I predicatori della cultura al ribasso parlino chiaro

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 04/02/2019


Il predicatore, al di fuori dell’ambito religioso, si presenta quale dispensatore enfatico e saccente di consigli e direttive. Non fanno eccezione i politicanti nostrani, che quando si tratta di perdere tempo e denaro in attività imbarazzanti e sterili divengono frenetici. Come frenetica diventa la mole di ciancerie senza seguito e liturgiche lagnanze. Utili solo a colmare il vuoto culturale che fieramente chiosano a scopi elettorali fino a un istante prima.  Rivelandosi, in questo, secondi a nessuno.

È il caso della diatriba che vede coinvolta la città – e la propria insignificante classe dirigente – tra la candidatura a capitale italiana della cultura 2021 e il corrispettivo titolo europeo 2033. Diatriba che ha condotto a uno psichedelico, nauseante e spropositato impiego del termine “cultura” da parte dell’intero arco partitico. Lo stesso termine che periodicamente torna in voga a ridosso di tornate elettorali, per poi ricadere nell’oblio a partire dal giorno successivo.

Così, piuttosto che valutare – con l’ausilio di dati oggettivi più che delle declamazioni di turno dei colleghi politici – pro e contro delle due opzioni, si predilige il muro contro muro all’interno di quell’arena politica per natura destinata alla mediazione. Nessuno ne esce pulito: da Valentina Sganga, che arrogantemente tenta di sviare l’attenzione dai disastri culturali dell’amministrazione addossando colpe terze ai precedenti inquilini di Palazzo Civico, al consigliere Lo Russo, in quota PD, il quale tra una volata in alto e l’altra trova il tempo di esternare una irrispettosa cretineria tanto improponibile da sembrare né più né meno che una barzelletta. Passando dai vari Giovara e Carretta&Carretto di turno. La sola cosa subodorabile, in tutta la vicenda, è uno stomachevole puzzo misto d’ignoranza e arroganza da parte di una sottoclasse politica che con il mondo culturale ha ben poco da spartire. Ma che puntualmente si arroga il diritto di goderne dei successi e di scaricarne le colpe degli insuccessi.

Non possiedo, dalla mia, titoli culturali di settore che possano qualificarmi nell’elargire lezioni di politica finanziaria pubblica. Come, d’altronde, non ne possono vantare i nostri rappresentanti. Motivo per il quale si dovrebbe pretendere che la scelta dell’uno, dell’altro o di entrambi i percorsi da intraprendere arrivi a conclusione di una seria analisi su eventuali benefici connessi. E non alle inflazionate attribuzioni di colpa dell’una verso l’altra parte. Analisi di cui la cittadinanza dovrebbe essere a conoscenza: un fatto non avvenuto.

L’opzionare il titolo di capitale italiana della cultura altro non è che un ridicolo gioco al ribasso utile esclusivamente all’esibizione di un facile e banale traguardo (per la verità altamente improbabile: è una competizione per realtà medio-piccole, premiare la quarta città italiana per numero di abitanti è impensabile) raggiunto in vista della rielezione. Che, guarda caso, cadrà nel 2021. E, nel caso in cui la candidatura fosse rigettata, gli artefici potranno consolarsi e percularci con un burlesco «ci abbiamo provato».

La voglia di piegare al ribasso la cultura cittadina è tanto forte da dover necessariamente essere soddisfatta? Bene, ma ci informino sui vantaggi che il titolo di capitale italiana comporterebbe prima di sperperare tempo, risorse e denaro. E nel caso in cui non si abbia voglia o competenza per procedere con i lavori utili alla candidatura su larga scala, ci dicano chiaro e tondo quali siano i problemi connessi a Torino capitale culturale europea 2033. Ci dicano ancor più chiaramente su quale indagine statistica relativa ai benefici si fondano i presupposti per una corsa al patetico titolo di capitale italiana 2021. E, soprattutto, non ci vengano a raccontare che la seconda delle due possa rappresentare un banco di prova per intessere relazioni in ottica del futuribile palcoscenico europeo. Perché va bene l’evasiva comunicazione politica, ma non la presa in giro. Tanto più se proveniente dalla terza classe culturale del Paese.