Il prezzo della democrazia: perché il M5S ha lasciato sola Chiara Appendino

di ILARIA CERINO
pubblicato il 21/09/2018


La cronaca ufficiale racconta come Di Maio e Grillo siano dovuti accorrere in soccorso del loro sindaco principale (Raggi fa storia a sé) per sostenerla nel progetto olimpico e ricondurre nei ranghi i dissidenti. Ma chiunque leggesse tra le righe dell’incontenibile propaganda gialloverde riconoscerebbe che qualcosa, nella vicenda olimpica, non torna.

A partire dal ruolo di Chiara Appendino: della sua buona fede verso la candidatura cittadina sono abbastanza convinto (o, quantomeno, ci spero). Della capacità di far fronte, da sola, a una manovra di accerchiamento di consiglieri comunali e governo, no. Che a qualcuno in Sala Rossa la candidatura olimpica non andasse a genio, è fatto trito e ritrito. Che certi esponenti del governo nutrissero la stessa opinione, no. L’attuale governo è nato sulla base di un contratto reso pubblico dal primo istante, ma se qualcuno davvero crede che le manovre politiche per formare un governo siano confinate e si esauriscono nello spazio delle quattro mura sede d’incontro tra i vertici gialloverdi, lasciatevi dire che quel qualcuno è davvero ingenuo, oltre che ignorante.

Boicottare la candidatura del capoluogo piemontese è servito, principalmente, a due scopi: in primo luogo per silenziare l’opposizione interna al M5S in consiglio comunale. Sotterrare forzatamente l’ascia di guerra per consentire al Sindaco di concludere gli anni di mandato, che a maggio scorso pareva potesse concludersi nel giro di qualche ora. Non so se Appendino fosse complice di tutto questo: ma è difficile credere che, nello stato di impasse governativa in cui versa, l’idea non l’abbia sfiorata, a giochi fatti o meno.

In secondo luogo, il privilegiare Lombardia e Veneto, da parte del governo, in luogo del Piemonte, equivale a un ricatto bello e buono. Si tratta dell’ennesimo muro innalzato da Salvini, Toninelli & Co. contro l’area subalpina. Dopo lo stop al trasferimento dei finanziamenti infrastrutturali e alle grandi opere (contrariamente a quanto fatto in Lombardia e Veneto, dove ad esempio la Pedemontana prosegue la sua costruzione indisturbata) il messaggio è chiaro: siete l’unica Regione del Nord in mano al centrosinistra, nel 2019 votate a destra o la disparità di trattamento sarà all’ordine del giorno. Non mi stupirei se alla base di tutto questo ci fosse un secondo, tacito, contratto di governo. Non scandalizzatevi: è la democrazia, lettori, e ha il suo prezzo. Che a questo giro pagheremo noi torinesi.

Che il masterplan olimpico previsto per il tridente fosse una colossale presa in giro, lo si capiva dalle tre sole competizioni assegnate a Torino, a fronte del numero (irragionevole e ridicolo, per una città in piena pianura) destinato a Milano, con impianti ancora da costruire. La logica è parecchio semplice: porre in essere condizioni impossibili da digerire per far sì che Torino si ritiri da sola, e la colpa ricada sui vertici sabaudi. Ipotesi confermata dalla presenza del secondo dossier, esclusivamente lombardo-veneto, presentato non appena l’ipotesi a tre punte è stata scartata.

Paradossalmente, gli uomini che avrebbero dovuto sostenere a mani basse uno degli esponenti più dignitosi del M5S, sono stati gli stessi che potrebbero aver contribuito ad affossare la candidatura del ticket Torino-Piemonte. L’occasione di recuperare il deteriorato rapporto tra Appendino e i suoi concittadini è stata sacrificata sull’altare del milanocentrismo imperante. In barba alle dichiarazioni, si tratta della solita, vecchia, politica.