Valerio Minato, sguardi su Torino tra arte e social

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 01/11/2018


Torinese d'adozione, Valerio Minato ha fatto di Torino protagonista indiscussa delle sue fotografie. Il successo "social" ha permesso che alcuni suoi scatti fossero impiegati dalle maggiori testate giornalistiche, a coronamento di un lavoro certosino che mette insieme colori alla McCurry, prospettive audaci e tanta dedizione. Nella nostra opinione, il suo lavoro rappresenta uno dei più efficaci mezzi di promozione turistica della città e dei suoi dintorni.

Quando è nata l’idea di fare di Torino un soggetto costante?

L’idea è nata in concomitanza con l’inizio della passione per la fotografia. Quando ho comprato la macchina fotografica abitavo qui, vivevo qui, e quindi la città è stata il primo naturale soggetto dei miei esperimenti fotografici. Ho iniziato a immortalarla perché era ciò che avevo sotto mano.

Quindi è stato un fattore che ha vincolato la scelta di immortalare paesaggi?

No, quello non è stato vincolato. Ovviamente quando si inizia a usare una macchina fotografica si tende a fotografare tutto, dal gatto in casa agli oggettini sulle mensole. All’inizio andavo a tutto campo, senza nessuna pretesa. Non pensavo che quello che allora era un gioco (e lo è ancora adesso) potesse avere un’evoluzione lavorativa. Tra la sperimentazione di tanti tipi di fotografie, sono arrivate anche le prime prove dalla collina, ed ecco perché i paesaggi. Andando avanti ho notato che tra le diverse opzioni quella paesaggistica mi dava più soddisfazione, potendo giocare con una serie di altre variabili come luce, il meteo, le stagioni.

Resta il fatto che a Torino sei ormai conosciuto per gli scatti paesaggistici. Non c’è il rischio che, essendo Torino limitata, si cada un po’ nel monotono?

Per me, come fotografo?

Anche per chi fruisce.

È un discorso abbastanza complesso, perché dal punto di vista personale, del fotografo, dopo sei anni passati a ritrarre Torino diventa man mano più difficile trovare qualcosa di originale. Dopo aver fotografato tanto, e aver pubblicato tanto, andare a ritrarre cose simili a quelle già fatte comporta qualche rischio. Diciamo che in questo momento mi nutro ancora di una buona vena creativa, quindi credo (e spero) che stia riuscendo a non ripetermi troppo. Dal punto di vista di chi fruisce delle mie fotografie in parte sì. Come canale principale di divulgazione ho la pagina Facebook, e tutto il pubblico che ho radunato l’ho convogliato con le foto della città. Quando mi capita di andare altrove, come in Islanda, a Venezia o a Parigi, fotografare e pubblicare, noto che pur venendo comunque apprezzati, i numeri di like e condivisioni sono molto alti, restano lavori che non raggiungono il successo delle foto di Torino. Quello che forse è un fattore limitante è che il mio pubblico si aspetta foto di Torino. Se faccio altro ben venga, ma vedo che il feedback è diverso.

Hai degli scatti che prediligi, a livello di risultato artistico?

Si, ce ne sono tanti. Uno a cui sono parecchio affezionato è il montaggio degli scatti di Superga in quattro condizioni metereologiche differenti. Mi piace molto perché si tratta di quattro scatti che mi sono riusciti tutti abbastanza bene, e perché si vede come la stessa inquadratura possa essere stravolta da condizioni di luce e meteo differenti.

Quali sono le caratteristiche, secondo te, che rendono Torino una città bella da fotografare?

Tante. La sua conformazione e l’ubicazione geografica. Per chi, come me, ama ritrarre paesaggi, offre postazioni molto interessanti, avendo la città in piano e la collina sopraelevata. Caratteristica che ti permette di avere una visuale ampia sulla città. Certi tipi di foto in città di pianura, senza nulla attorno, non le puoi fare. A meno che non si abbia la possibilità di riprendere con droni, elicotteri e quant’altro. Per quanto riguarda la posizione geografica, invece, si ha la straordinaria possibilità di mostrare la città in tutta la bellezza derivante dall’essere a ridosso delle Alpi. Cosa su cui gioco molto, nelle mie foto, grazie a prospettive molto spinte: tutte le foto che faccio con il teleobiettivo, in cui sembra che le montagne siano a ridosso della città. Foto che portano sempre tanti complimenti, ma anche tante critiche e insinuazioni.

Insinuazioni tipo?

Di fotomontaggi. Ma importa poco, la fotografia con il teleobiettivo mi piace molto, potendo creare questi effetti di prospettiva schiacciata.

Che rapporto ha con la fotografia in bianco e nero?

Bella domanda. Come creatore di foto o come fruitore?

Entrambi.

Come fotografo, prediligo molto di più l’uso del colore. Proprio perché per il tipo di ricerca fotografica che svolgo il colore dà un grosso contributo al risultato finale. Il ricercare sfumature di luce come quelle del mattino presto o del crepuscolo, di condizioni meteo particolari, della luce radente dell’alba, necessita, per quello che mi prefiggo di trasmettere, del colore. Il bianco e nero lo uso, invece, non nella maggioranza assoluta degli scatti che faccio, ma spesso quando mi cimento in street photography. Prospettive urbane, come ho fatto tanto a Torino quanto altrove: ad esempio ho usato il bianco e nero per un reportage su Edith Piaf fatto a Parigi per conto di un’associazione italo-francese. In quel caso il B/N mi aiuta a veicolare meglio le impressioni che voglio trasmettere. Come fruitore, semplicemente adoro il bianco e nero, se fatti bene. Soprattutto con il digitale, il bianco e nero bisogna saperlo fare.

