Il caso Ricagno: come Appendino ha riciclato i non eletti del M5S affidando poltrone pubbliche

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 30/09/2018


Chi è Marco Ricagno, nuovo rappresentante del Comune nel consiglio d’indirizzo del Teatro Regio.

Premetto: si tratta di ordinaria amministrazione, per la politica, individuare in profili “amici” i destinatari dei ruoli guida delle istituzioni pubbliche. Così è stato fatto per decenni, così si continuerà a fare per altrettanti decenni. A indispettire è, piuttosto, la disparità tra quanto affermato in campagna elettorale e quanto poi operato dalla giunta. Perché, se presenti il Movimento come antropologicamente antitetico rispetto a tutti gli altri, e poni come discriminante tra cittadino onesto e cittadino in malafede l’appartenenza a questo piuttosto che a quel gruppo, poi certe cose non puoi permettertele. Ma nessun governante, che non riveli i tratti di un deciso e profondo autolesionismo, affiderebbe una poltrona pubblica a qualcuno che non sia della propria area politica. In quest’ottica, la scelta di Ricagno è ineccepibile.

Così, rinnegando tutto ciò che abilmente propagandava nel periodo in cui era consigliere comunale, Appendino presenta un avviso di nomina (un bando al quale tutti i cittadini che anelino occupare certi scranni pubblici possono rispondere) del tutto farlocco, dal quale casualmente sbuca il nome di Marco Ricagno: il nuovo rappresentante in consiglio d’indirizzo, può vantare lo stesso grado di esperienza tanto con la musica quanto con la politica. Il buon Ricagno era infatti candidato alle comunali del 2016 in quota M5S, non risultando eletto. Come lui, anche l’architetto Sasso, amico di Beppe Grillo, relatore del dossier olimpico per Torino 2026, aveva ricevuto incarico (e stipendio) pubblici pur essendo stato puntualmente trombato alle elezioni 2018. Una legge vieta forse di riciclare i silurati della politica? No. Ma il fatto dimostra come, a dispetto delle belle parole, l’attuale giunta sia morfologicamente assai simile alle precedenti, e di come si nutra dell’illusione ingenua e goffa di operare nel migliore dei modi possibili.

IL CURRICULUM – Non mi scandalizzerei neppure, se il nome di Ricagno fosse convincente. A dispetto delle tendenze politiche, se un profilo è valido non vedo perché criticarlo a priori. Il bandolo della matassa, in tutta la faccenda, è che quello di Ricagno non è un profilo troppo valido, né tantomeno esaltante. Certo, non è lui a rivestire il ruolo di sovrintendente o direttore artistico (ma anche in questo caso, abbiamo i nostri dubbi relativamente alla scelta operata), quindi la sua area di intervento nelle vicende artistiche del teatro è limitata. Ma poter contare su opzioni quotabili in tutte le posizioni chiave faciliterebbe le ambigue sorti del Regio.

Secondo quanto riportato nel curriculum, Ricagno è “cantante, compositore, regista, maestro concertatore, organizzatore di concerti, spettacoli, eventi artistici, musicali, teatrali, culturali, esposizioni, mostre, autore di revisioni musicali, libretti”. Manca un Premio Oscar, una vittoria alla Prova del Cuoco, uno stage presso una multinazionale di ascensori (ma quel posto, al Regio, è stato già abilmente preso da Graziosi), la fascia di Miss Italia e un po’ di nebbia in Val Padana. Quella, si sa, non è mai di troppo: quantomeno ci impedirebbe di constatare le tristi sorti nelle quali è precipitato il Regio.

Sarebbe lecito aspettarsi che, con un curriculum tanto altisonante, di esperienze internazionali Ricagno non sia deficitario: e, invece, le esperienze lavorative sembrano essere confinate strettamente all’interno delle mura di un Conservatorio. Di Torino? Di Milano? Di Napoli? No, di Aosta. Non esattamente il massimo, per una istituzione lirica sempre più in caduta libera, tanto a livello finanziario quanto d’immagine.