Le cinque verità che la vicenda olimpica insegna a Torino e al Piemonte

di ILARIA CERINO
pubblicato il 19/09/2018


Di olimpiadi a tre punte si è parlato a sufficienza, negli ultimi mesi. E, specie nel corso delle ultime settimane, è stato detto di tutto senza giungere a nulla. Il tam-tam mediatico tra istituzioni, il continuo propagandare degli amministratori locali, la posizione di CONI e governo, insegnano, a Torino e al Piemonte, cinque verità.

LE SOLUZIONI DEGLI STANZIAMENTI – Gli investimenti previsti dal governo per il tridente olimpico sono oggetto di scontro all’interno della stessa compagine esecutiva: la Lega spingerà, assai probabilmente, dopo il ritiro dell’opzione sabauda, per dirottare i fondi a Lombardia e Veneto. Posizione del tutto comprensibile, considerato che il Nord-Est rappresenta il prioritario bacino elettorale del Carroccio, e un simile regalo (con i soldi dei contribuenti italiani tutti) rappresenterebbe un immenso passo avanti nella corsa alle prossime regionali. Di Maio si è affrettato a proporre una soluzione regionale agli stanziamenti: le regioni che ospiterebbero i giochi pagherebbero di tasca propria. Posizione di certo più ragionevole, ma si stenta a credere che il leader pentastellato, incapace di offrire adeguato sostegno politico al più importante dei suoi sindaci, Chiara Appendino, possa far valere la propria voce in futuro. 

UNA MANOVRA PER TAGLIARE FUORI IL PIEMONTE – Il casus belli dello scontro tra Regione Piemonte e governo centrale arriva dopo una serie infinita di annunci del ministro alle infrastrutture Toninelli: contrarietà alla TAV, sospensione dell’Asti-Cuneo (realizzata con fondi europei, vale la pena ricordarlo), no al terzo valico, interruzione dell’iter per assegnare fondi per il recupero delle infrastrutture piemontesi. Affermare che i no provengano dal ministro è un insulto, non al galoppino Toninelli quanto all’intelligenza dei cittadini sabaudi. Il messaggio, in questo caso, viene dagli stati maggiori di via Bellerio ed è assai chiaro: alle regionali 2019 votate Lega, o verrete tagliati fuori dalle dinamiche economiche del Nord, a differenza di Lombardia e Veneto. In cui, peraltro, verso alcuna grande opera (come la Pedemontana) si nutrono dubbi riguardo al completamento. Sarebbe quantomeno interessante conoscere la posizione del leader del Carroccio piemontese, Molinari. Che, puntualmente, si è acquattato ai piedi del Capitano senza esporre le istanze dei suoi concittadini (e non è certo la prima volta: nessuna o quasi dichiarazione sul referendum del 21 ottobre nel VCO, dato il favore che la Lega tacitamente accorda al passaggio di Verbania in Lombardia). Conferme arrivano dal fatto che Milano e Cortina, avendo previsto l’esito delle consultazioni, hanno presentato un proprio dossier congiunto (con Torino esclusa) non appena Giorgetti ha dato parere negativo sulla candidatura a tre.

QUESTIONE DI BRAND – Il CONI, da organismo nazionale, è divenuto proiezione degli interessi meneghini a Roma. O si fa supportando il brand di Milano, o non si fa nulla. Questo il messaggio del sindaco Sala alle istituzioni. Con Malagò e il CONI che, prontamente, hanno sostenuto l’idea della Gran Milan capofila. Che il capoluogo lombardo stia vivendo una fase di forte crescita d’immagine a seguito dell’EXPO è innegabile (stessa fase rivalutativa che visse Torino dopo il 2006), e probabilmente per Malagò l’opzione milanese rappresenterebbe una certezza, a livello di marketing. Ancor più certo è che programmare il futuro di tutti i centri periferici del paese in funzione milanocentrica è tanto irragionevole quanto irrispettoso. Perdipiù se fosse il governo centrale a finanziare le olimpiadi. Torino 2006 si risolse in un costo pro capite di 35 euro, per i residenti in qualunque angolo d’Italia. Ripetere errori per puro assunto ideologico sarebbe l’ennesimo insulto verso i cittadini non lombardi.

COSTI, BENEFICI E ELEZIONI – Quanto avevamo già scritto riguardo agli alti costi di recupero e gestione delle strutture piemontesi che avrebbero ospitato competizioni si è rivelato fondato: l’idea alla base del masterplan olimpico era di dirottare a Torino le sole gare da ospitare in impianti la cui costruzione da zero si rivelava troppo onerosa. Se, però si tratta di impianti già edificati, ecco come Cortina viene preferita a Cesana per il Bob (Cesana Torinese è dotata di un impianto più moderno, per giunta). Così, nella tarda giornata di ieri, Malagò dichiarava come ci sia ancora tutto il tempo per Torino per ripensarci e rientrare in partita. A quanto pare le strutture torinesi servono più di quanto non si lasci intendere. I casi che si pongono sono, a questo punto, due: il primo scenario vede il governo colmare i debiti programmati per l’allestimento olimpico. Se il Piemonte partecipa, otterrebbe un margine di profitto economico probabilmente positivo, ma comunque assai limitato. Il secondo scenario, come prospettato da Di Maio, vede le Regioni farsi carico delle spese. E, in questo caso, con i flussi turistici convogliati quasi del tutto a Milano e Dolomiti (che ospiterebbero la quasi totalità delle gare, oltre che le cerimonie di premiazione, apertura e chiusura) la valutazione del rapporto costi/benefici per Torino e Piemonte sarebbe ampliamente negativa.  Milano e le Dolomiti rafforzerebbero l’immagine internazionale del proprio marchio, Torino e il Piemonte no. A questo punto, tanto vale lasciare l’onere della spesa ai diretti interessati, sempre che si dimostrino accondiscendenti verso l’idea di imporre ai cittadini lombardo-veneti tributi addizionali per colmare il debito. Non certo una garanzia, in vista delle tornate elettorali.

QUESTIONE DI CAMPANILE, O FORSE NO – È possibile muovere a Torino l’accusa di campanilismo? No, per due motivi: una città che tutela i propri interessi nei confronti di Milano non è una città campanilista. È un comune che deve fare quotidianamente i conti con un vicino ingombrante, qual è il capoluogo lombardo: se a Milano, per fare politica, pensano superbamente di vincolare i comuni minori a uno stato di vassallaggio, evidentemente qualcosa, nelle dinamiche dei rapporti nazionali, va ampliamente rivisto. In secondo luogo, il solo campanilismo qui è quello meneghino, testardamente arroccato sul granitico (e irrispettoso) assunto della Milano necessariamente capofila. Assunto del tutto labile, che non poteva che provenire dalla città più viziata d’Italia. Ciò che Torino e i torinesi devono sperare, in ultima istanza, è che il CIO rigetti la proposta di candidatura italiana per il 2026 in favore di Stoccolma o Calgary, in attesa che la prossima giunta, privata dei signor no che infestano quella attuale, lanci una candidatura in solitaria di città e valli alpine piemontesi per il 2030.