di enti privati ha in sé della contraddizione, almeno dal punto di vista logico e morale, ma il modo in cui si è cercato, e a quanto pare cerca ora l’attuale giunta comunale, di risolvere la situazione è a dir poco deleterio. I tentennamenti e le indecisioni delle istituzioni hanno fatto sì che, infatti, il 23 maggio 2014 circa trecento persone, nel tentativo comunque almeno di principio comprensibile di evitare al complesso un futuro da residenza privata o centro commerciale, abbiano occupato l’intera struttura, costituendosi nel collettivo-organizzazione “Cavallerizza 14:45” (dall’ora rimasta segnata sull’orologio non più in funzione nel cortile). Un problema con basi e richieste legittime risolto, come quasi sempre avviene nel caso di occupazioni, in modo illegittimo e soprattutto illegale, e che ha dato luogo a una situazione che in realtà di risolto in questi cinque anni non ha presentato proprio nulla.

La proposta del Comune, portata avanti in particolare dal vicesindaco Guido Montanari, pur avvenuta in parziale accordo anche con altre istituzioni quali l’Università di Torino (che ha la sua nuova aula magna proprio nel cortile della Cavallerizza), renderebbe di fatto legale una situazione che non lo è sotto alcun aspetto. Molti la penseranno diversamente, ma un’occupazione non è mai un modo legittimo per manifestare le proprie idee, specie se queste ultime tendono poi a trasformare un luogo, come appunto in questo caso, in un grande centro sociale che, seppur non privato, diventa di fatto una proprietà di chi lo occupa, che lo adopera come vuole senza chiedere niente a nessuno e lo rende assai difficilmente accessibile per chi invece è anch’egli cittadino, ma ha idee diverse o idee diverse per frenarne il degrado (ed ecco perché lo striscione con la scritta “la Cavallerizza è per tutti” che campeggia tuttora all’entrata del cortile non pare granché veritiero). La Cavallerizza Reale possiede enormi potenzialità: la sua Storia e la sua importante e caratteristica architettura la renderebbero il luogo adatto per l’allestimento di mostre a tema o addirittura di un museo, aperto a tutti e gestito da enti che sappiano valorizzarla appieno e risollevarla dal suo lungo periodo di degrado. Enti che siano possibilmente e volentieri pubblici, senza che però ciò si traduca in un affidamento di un bene così importante sulla base di una sorta di usucapione che non è sancita da nessuna parte e che, anzi, sancirebbe soltanto l’illegalità. Più che una soluzione reale, quella proposta per la Cavallerizza appare dunque una soluzione ai limiti del surreale.