Chi non compra il Salone: Pazzi per Torino e madamine prendono atto, e si ritirano

di REDAZIONE
pubblicato il 07/12/2018


Dalle ultimissime vicende del Salone emerge una verità: la società civile non possiede i mezzi necessari a guidare quell’auspicata svolta reclamata per Torino. Perché non basta avere buone intenzioni per condurre un certo tipo di battaglie. Quella per l’acquisto del marchio del Salone con tutti gli annessi, per esempio. Per quelle ci vogliono i soldi. Ma parrebbe che i “Pazzi per Torino” non se ne siano accorti. Così, in replica a un’intervista rilasciata a Repubblica dal direttore del Salone, Nicola Lagioia, sulla relativa pagina Facebook compare uno stizzito post he, con la pretesa di “fare chiarezza”, fa di un certo becero vittimismo la propria costante.

“FACCIAMO CHIAREZZA.

Il Direttore del Salone del Libro di Torino, Nicola Lagioia, ha rilasciato oggi un’intervista alla cronaca cittadina de la Repubblica, dove si esprime ancora una volta a proposito della nostra iniziativa ‘Pazzi per Torino- Salviamo il Salone del Libro’.
È chiaro a questo punto che il Direttore e’ a conoscenza di disegni, di intenzioni e di fatti che a noi non e’ dato sapere.
Non abbiamo motivo di eccepire, dunque, che egli abbia pienamente la situazione sotto controllo.
Ne siamo felici.
Abbiamo creduto che così’ non fosse.
Apprendiamo che la prossima edizione del Salone Internazionale del Libro si farà e si farà a Torino, magari con un’altra denominazione, ma sarà comunque qui nella nostra città.
A Lagioia che il marchio migri altrove poco importa e, com'egli stesso dichiara, la fiera ‘’sarà un successo".
Pare, pertanto, che la nostra iniziativa volta a raccogliere i fondi per acquisire il marchio, al solo scopo di farlo restare a Torino, non solo non sia necessaria, ma, forse, neppure gradita.
Si vorrebbe che il nostro impegno di buoni cittadini si limitasse ‘a pagare le tasse’ e a restare spettatori che acquistano il biglietto di ingresso.
Ciononostante avvertiamo il rischio che la nostra gioia di sostenitori del Salone possa trasformarsi nella tristezza di vedere che un’altra eccellenza torinese lasci la nostra Città.
Ma tant’è.
Non esiteremo a recuperare tempo alle nostre professioni ed a continuare a coltivare le altre nostre passioni.
Nelle prossime ore valuteremo se e come proseguire la nostra iniziativa, ben sapendo che la generosità dei contributori, dei sostenitori e di tutti coloro che credono e lavorano a questo progetto, in ogni caso, non sarà vana.
Non vogliamo certo impegnarci, senza altri fini se non quello di aiutare la nostra città a salvare un pezzo della sua storia, se le persone a cui abbiamo teso una mano non reputano il nostro contributo necessario.
La storia insegna che ‘’quando cento fiori fioriscono e cento scuole di pensiero gareggiano" si cresce tutti insieme. Ma se si preferisce tagliare gli steli, non rimane che il deserto, con buona pace dei Ronaldo.”

Il problema, in tutto ciò, è che nessuno, tantomeno Lagioia, ha mai considerato la proposta poco gradita. Più che altro, si tratta di un’iniziativa destinata a cadere nel vuoto nel momento in cui entreranno in gioco capitali ben più importanti: fondazioni bancarie e imprenditori. E pare strano che uomini adulti non l’abbiano capito da subito. Così al post replica direttamente Lagioia con un doppio commento.

“Se posso permettermi (visto che vengo tirato in ballo io direttamente, lo dico anche oggi su Repubblica, questa volta ho dettato io il virgolettato, lo trovate sul giornale) non ho mai detto che la vostra iniziativa non è utile. Tutto il contrario. E' utile se si tiene conto dell'offerta che se ho ben capito arriva dalle fondazioni bancarie e delle esigenze dei fornitori. Tutto qui. A scanso davvero di equivoci che non servono a nessuno, copio/incollo le parole che ho dettato ieri al giornale: "Più volte ho detto che l'iniziativa del gruppo 'Pazzi per Torino' è un segnale di grande amore per il Salone, un segnale che chi lavora e ha lavorato perdendo il sonno per la manifestazione anche quando veniva data per finita, apprezza molto. E certamente non ho detto, e non penso, che l'iniziativa sia inutile. Ho detto al contrario che può essere molto utile se è in grado di migliorare la situazione esistente, tenendo conto sia delle offerte che già si sono palesate che delle esigenze dei fornitori. Neppure penso che la questione del marchio non abbia importanza. Ha importanza eccome! Ritengo però che, comunque vada il 24 dicembre, il Salone del libro si farà qui a Torino. Noi lotteremo ogni secondo del nostro tempo perché sia così, come del resto abbiamo fatto in tutte le situazioni di emergenza - e non sono poche - in cui ci siamo trovati. Chiunque ci aiuti davvero a farlo, ha tutta la nostra gratitudine. Detto questo, sempre a disposizione per qualunque tipo di confronto".