Quali sono i fotografi che consideri punti di riferimento?

Potrebbe sembrare banale, scontata, come risposta, ma per la fotografia a colori Steve McCurry. I colori che escono dalle sue foto sono incredibili, ti catturano occhi, cuore e anima. Ho imparato ad apprezzarlo dopo aver letto alcune sue interviste e alcuni suoi libri dove spiega, racconta, narra di quanta pazienza ci sia dietro alla realizzazione di uno scatto. Soprattutto di alcuni, che richiedono una grandissima conoscenza della zona nella quale ti trovi. Per capitare in un posto e fare la foto “bomba” al primo giorno è necessaria una dose di fortuna non indifferente. È necessario raggiungere un posto, fermarsi, imparare a conoscerlo, capire come si orienta la luce, come il sole influenza lo scatto. Mi ha catturato il passaggio dove afferma che per arrivare a fare una foto è tornato nello stesso punto, alla stessa ora, per due settimane di fila. Tutti i giorni, alle 5.40 del mattino, e man mano che si allungavano le giornate sempre prima.

Hai mai ottenuto uno scatto esattamente come lo cercavi?

No, no. Ogni volta che scatto foto che reputo buone, e le post-produco, quando le guardo dico sempre “bella, però avrei potuto ancora fare altro”. Non ho ancora fatto la foto che reputo perfetta. Ne ho fatte di buone, credo, ma non perfette. Sono molto critico con me stesso, e credo sia una cosa buona, perché almeno evita di farti adagiare sugli allori. Se inizi a compiacerti guardando il tuo lavoro, secondo me tendi un po’ a mollare la presa.

Ci sono volte in cui ti capita di cogliere un dettaglio di uno scatto dopo aver fotografato?

Si, quello capita. È anche divertente, per certi versi. Capita che ogni tanto faccia la foto e o per sbaglio entra un elemento che non mi aspettavo, che aggiunge un dettaglio piacevole (tante volte capita anche che rovini lo scatto). Altre volte l’elemento c’è già all’interno dell’inquadratura, non me ne accorgo perché sto focalizzando altro, e lo scopro riguardando il risultato a casa. Salta fuori e magari garantisce quel quid in più all’esito complessivo.

Quanto ti capita di aspettare, in termini di tempo, prima di arrivare allo scatto?

Tantissimo, per certe foto. Dipende, il lasso di tempo può essere variabile. Se si considerano tutti i tempi di uscita fotografica, tra viaggi di andata e ritorno, più i tempi di attesa, anche cinque o sei ore. Quando sono stato in Islanda, per immortalare l’aurora boreale, con Alessandro, il mio compagno di viaggio, iniziavamo a fotografare alle nove di sera e si andava avanti fino alle tre o alle quattro del mattino. Altro discorso se parliamo di quanto devo aspettare prima che si verifichi la condizione ottimale per lo scatto. Ad esempio, per la fotografia delle lune, parliamo di mesi.

Che rapporto hai con la fotografia cinematografica, invece?

È una cosa che, ovviamente, ho iniziato ad apprezzare dopo aver iniziato a fotografare seriamente. Prima guardavo i film senza che cascasse l’occhio sulla direzione fotografica. È bello, affascinante, perché capisci quanta mole di lavoro ci sia dietro a passaggi che diamo spesso per scontati, come il posizionare una cinepresa e scegliere un punto di vista piuttosto che un altro. Per giunta la fotografia di lavori di un certo spessore non è mai lasciata a se stessa, per così dire. A volte serve da spunto: cercare di dare un ordine “fotografico” a una certa ripresa può suggerirmi idee per gli scatti.

Hai anche direttori della fotografia di riferimento?

No, a essere sincero non saprei farti nomi. Però ci sono pellicole la cui fotografia mi è rimasta impressa, pur non conoscendone l’autore.

Potrei provare a citare Roger Deakins, ha curato quasi tutti i film dei Coen ed è fresco di Oscar per Blade Runner 2049.

Ho presente. Non sapevo fosse lui, ecco. Però apprezzo moltissimo la fotografia dei film dei fratelli Coen, oltre che i film stessi.

Ci sono fotografi criticati perché alterano i colori degli scatti. I detrattori si rifanno a una presunta concezione “realista” della fotografia, dove il metro di giudizio è rappresentato dall’esito primo dello scatto, senza ritocchi. Cosa ne pensi?

Sono assolutamente contrario a chi rivolge questo genere di critiche. La fotografia non è la rappresentazione della realtà univoca. La mia fotografia è rappresentazione della mia realtà. La color che un direttore fa su un film è l’effetto che si vuol dare, lo stesso vale per la fotografia. Se faccio un certo tipo di postproduzione su una foto, è perché sto ricercando un effetto particolare. Onestamente trovo un po’ ipocriti i discorsi relativi all’intoccabilità di una foto, perché nel mio lavoro la percentuale di importanza della postproduzione sul prodotto finale è alta. Non dico che sia cinquanta e cinquanta, ovviamente: è molto più importante la base fotografica, lo scatto primario. Con la postproduzione riesco a garantire qualcosa in più, secondo il mio gusto. E poi, va detto: se lo scatto non è buono in partenza, è impossibile renderlo bello anche con ritocchi digitali. Non è possibile “taroccare” oltre un certo limite. Ed è un discorso che vale per tutto: videoclip, serie TV, cinema.