TAV, Si o No? Piazze torinesi a confronto, tra analogie e differenze

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 09/12/2018


La tentazione di paragonare le ultime due “piazze” torinesi c’è. Ed è dietro l’angolo. Ma, numeri similari dei partecipanti a parte, si tratta di due forme d’adunata assai differenti, sotto una notevole molteplicità di aspetti.

In primo luogo, la piazza del 10 novembre scorso è espressione della società civile locale, il cui malcontento va ben oltre la diatriba SI TAV/NO TAV. Oltre le bandiere inneggianti alla costruzione della tratta ad alta velocità in Val di Susa, i quarantamila di Sì, Torino va avanti hanno aderito alla chiamata della madamine in risposta a una serie di politiche della giunta comunale pentastellata. La dichiarazione di Torino città TAV free è stato, semplicemente, l’ultimo atto del dramma che ha definitivamente distanziato larga parte della società civile torinese dai propri rappresentanti. Il divorzio definitivo di Torino dal suo Sindaco. La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sarebbe da ingenui credere che i manifestanti fossero accorsi soltanto per esprimere sostegno al TAV. La disputa si è svolta intorno a una specifica vision di città. Una specifica idea di spazio urbano, contrapposta alle tendenze manifestate dalla giunta nei primi due anni e mezzo di mandato.

La piazza dell’8 dicembre è, al contrario, frutto di una molteplicità geografica non indifferente. A far incrementare in maniera esponenziale il numero dei partecipanti è stato l’apporto dei provenienti dal resto d’Italia. Una marea umana che, al contrario della folla di Piazza Castello del mese precedente, si è radunata per esprimere le proprie posizioni attorno a un unico tema.

Terza differenza: la piazza del 10 novembre si è organizzata in funzione antitetica a uno specifico gruppo dirigente. Dal centrosinistra alla Lega, passando per radicali e democristiani, tutti uniti dalla contrarietà verso le politiche di Appendino & Co. Per la serie “il nemico del mio nemico è mio amico”. Una piazza coesa più che da una certa visione ideale, da un certo interesse collettivo.

La piazza No TAV, invece, ha agglomerato un popolo che, pur geograficamente variegato, non si è riunito per opposizione politica a una certa fazione, bensì per sostegno idealistico a una causa comune. Una piazza costruita per negazione nel primo caso, per consenso attorno a un principio comune nel secondo.

In ultimo luogo, mentre la manifestazione del 10 novembre si è costituita per aggregazione intorno a un progetto ideato da uno specifico gruppo di leaders, la piazza dicembrina ha fatto dell’assenza di uno specifico comitato direzionale un marchio di fabbrica.

Entrambe hanno palesato spettri politici del tutto trasversali, non vincolati partiticamente, per quanto i partiti abbiano tentato di ergersi a paladini dell’una (Lega e Forza Italia) e dell’altra (M5S). E, in uno dei periodi di più aspra contrapposizione partitica di una società frantumata, fa piacere. Significa che andare oltre le divisioni di bandiera si può. E ci si può unire nel sostegno a obbiettivi comuni. Se le due manifestazioni si fossero svolte un decennio fa, si sarebbero potute facilmente etichettare come “di destra” la prima e “di sinistra” la seconda (anche considerando i gruppi partecipanti o che hanno dato sostegno all’una piuttosto che all’altra). Oggi, dovendo fare i conti con un asse politico confuso, che rigetta le tradizionali categorie politiche, definizioni di questo tipo sono impossibili.

Si badi bene: non è mia intenzione criticare o elogiare spropositatamente alcuna delle due manifestazioni. Entrambe hanno segnato un altissimo momento di partecipazione politica da parte della cittadinanza, come non si vedeva da parecchio tempo (adunate partitiche escluse). Ed entrambe hanno dimostrato che esiste un vuoto, che la politica vecchia e nuova non è stata capace di colmare: la società civile è viva e vuole esprimersi per occupare quel vuoto.