Ci vorrebbe una Thatcher: memorandum per Appendino

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 10/02/2019


Quella di ieri è stata la manifestazione ideale, la manifestazione-tipo della peggio cultura politica nostrana. Ho preso a coglierne la miseria dal primo capitolo: quando, per la marcia per le vie del centro torinese, sono cominciati a piovere (dalle fila anarchiche e da quelle – ben più potenzialmente distruttorie – dei black bloc) rivoluzionari in formato tascabile e aspiranti tali, smaniosi di baccano a buon mercato. Perché di questo sono fautori: rumore cacofonico, e nulla più. Motivi sufficienti a indurmi a rompere la consolidata regola di un editoriale per mese, in favore di un appuntamento speciale. Perché a essere in gioco, qui, non è tanto la politica in senso stretto, quanto piuttosto una specifica idea di civiltà politico-sociale.

È la solita e triste delusione, questa nostra cultura di rivolta. Puntualmente impegnata a revisionare al ribasso, in salsa italica, la fenomenologia di protesta che si afferma negli altri angoli d’Europa. Successe questo nel ’68: e i più anziani ricorderanno quella che passò alla Storia come la parodia delle piazze di Francia. Succede oggi, con le turbolenze dei gilet jaunes a scombinare il panorama politico francese, imitate da queste turbe sabaude. Perché per fare una rivoluzione, di quelle che alla fine a qualche risultato conducono, è necessario sapere innanzitutto per cosa si lotta. L’essere fautori di una linea culturale, ancor prima che politica. E i nostri, in assenza di riferimenti culturali, hanno – secondo tradizione – pensato di riempire il vuoto con guerriglia e violenza gratuita.

Non v’è dubbio che a essersi riversati in piazza ieri sono stati gli istinti più stomachevoli e parossistici della cultura politica del Belpaese. Così come non v’è dubbio che a pontificare a mezzo social rispetto a quanto accaduto si sia cimentata la peggio turba. La quale nel giro di un amen si è profusa in raffinati appellativi che spaziano da un inflazionato “zecche rosse” sino al logoro “nullafacenti post-comunisti”. Hanno, insomma, dato per scontato che quelli in piazza fossero le menti medie della sinistra locale. Dimostrando una forma mentis fondata sul reitero ciclico di affermazioni preconfezionate e su un’incolmabile dose d’ignoranza storica.

Ritengo necessario, a questo proposito, spendere qualche parola: la sinistra democratica (non certo quella extraparlamentare), in settant’anni di percorso repubblicano, manifestazioni di delirio violento e di prossimità all’anarchismo non ne ha mai fornite. Non lo fece per la concezione che possedeva dello Stato, ben lontana dall’ideale sovietico: e in questo, la figura di Togliatti aleggiava prepotentemente. Proprio quel Togliatti il quale, nel momento a lui più propizio per far scatenare le folle a proprio vantaggio (l’attentato del ’48), scelse di schierarsi contro Mosca in nome della sopravvivenza civile d’Italia. Il Togliatti che garantì ordine in condizioni ben più precarie di quelle successive allo sgombero torinese. La folla vista ieri per le vie del capoluogo, era folla d’anarchici, senza alcun rispetto dei beni pubblici (bus, cassonetti) e privati (auto e vetrine) e priva di memoria storica. Non certo un assembramento di togliattiana memoria.

Tutta la faccenda ci racconta come un lato come l’altro della barricata si sia popolato di sciami di analfabeti. Sedicenti militanti di sinistra, incapaci di originare proteste civili e fertili, e rimbambiti reazionari, assai poco utili al progresso intellettuale del Paese, accomunati dall’orgoglioso sventolare i vessilli dell’ignoranza.

Cosa manca, dunque, in tutto questo? Manca una severa cultura liberale, che non permetta alla politica di scendere a patti con iracondi manifestanti da un lato e di dare adito a certe affermazioni dell’elettorato dall’altro. Una sana cultura fondata sul rispetto degli individui (e delle loro tasse, che alimentano anche i beni pubblici vandalizzati ieri) e sul senso dello Stato. In tutto questo ci vorrebbe una Thatcher: antipatia, poche parole e molti fatti. Ma saprà Appendino raccogliere l’eredità della Lady di Ferro? Fino ad ora si è mostrata irreprensibile, relativamente agli sgomberi, e di ciò gliene va dato atto. Ma ce lo immaginiamo, cari lettori, il nostro Sindaco che prende di petto e affronta turbe di fannulloni in rivolta? Io, francamente, no.