“E anche (perché la chiarezza sia completa) la metafora calcistica: ho detto alla giornalista che il vero segreto del Salone (il Ronaldo collettivo, se così possiamo dire) è la squadra, i lettori, il territorio (cioè Torino), e che, se tutto dovesse andare male (perché l'asta è pubblica e tutti possono partecipare), quella forza (la squadra del Salone che è sempre pronta a ogni sacrificio e lavora sempre con grande umiltà, i lettori, la partecipazione di tutto il territorio) resta qui a Torino. Anziché la metafora calcistica avrei potuto metterla con Shakespeare: "una rosa profumerebbe forse di meno, se avesse un altro nome?" E certo, il nome della rosa è comunque importante. Ho detto tra l'altro alla giornalista che insieme con il nome l'asta del marchio comprende anche le sale, pure molto importanti per organizzare il Salone, ma temo che forse per motivi di spazio questo altro dettaglio sia saltato. Tenete tra l'altro conto che, mentre si lotta per il marchio, noi dobbiamo anche rassicurare un migliaio di editori che il Salone comunque (marchio o non marchio) si fa qui. Perché se abbiamo il marchio ma non abbiamo gli editori, è finita. Insomma, destreggiarsi in questa situazione non è affatto semplice. E certo, senza marchio diventa tutto più difficile. Detto questo, comunicare attraverso la mediazione delle rispettive interviste (ricordatevi sempre che i titolisti la sparano grossa al di là dei virgolettati, è il loro mestiere) mi sembra il modo migliore per fraintendersi. Tutto più facile se ci si sente o ci si vede direttamente, no? Io ora sono a Roma perché iniziano gli incontri per il Salone di Più Libri Più Liberi. Ma se volete chiamarmi, o volete che vi chiami, con grande piacere ci parliamo.”

Al quale fa seguito un ennesimo post del comitato Pazzi per Torino con il quale si annuncia la destinazione dei fondi già raccolti.

“Ecco il dono per chi ha versato un contributo al “Comitato Pazzi per Torino”per salvare il Salone del Libro.

Si tratta di una stampa di un’opera che l’artista Sabrina Rocca ha realizzato per noi.

Con Eppela, la piattaforma di crowdfunding, abbiamo scelto questa forma di “ricompensa” per tutti i sottoscrittori.

L’opera non conterrà, come previsto in origine, sul dorso di ciascun libro, i nomi di tutti i salvatori del Salone, perché ci fermiamo qui.

Perché ci fermiamo qui?

Ci ha preoccupato lo scioglimento e la liquidazione della Fondazione per Libro.

Apprendere poi che il marchio ed i beni ad esso collegati sarebbero stati messi all’asta, ci ha spinti a riunirci.

La lettura del bando di vendita, in particolare laddove si ordina “ che l’aggiudicatario dell’asta si impegni già in sede di partecipazione alla stessa ad assicurare la continuità delle attività culturali svolte dal Salone del Libro, direttamente o tramite terzi affidatari, in ragione del fatto che il compendio vincolato è testimonianza e ricaduta materiale di una attività culturale di grande rilievo la cui permanenza nel panorama culturale nazionale è di interesse generale” ci ha ulteriormente convinti che non si poteva rimanere fermi. Bisognava agire.

Il fatto cioè che il marchio e la continuità del Salone potessero migrare altrove, privando ancora una volta la nostra Città di un’eccellenza con forti ricadute economiche, sociali e culturali, ci ha allarmato.

Per questo abbiamo promosso la raccolta fondi. Perché il salone del Libro resti a Torino.

La risposta è stata straordinaria, sia in termini di partecipazione sia di contributi economici, ma soprattutto abbiamo stimolato un più ampio dibattito sul futuro del Salone.

Restituiremo tutto ciò che il Comitato riceve, ma dobbiamo dire stop ai contributi.

Ci fermiamo perché le dichiarazioni pubbliche di chi ha la responsabilità di difendere il marchio e organizzare la prossima kermesse hanno escluso in maniera categorica che vi sia un pericolo per il Salone.

A rischiare, semmai, sarebbe il marchio. Ma anche qui risulterebbe che vi siano delle “offerte che si sono già palesate”, garantendone la continuità.

Non possiamo che fare il tifo per chi ha il nostro medesimo obiettivo: che il marchio e con esso il Salone restino a Torino.

Missione compiuta dunque? Per quanto ci riguarda sì.

Se il Salone resta a Torino, sì.

L’energia positiva e propositiva, generata insieme a tanta parte della comunità cittadina, è ora patrimonio del Salone.

A noi il compito di non disperderla, alle Istituzioni la responsabilità di non deluderla.

Una storia così non si cancella!

Missione realmente compiuta? No, trattandosi di una missione neanche lontanamente inaugurata. Che il comitato fosse mosso da reali buone intenzioni non vi è dubbio. Così come non vi è dubbio su come le buone intenzioni fossero accompagnate da una puerile ingenuità. Impressione rafforzata dalla dichiarata volontà di rimettere il marchio, una volta acquistato, in mano pubblica (la stessa mano che ne ha causato il dissesto). Più accorte, da questo punto di vista le madamine: anche da parte di Sì, Torino va avanti si era levata una proposta di acquisto del marchio della fiera editoriale, caduta nel vuoto non appena le donne di Piazza Castello hanno compreso la dinamica della futura asta. Hanno, quantomeno, fatto una figura più dignitosa.