Guido Montanari, vicesindaco di Torino

Democrazia violata: un problema di semantica

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 02/12/2018


La rappresentante degli studenti universitari torinesi Piergiovanni proclama la contrarietà al progetto TAV del corpo studentesco. Il vicesindaco Montanari sfilerà, assai probabilmente, con la fascia tricolore sul petto alla manifestazione dell’8 dicembre. Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, dichiara la compattezza del mondo imprenditoriale in favore del TAV. Tre esempi, tratti rispettivamente dal mondo studentesco, politico e produttivo, ma che risultano declinazioni differenti di una stessa, pessima, fenomenologia dell’agire politico e mediatico. La quale individua nel travalico degli ordinari limiti istituzionali il costante modus operandi della comunicazione del terzo millennio.

La rappresentante studentesca, evidentemente ubriacata dalla possibilità di esibirsi di fronte al Presidente della Repubblica – perché le sue parole sono state il collante di nientepopodimeno che di un’esibizione da circo – ha velocemente dimenticato i confini entro i quali i propri discorsi e le proprie prese di posizione dovrebbero rimanere inclusi. Dimenticando, inoltre, che alle elezioni universitarie con cui è stata chiamata a ricoprire la carica hanno votato il 7% degli studenti torinesi.

E, di quella risicata percentuale, poco più della metà si sono espressi favorevolmente nei suoi confronti. Non voglio tuttavia che le critiche si fondino sui numeri riportati, che per quanto indicativi restano secondari. L’errore sta nell’aver eretto a pensiero unico quella che si qualifica a tutti i titoli come un’opinione personale. E nulla di più. Arrogandosi prepotentemente il diritto di parlare a nome di un corpo unitario che, nella realtà dei fatti, non esiste.

La ragazza, probabilmente assai poco istruita in fatto di principi liberali, ha scelto di dimenticare che qualsivoglia soggetto o corpo sociale non è che una sovrastruttura. Un costrutto astratto volto a far convergere nello stesso insieme organi o individui che non hanno tra di loro nulla a che fare. Nello specifico, trattandosi di un tema polarizzante e complesso come la costruzione della Torino-Lione, è del tutto lecito che gli studenti torinesi possano nutrire opinioni differenti.

E non si capisce come mai la Piergiovanni si sia fatta portavoce della propria ideologia presentandola come totalizzante. Lo spazio comunicativo che un rappresentante studentesco può calcare di diritto è quello relativo a certi aspetti della vita universitaria, non di qualsivoglia tematica relativa alla sfera pubblica. Nemmeno in virtù di una maggioranza elettorale, per di più pari a circa il 4% dell’intero corpo studentesco.

Discorso che vale, in misura assai maggiore, per le dichiarazioni del vicesindaco Montanari. Quel “Noi non rappresentiamo, ma solo quelli che ci hanno scelti” è emblematico della contraddittoria scelta di scendere in piazza con la fascia tricolore, ambendo, tuttavia, a rappresentare una selezionata parte del corpo sociale.

Perché in quella fascia, che dei principi costituzionali comuni è estensione, converge la cittadinanza tutta. Compresa di coloro che al TAV si dichiarano favorevoli. Non certo un esclusivo gruppo elettorale. Montanari è del tutto libero di andare a manifestare per gli ideali in cui crede, ma la scelta di farlo da portavoce di principi comuni condivisi dalla totalità della comunità torinese è aberrante e volgare. Travalica i confini del sano istituzionalismo. Scelta che rimarca la dichiarazione di Torino città TAV-free votata dal consiglio comunale poche settimane or sono. Ancora una volta si pretende di erigere la filosofia di una parte a principio comune.

Discorso che vale anche per il terzo degli esempi riportati: Vincenzo Boccia, chiamando a raccolta il mondo imprenditoriale piemontese (ma non solo) il 3 dicembre, a Torino, fa leva su una presunta unità d’intenti della classe produttrice del Paese. Come se l’essere imprenditore precluda la possibilità di essere contrario all’alta velocità in Val Susa.

Anche le dichiarazioni del presidente di Confindustria sono emblematiche di una divampante – e assai pericolosa – filosofia che fa del collettivismo la propria bandiera principale. Che pretende di uniformare la molteplicità di punti di vista riducendoli all’uno. Che ignora l'individuo, e insieme il suo credo e le sue esigenze, in nome di fisionomie sociali svuotate del loro valore.

Prima di entrare nel vivo del dibattito relativo al TAV, un buon numero di esponenti del mondo politico, imprenditoriale e civile dovrebbero imparare a identificare i paletti etici posti quali vincolo delle relative scelte comunicative. E a non oltrepassarli. Perché la questione di fondo, qui, non è una tratta ferroviaria: è un certa filosofia di concepimento dello spazio civico piuttosto che un’altra. È, a tutti gli effetti, un quesito di filosofia morale: quanto gli ambasciatori del mondo civico sono autorizzati a esprimersi a nome dei governati? Dilemma che chiama a raccolta, da secoli, menti assai più fini della mia. E non sarò certo io a risolvere la questione in una manciata di righe.

Motivo per cui mi congedo da voi, cari lettori, con un invito: sappiate essere migliori della classe politica che ci governa, anche nelle parole. Smontiamo, una volta per tutte, la bufala secondo la quale a certe declamazioni non vada data importanza, proprio in quanto esternazioni dettate (spesso) dall’emotività. La semantica ha un peso specifico assai più rilevante di quello che si vuol far credere in questi tempi. La semantica definisce ciò che siamo. Impariamo a usarla con criterio, e forse la politica prenderà nota.