Quell'occasione di nome DiCaprio e la doppia sfida del Piemonte

di CLAUDIA VILLA
pubblicato il 05/02/2019


La notizia è ormai arcinota negli ambienti piemontesi: Leonardo Di Caprio ha postato, sul proprio profilo instagram, una foto di laghi dell’Agnel e del Serrù, siti nel Parco Nazionale del Gran Paradiso in prossimità del colle del Nivolet.

Ed è stato sufficiente per mandare in delirio i fan sabaudi, i quali hanno contribuito alla conta di quattrocentomila fan raggiunti in poche ore. DiCaprio che pubblica foto del dimenticato Piemonte. Che possa essere un fattore aggiunto di attrazione turistica. Dopotutto, se un attore tanto profondamente impegnato nella lotta al riscaldamento globale sceglie esattamente un’immagine della riserva piemontese-valdostana, dovrebbe essere garanzia di qualità. O quantomeno di rispetto degli standard ecologici per cui il volto hollywoodiano si batte. Standard entro i quali l’ente Parco, in tutta la propria selvaggia dirompenza, si colloca.

Poche altre aree montane della penisola possono far leva, come fattore di attrazione, su una natura tanto remota e sufficientemente incontaminata. È un fattore su cui non può contare lo Stelvio, né larga parte delle tanto declamate Dolomiti veneto-trentino-altoatesino-friulane. Né, ben più a Sud, Gran Sasso e Monti della Laga. “Spegni il motore, ascolta la montagna” – motto dell’area protetta piemontese – è un’affermazione che si coniuga con ben poche altre realtà della penisola. Monti verbano-ossolani a parte, beninteso.

Per questo la mossa del principale comune del versante sud del parco – Ceresole Reale, la cui amministrazione vorrebbe conferire a DiCaprio la cittadinanza onoraria – appare in una luce di completo buonsenso. L’attore, icona internazionale, potrebbe effettivamente rilanciare l’immagine della misconosciuta Valle Orco a livello internazionale.

In sostanza, il Premio Oscar potrebbe fare un salto in valle. Bene. E con lui l’attenzione mediatica internazionale, con il traino di giornalisti, fotografi e – perché no – possibili investitori. Bene, bene, bene. Unico inconveniente: i comuni valligiani (almeno quelli del versante piemontese) non dispongono di adeguate strutture di ricettività turistica in grado di reggere flussi di una certa rilevanza. Contrariamente a quello di cui possono disporre le vallate trentino-altoatesine. O anche la Val di Susa, per non andare troppo lontano.

Certo, se l’esposizione internazionale dovesse apportare qualche spicciolo negli smagriti forzieri dei comuni montani, probabilmente opere di riammodernamento del territorio sarebbero più facilmente intraprendibili. Tuttavia, aldilà della questione puramente monetaria, il quesito prioritario che le amministrazioni locali – comunali, regionale e della città metropolitana – dovrebbero porsi è ben altro. Un afflusso turistico di entità superiore a quelli finora registrati, risulterebbe gestibile senza denaturare l’ambiente del parco? Perché le visite, tanto gradite nel momento in cui rimpinguano le casse comunali e di attività commerciali, divengono assai meno amate quando si tratta di smaltire i lasciti del turismo in termini di rifiuti, rispetto del territorio – con flora e fauna montane ad esso connesse – e inquinamento ambientale.

La sfida, per il Piemonte, diviene duplice: da un lato, rendere appetibile la propria vetrina mediatica, per convogliare parte di quel turismo d’alta quota (attualmente orientato al Nord-Est d’Italia) nelle proprie vallate, e dall’altro studiare un piano di gestione turistica che non comprometta l’essenza delle piccole realtà territoriali montane. Sfide affrontabili se alla tipica diffidenza che ci contraddistingue, noi piemontesi ci sforziamo di imparare il culto dell’ospitalità. In tutti e tre i casi, modelli virtuosi in questo senso esistono. Si chiamano Trentino e Alto Adige.