Meluzzi di trash e di governo: il conformista che vuole spezzare il conformismo culturale sabaudo

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 16/01/2019


Un piede in due scarpe. Pronto a correre nelle liste della sorella d’Italia Giorgia Meloni alle europee, strizzando l’occhio nel frattempo alla cultura regionale, in vista di una possibile – o sarebbe più consono definire probabile – vittoria del centrodestra alla tornata di maggio 2019, Meluzzi ha più volte ribadito la sua contrarietà al pensiero unico, reo di dominare e infangare ogni meandro della cultura e dell’apparato culturale subalpino.

Meluzzi è, sotto certi aspetti, un parvenu del mondo culturale di Torino e dintorni. Non ha infatti mai ricoperto cariche amministrative nel settore, e nel corso dell’esperienza parlamentare non si è certo fatto ricordare per vivaci iniziative legislative.

Ha una laurea e un baccellierato, certo. Ma una rondine non fa primavera e una laurea non fa l’uomo colto. Specie se al diploma accademico fanno seguito opinabili sceneggiate televisive negli studi di Barbara D’Urso e compagni. Perché dunque mostrare interesse verso l’ambito della cultura subalpina? A suo dire, per “combattere un’omologazione culturale che ho sofferto fin dalla mia adolescenza”. L’omologazione culturale sarebbe dettata, secondo il professore, dai “soliti salotti” e dalla “solita ventina di cognomi che girano qualsiasi cosa si faccia e qualunque argomento si tratti”.

Essenzialmente, cita i motivi che hanno portato i torinesi a optare per Chiara Appendino alle elezioni 2016. Aprire le finestre per far circolare un po’ di aria nuova. La stessa aria che le passate giunte regionali di centrodestra non hanno saputo rinnovare, colpevoli di essere state subalterne ai salotti che tanto disprezza.

Istanze di rinnovamento che, a priori, potrebbero anche essere condivisibili: ma quando a propinarcele è un vecchio trombone dal passato discutibile, capace di dar credito a misteriosi complotti atti a rimpiazzare la “razza europea” (la cui infondatezza è stata più volte dimostrata) con un ibrido determinato da una presunta invasione africana e difendere esponenti del clero pedofili, si è del tutto tentati di dar credito agli attuali epigoni dello status quo.

E nemmeno pare chiaro perché i piemontesi dovrebbero accordare la loro fiducia a un uomo professatosi sovranista nel momento in cui il berlusconismo, di cui per decenni è stato fedele seguace, colava a picco: l’aver contribuito al collasso del buon nome che la destra liberale italiana e piemontese – quella dei Cavour e dei Menabrea, degli Einaudi e dei Giolitti – poteva vantare sino all’avvento di B. non depone certo a suo favore. L’opinionista si è autodefinito “un vecchio pazzo sovversivo in grado di agitare un po’ le acque”, ma avrebbe potuto comodamente risparmiarci una tale overdose di luoghi comuni fermandosi al “vecchio pazzo”. Le acque le ha agitate abbastanza, in barba al motto sabaudo dell’esageruma nen, nel corso di una carriera priva di bussola e valori.

Che l’omologazione (la quale resta un fatto di punti di vista: ormai un’ipocrita forma di pseudo-anticonformismo, diffusa trasversalmente nella società, è divenuta talmente mainstream da aver essa stessa omologato una certo tipo di cultura) non gli vada a genio Meluzzi ce l’ha ripetutamente dimostrato: comunista in gioventù, nel giro di quarant’anni ha percorso l’intero arco politico fino a giungere tra le schiere sovraniste, sotto le insegne dei discendenti dei missini. Ma probabilmente è il solo a definirla omologazione: noialtri la chiamiamo onestà intellettuale. Al limite coerenza.