Disegno degli anarchici raffigurante un membro delle forze dell'ordine atto a coprirsi con una maschera del Sindaco

Antigone, Popper e la democrazia dei giorni dispari: in difesa di Chiara Appendino

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 05/03/2019


Si è ormai perso il conto dei giorni durante i quali gli anarchici hanno manifestato contro lo sgombero dell’asilo occupato di Via Alessandria. E, probabilmente, si sono perse di vista anche le fondamenta ideologiche che dovrebbero muovere ogni contestazione, e che contribuiscono a discriminare le manifestazioni realmente politiche dalla calche di piazza senza prospettive.

L'attacco contro il primo cittadino è stato forte e diretto: "Tu ci hai tolto l'asilo e noi veniamo sotto casa tua". Intendendo, con “casa tua”, il negozio di famiglia. Ma anche riferimenti espliciti alla scorta di Appendino. A coronare il tutto, un manichino del Sindaco con la testa mozzata.

Il modus operandi dei gruppi anarchici potreste definirlo democrazia a giorni alterni. Potreste chiamarlo libera contestazione. O, semplicemente, estremismo. Insomma, chiamatelo un po’ come vi pare. Io, ad esempio, non trovo appellativo più calzante di ritualismo mafioso. Perpetrato da camorristi in formato tascabile, abili a squittire per le strade l’abusato termine “democrazia”, fintanto che il lemma intervenga in difesa dei loro interessi. Ritualismo nel quale risuona, in primo luogo, il dramma culturale che avvolge certe formazioni estremiste (di qualsivoglia provenienza politica), e che si colloca in prossimità delle teste di cavallo mozzate di ben nota derivazione.

Ritengo doveroso cimentarmi in quattro brevi considerazioni, certamente legate alle forme di contestazione adoperate nel corso degli ultimi giorni, ma probabilmente valide per la totalità della galassia anarchica. In primo luogo, il teorema secondo il quale si è liberi di appropriarsi di un luogo pubblico e decretarne il possesso in nome di una tradizione di occupazione è fallace sotto qualsivoglia prospettiva. Che i risvolti siano positivi o negativi è del tutto irrilevante. In nome di cosa l’attività svolta da un gruppo, usufruendo di locali pubblici, dovrebbe ritenersi razionalmente migliore di altri progetti?

In secondo luogo, la stessa dottrina democratica, come concezione politico-sociale e come ideale etico, si fonda sulla garanzia della libertà e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge: principio di isonomia di chiara duttilità all’interno della sfera anarchica. Nel momento in cui si ricorre alla violenza (fosse anche solo verbale) per forzare ed esercitare una pressione coercitiva sulle istituzioni democratiche, il costrutto crolla e si sconfina nel paradosso popperiano della tolleranza.

Terzo corollario: non esiste democrazia senza libertà di pensiero e non esiste libertà di pensiero senza democrazia. Assunto che, da solo, dovrebbe smontare una certa – becera, inutile girarci intorno – retorica ideologica. La libertà di espressione (persino radicale) invocata dagli anarchici è fenomenicamente reale in quanto garantita dalle stesse strutture democratiche contro le quali, a convenienza, si scagliano.

Il quarto appunto è relativo alla natura – ai limiti del ridicolo – dei gruppi anarco-insurrezionalisti locali. Dopo aver e favorito l’ascesa della Chiara alternativa, si ritorcono contro la loro stessa creatura. Appendino, che soddisfi o meno il suo operato, fa la parte del Sindaco. E lo fa con una dignità politica sconosciuta a gran parte degli esponenti partitici del Belpaese, a dispetto delle valutazioni nel merito dell’attività esecutiva (attività che io stesso ho provveduto a criticare ogni qualvolta lo ritenessi necessario, lasciate dunque da parte le accuse di sudditanza e cecità). Le accuse di valtagabbanesimo si sprecano, ultimamente. Ma io rivolgo a voi, cari lettori, una domanda: è preferibile che un amministratore volti le spalle al suo elettorato per interpretare fedelmente i doveri istituzionali al quale è chiamato, o che, incurante del reale interesse collettivo (interesse comune a ogni singolo individuo e carattere necessario e fondante dell’esperienza democratica, da non confondersi con l’interesse della società nel suo complesso, il quale non esiste), lavori nell’interesse esclusivo della propria fetta di votanti pur di non essere tacciato di tradimento? È il solito vecchio dilemma antigoniano, dove occasionalmente l'interesse personale si esplica nelle forme del partito e non in quelle degli affetti familiari, al quale non pretendo certo di dar soluzione.