Chi compra il Salone? Comitati civici e altre leggende metropolitane

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 24/11/2018


Nulla fa rizzare i capelli in testa a un torinese più della possibilità che il Salone del Libro possa traslocare altrove. E, in vista dell’asta del 24 dicembre, la società civile pare essersi mobilitata per vincolare i destini del marchio Salone Internazionale del Libro alla città di Torino. I mantra sono sempre gli stessi: schieramenti trasversali di individui responsabili, apartitici ma non troppo, pronti a investire di tasca propria.

Ieri La Repubblica riportava – non troppo specificatamente – il progetto di chi sta dietro le quinte della pagina Facebook Pazzi per Torino, salviamo il Salone del Libro. Irma Ciaramella, avvocato, Pier Luigi Balducci, creativo e pubblicitario, Carola Casagrande, fotografa, Massimo Dibraccio, sociologo, e due politici di lungo corso come Roberto Tricarico (ex assessore comunale a Torino) e Franco Botta (ex UDC, oggi confluito in Fratelli d’Italia) si sarebbero attivati per acquistare il marchio. Lunedì la prima riunione, e poi via alla costituzione del comitato per la gestione della piattaforma di crowdfunding.

L’articolo di Repubblica riporta dichiarazioni degli aspiranti salonisti, alcune delle quali meritano di essere commentate.

L’ipotesi è quella di affidare il marchio in licenza a un soggetto pubblico che dia garanzie di fare il Salone ogni anno, mantenerlo a Torino e farlo crescere. La scelta sarà tra il Comune di Torino e il Circolo dei Lettori”. Che è come far uscire il ladro dalla porta per farlo rientrare dalla finestra. La politica, origine prima dei mali del Salone, si ritroverebbe tra le mani una macchina ripulita dai debiti, con cui poter fare la splendida un’ennesima volta. Che si tratti di Comune o Circolo dei Lettori è indifferente, poiché alla guida del secondo c’è la Regione.

Gli enti pubblici alla guida delle passate edizioni si sono rivelati inadatti a gestire la manifestazione. Non sono in grado di farlo direttamente né tramite i propri enti strumentali. “Non hanno la possibilità di gestire una fiera complessa con le logiche e l’agilità del privato. E non possono competere dal punto di vista commerciale. Lo dimostra il fatto che per assumere persone con un know how specifico e costruito negli anni, si prefigurano per legge bandi difficilmente gestibili con criteri oggettivi”, come dichiarato lo scorso agostodai fornitori del Salone.

In secondo luogo, mi preme sottolineare come la frase “Nessuna contrapposizione con fondazioni bancarie e creditori” sia totalmente priva di fondamento. Trattandosi di un’asta, è abbastanza evidente che qualsivoglia soggetto privato intenzionato a parteciparvi diventi, evidentemente, un avversario.

La proposta elaborata dalle madamine di Sì, Torino va avanti, invece, si differenzia dalla prima per il budget con cui i torinesi sono invitati a partecipare: 11 euro (i Pazzi per Torino suggerivano una spesa di 10 euro pro capite da parte di 50.000 torinesi), richiesti ai 45.000 aderenti al gruppo Facebook fondato il mese scorso. Ma, un conto è organizzare una manifestazione, un conto è farsi carico delle responsabilità che comporta un evento culturale di tale portata. Come riportato nella lettera pubblica diffusa ieri dagli stessi fornitori si cui sopra, e creditori verso la Fondazione per il Libro: “l'assegnazione del marchio è solo un elemento propedeutico all'organizzazione dell'evento fieristico vero e proprio. La produzione di un evento come il Salone in un tempo brevissimo, poco più di 4 mesi (da gennaio a inizio maggio), richiede il lavoro e il coordinamento di centinaia di professionalità fortemente specializzate.”

In entrambi i casi, le domande che il cittadino invitato a partecipare all’acquisto potrebbe porsi sono le stesse, e del tutto lecite. Perché consentire a comitati della società civile di acquistare il marchio, se i membri che ne fanno parte non possono vantare alcuna esperienza nella gestione di eventi assai complessi, che richiedono la guida di figure altamente specializzate? Una volta acquistato il marchio, chi garantirebbe per il destino del nuovo corso del Salone? A chi sarà affidato in gestione, e secondo quali criteri? Perché garantirne un’amministrazione politica, se la stessa è all’origine del ginepraio in cui versa adesso la fiera? Richiedendo un contributo pro capite, si arriva pressappoco al mezzo milione di euro necessario per acquistare il marchio (la cui valutazione è minore, tuttavia): è stato messo in conto che all’asta potrebbero partecipare enti privati (o anche pubblici, e credo che un pensierino, da parte dell’alta nomenclatura milanese, sia stato fatto) dotati di capitali ben più imponenti? Soggetti che potrebbero velocemente rilanciare il prezzo di vendita, lasciando inermi i comitati civici sabaudi.