Perché abbiamo perso le olimpiadi: quando la politica non è sufficiente

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 01/10/2018


Nel fantastico mondo social l’esercizio del semplicismo è una ragione di vita che sopisce, ottunde, giustifica. Specie in questi giorni di suicidio olimpico. Tuttavia, addossare le colpe dell’insuccesso olimpico sui soliti noti della politica locale è sintomo dell’incapacità (tipica di molti utenti social) di valutare in modo adeguato e competente tematiche complesse.

Esaltare le responsabilità di Appendino nella mala gestione del proprio gruppo consiliare, a un passo dallo sfaldarsi proprio durante la corsa alle olimpiadi, criticare Chiamparino per l’atteggiamento accondiscendente mostrato nei confronti dei colleghi lombardo-veneti, può contribuire a delineare una minima parte della panoramica generale, di certo fondata, ma incompleta.

Il reale discriminante che ha portato a far ricadere la scelta sul target Milano-Cortina è stata la presenza, in Lombardia e nel Veneto, di una società civile a maglie assai più strette di quelle della decaduta borghesia imprenditoriale piemontese. A Torino è mancato, contrariamente al 2006, il Gianni Agnelli della situazione, che per i giochi aveva assai spronato il mondo politico (anche in funzione di un probabile “effetto vetrina” che contribuisse al rilancio della FIAT).

Il fulcro del mondo imprenditoriale italiano, che negli ultimi due decenni ha compiuto uno slittamento lungo l’asse nord ovest – nord est, ha rappresentato il reale punto di forza del dossier a guida meneghina, capace di individuare nel progetto a cinque cerchi una forma di marchio ombrello capace di valorizzare tutte le eccellenze (e le imprese) del territorio. L’immagine, dal forte appeal, dell’efficienza economica del Nordest italiano ha contribuito in maniera determinante alla definizione della candidatura, al punto da indurre il sindaco Sala a infischiarsene dell’intervento di Roma (ma in futuro si vedrà fino a che punto) e dichiarare che il solo PIL regionale degli organismi coinvolti sarà sufficiente a coprire le spese, con l’ausilio delle generose casse private locali.

Con l’Expo, Milano è riuscita a inserirsi in un circolo vizioso fondato sulla solidità di un brand consolidato: il marchio genera investimenti, i quali contribuiscono al consolidamento dell’immagine cittadina. In tutto questo, l’assopita Torino vive nutrendo false speranze di rendita all’ombra della Madonnina, illudendosi di rappresentare un polo economico di tutto rispetto, seppur di second’ordine. Considerazione sbagliata, ed è su questo cardine che saremo chiamati a valutare l’operato della politica. La cui nomenclatura locale già da tempo è ferma a un bivio: la scelta difficile, con l’impegnativo percorso di rivalorizzazione di una città sempre più in declino, o la scelta facile, relegando Torino al ruolo di banlieu milanese. Ma, si sa: all’ombra delle Alpi i francesismi vanno di moda, che qualche poco illuminato potentato sabaudo cada nel tranello è assai probabile.