Perché il Festival dell'Espressionismo è potenzialmente eccellente

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 22/02/2019


Il festival dedicato alla corrente artistica, che vede coinvolte Torino e Pinerolo tra il 22 febbraio e il 29 marzo, ha tutte le carte in regola per qualificarsi tra i migliori nel panorama culturale torinese.

Pensi all’espressionismo e pensi a Munch, Kirchner, Schiele. Ma anche un certo Kandinskij, fondatore del Blaue Reiter insieme a Franz Marc. Ma il collegamento con le forme di espressionismo musicale non è altrettanto immediato, specie per il grande pubblico. Vuoi che nei programmi ministeriali lo studio scolastico della musica (o quantomeno della relativa storia) sia del tutto assente, vuoi le scarse risorse destinate alle istituzioni musicali nostrane, vuoi per altri mille possibili motivi, ma in Italia la cultura artistico-musicale del Novecento rappresenta ancora – troppo spesso – una perfetta sconosciuta. Espressionismo compreso. Non c’è dunque da meravigliarsi se persino i meno alfabetizzati in materia musicale conoscano un tale Mozart – sulla scia della fama dell’artista viennese – e allo stesso tempo considerino Mahler il nome con una “r” di troppo dello sponsor della monoposto Ferrari da F1. Grado di disinformazione che si accentua se ci si inoltra nell’ambito dello scorso secolo: sfido – chiunque abbia voglia, tenacia e coraggio – a recarsi tra le vie del centro torinese (ma non solo) domandando ai passanti chi fossero degli Schӧnberg, Berg e Webern qualsiasi. Medesimo discorso vale per la cinematografia di Wiene o Murnau.

Et voilà, il primo motivo per cui il Festival dell’Espressionismo può rappresentare una ghiotta (ghiottissima, data la nomenclatura culturale che ne prenderà parte) occasione per scoprire le mille frontiere della corrente artistica è proprio questo: si tratta di un felice tentativo di espandere, presso il pubblico di massa, la depositata – e un po’ arrugginita – concezione che si ha del movimento che infiammò l’Europa nei primi anni del Novecento. Allargandone gli orizzonti a generi differenti da quello pittorico.

Espansione possibile grazie all’approccio multidisciplinare alla tematica trattata. E veniamo così al secondo punto di forza del festival: il rigetto dell’organizzazione a compartimenti stagni è del tutto positivo. È impossibile, infatti, ragionare in termini artistici senza ipotizzare connessioni, influenze e conseguenze che hanno legato correnti pittoriche a esperienze musicali o architettoniche. Il programma si snoda infatti tra conferenze, concerti, spettacoli teatrali e proiezioni cinematografiche.

In terzo luogo, dedicare una kermesse esclusivamente a questo filone artistico offre lo spunto per ricalibrare il ruolo e il peso dell’espressionismo all’interno dello scenario novecentesco: il quale non soltanto rivoluzionò i canoni ereditati dalle esperienze tardo-ottocentesche, ma pose anche le basi per lo sviluppo di uno dei più importanti indirizzi della ricerca artistica del XX secolo, destinato a influenzare una parte significativa delle sperimentazioni moderne.

L’ultima carta sulla quale il festival può contare è la capillarizzazione delle attività proposte sul territorio: coinvolgere 22 associazioni in due città, Torino e Pinerolo, è un colpo di genio. E su questo c’è assai poco da obiettare. Avvicinare il pubblico a un argomento spesso percepito come ostico e sufficientemente criptico senza l’ausilio di soggetti “intermedi” tra i grandi enti culturali e il pubblico avrebbe goduto dei connotati di un’azione suicida.

Il Festival dell’Espressionismo, aldilà dell’esito artistico e di pubblico che avranno gli appuntamenti programmati, pare essere il genere di evento di cui il mondo culturale torinese ha bisogno. Le possibilità per far bene ci sono tutte, le fondamenta concettuali sono solide e le variazioni sul tema interessanti. Parola agli artisti, e in bocca al lupo.