Le politiche turistiche per le valli torinesi ripartano dal Parco del Gran Paradiso

di CLAUDIA VILLA
pubblicato il 10/12/2018


Per una volta dimenticate la TAV, o il TAV. Parlatene al maschile, al femminile o come altro volete, ma ora provate a dimenticarlo. E a dissociarlo dall’immagine delle Alpi torinesi. Immaginate un mondo d’alta quota in cui la ferrovia nemmeno arriva. Una valle stretta, scavata dai flussi tempestosi del torrente Orco, che in certi periodi dell’anno a stento vede la luce del Sole. Una valle che, dalla tortuosa strada che congiunge il fondovalle con Noasca, di colpo si apre per rivelare la vivace imponenza delle Levanne. È la prima immagine di sé che ci offre il Comune di Ceresole Reale, tra i centri più importanti del Parco Nazionale del Gran Paradiso, che da pochi giorni ha festeggiato il novantaseiesimo compleanno. Ed è un’istantanea destinata a rimanervi impressa per lungo tempo. Un’immagine che silenzia e conquista il visitatore.

Con la diatriba sull’alta velocità che avvolge la Val Susa, si corre il rischio – che reputo assai concreto – di essere i primi, noi piemontesi, a non valorizzare il resto dell’arco alpino di cui possiamo godere. E a farci surclassare, rigorosamente inermi, in termini di attrattività turistica, da Regioni quali Lombardia e Veneto.

Ora, dimenticate Veneto e Trentino – Alto Adige: il patrimonio dolomitico che possono vantare rappresenta una forza turistica sulla quale noi non possiamo far leva. Ma, certamente, da qualche parte dovremmo pur iniziare a valorizzare le nostre cime. L’assenza di catene e massicci dolomitici accomuna l’arco occidentale delle Alpi. Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta, a essere precisi (certo, ci sarebbero le Alpi Liguri – la cui altitudine media è troppo risicata per offrire una valido termine di paragone – e le montagne cuneesi sono in minima parte costituite da roccia dolomia, ma da qui a presentarle come patrimonio dolomitico ce ne passa). Sorge lecita, dunque, la domanda: perché Valle d’Aosta e le aree montane lombarde canalizzano più turismo che il Piemonte? Per la Valle d’Aosta, la risposta sta in una certa consolidata percezione che i visitatori hanno della Regione. Trattandosi di territorio esclusivamente alpino, insieme alla heimat dei cugini trentino-tirolesi, rappresenta la regione montana par excellance. Il confronto si restringe, dunque, alle sole terre lombarde e piemontesi.

La Val di Susa è, orograficamente, tra le valli italiane con più affinità con la Valtellina (e viceversa). Rispetto alla corrispettiva lombarda, tuttavia, gode di un minor numero di infrastrutture destinate alla ricettività turistica. La Valtellina è più industrializzata, ha un tasso di consumo di suolo ben più ampio e un consistente tasso di traffico su gomma. Ma a passare è, purtroppo, l’immagine della Val di Susa come area inquinata, non della Valtellina (e in questo il dibattito Sì TAV/No Tav contribuisce). Fattore che i turisti indirizzati alle località d’alta quota tengono in considerazione. Ragion per cui, almeno momentaneamente, la Val di Susa non rappresenta una leva su cui la Regione Piemonte possa far leva per rilanciare il turismo.

Restiamo in provincia di Torino: come Sondrio ha le valli minori, ad affiancare la conca principale, così Torino può contare su Valli di Lanzo o Val Sangone. La mancata implementazione delle strutture destinate al turismo rappresenta, anche in questo caso, il discrimine. Come Sondrio ha un suo parco nazionale, quello dello Stelvio, condiviso con il Trentino – Alto Adige, così Torino ha il Gran Paradiso, condiviso con la Vallée.

Trascurando le impressioni che si hanno attraversando la prima parte della Valle Orco (attrattività turistica sotto zero, frazioni abbandonate a se stesse, edifici diroccati e strade dissestate), si potrebbe comodamente affermare che Ceresole Reale e il parco nazionale nel quale è sito rappresentino un’area di potenzialità turistica altissima e inespressa. Le caratteristiche per rendere la zona appetibile al turista medio ci sono tutte: Comune parte del circuito Alpine Pearls, alta qualità dell’aria, natura incontaminata, scenari mozzafiato, possibilità di svolgere attività all’aria aperta di qualsiasi genere e difficoltà (dai sentieri più semplici alle vie alpinistiche più complesse, fino alle attività sportive legate al lago), flora e fauna ricchissime.

Cos’è che manca, allora? Manca un’azzeccata comunicazione mediatica, che sappia valorizzare l’area in Italia e all’estero, presentandola come una delle più belle del territorio nazionale. Perché di questo si tratta. E mancano gli investimenti per adeguare le strutture presenti, rendendole competitive con la sovrasviluppata Valtellina.

Dovremmo quindi abbandonare rigettare la spirito selvaggio della valle, industrializzandola e privandola del proprio fascino caratteristico? Assolutamente no. Ma dovremmo adeguarla per poter convincere quella fetta di turismo dedito esattamente ad ambienti selvaggi e ancora parzialmente incontaminati, che qui troveranno pane per i loro denti. Sottraendola alle altre aree geografica sotto tutela del Belpaese. Stelvio in testa.

Non è una missione perseguibile dalla sola classe politica. La mentalità montana deve imparare a scendere a patti con se stessa, imparando dai tirolesi il culto dell’ospitalità. Che, diciamocela tutta: un po’ manca, a noi piemontesi e valdostani. Certo, la comunicativa i trentino-tirolesi ce l’hanno nel sangue, abitando da secoli una valle di passaggio, di commercio e di scambio interculturale, qual è appunto la Val d’Adige. Il modello a cui far riferimento è ben tracciato, e si identifica in una forma di turismo sostenibile ma allo stesso tempo adeguato alle esigenze della contemporaneità. Che sappia valorizzare ciò di cui si dispone, senza perdersi in inutili retoriche in stile “ma quant’è verde l’erba del vicino”, fallimentari e umilianti a priori. Badate bene: tutto questo ve lo racconta qualcuno che nel Canavese montano ci è nata e cresciuta. Non qualche bacchettone di città che viene a cantar morale.

Ciò che serve, per valorizzare l’intero arco alpino piemontese (di cui il Gran Paradiso è un esempio, ma che è facilmente affiancabile da immagini della Val Grande d’Ossola o della cuneese Valle Maira) è una ritrovata capacità e spirito d’accoglienza verso il turista, fondi per l’adeguamento delle strutture e una vetrina mediatica. Infiorettata a dovere, per mettere in mostra tutto il bello che possiamo vantare.