La follia antisanitaria del 5G in Via Garibaldi

di ILARIA CERINO
pubblicato il 11/09/2018


Torino tecnologica. Torino all’avanguardia. Torino sempre più connessa, Torino multitasking. Ma, dietro la bella facciata venduta da politica e media locali, la verità che si cela è ben altra.

Entusiasta Chiara Appendino, nel propagandare uno di quelli che probabilmente reputa gli straordinari traguardi dell’amministrazione. Quattordici small cell in Via Garibaldi, che renderanno disponibili a tutti i passanti i nuovi servizi 5G e il Wi-Fi gratuito lungo la strada. Antenne radiomobili connesse da 25 km di fibra ottica, risultato frutto dell’accordo tra giunta, Tim e IgpDecaux. Una cittadinanza in festa, nell’ottica di lorsignori, che giubilante avrà motivo di dimenticare i reali problemi della città riversandosi in centro per accedere a Internet in maniera sicura, veloce e semplificata.

“L’amministrazione, che in questo progetto ha fatto squadra con le aziende, crede nell’innovazione tecnologica che diventa un’opportunità da cogliere, per creare lavoro e ampliare i servizi. E per rendere più fruibile e vivibile la città”, ha dichiarato il Sindaco, aggiungendo come sia nelle corde della giunta la volontà di espandere il servizio in altre aree pedonali.

Paola Pisano, assessore all’innovazione, ha precisato: “È giusto che la città offra luoghi dove poter navigare su internet e usufruire dei vari servizi gratuitamente. Immaginiamo questi luoghi come nuovi posti di incontro, dove poter guardare anche un film o leggere un libro online. Un modo per stare insieme, come si faceva una volta quando si scendeva in piazza.”

Occorrono, a questo punto, tre doverose precisazioni. La declamata vivibilità cittadina non si raggiunge, come il Sindaco ritiene, ampliando i servizi di connessione internet. Si raggiunge con oculate politiche ambientali e urbanistiche. Considerando che nel corso dell’amministrazione Appendino a Torino si sono registrati i picchi più alti di sempre di polveri sottili in città, parrebbe più sensato che il primo cittadino dedicasse il proprio tempo a risolvere certe tematiche più spinose. In secondo luogo, il termine “vivibile” affibiato a Via Garibaldi è decisamente fuori contesto: è infatti vero che si offre un servizio ai cittadini di passaggio, ma a quale prezzo per la salute dei residenti?

In terzo e ultimo luogo, è evidente che la permanenza ai piani alti del potere abbia fatto perdere all’assessore Pisano il contatto con la realtà: secondo le fantasiose allucinazioni delle quali ci ha fatto partecipi, non è sufficiente che i cittadini siano connessi allo smartphone per larga parte del loro tempo (3 ore e 25 minuti al giorno in media a persona, secondo gli ultimi studi). Anche quando escono dalle mura domestiche, dovrebbero relazionarsi con l’ausilio dei social media. E, nel caso l’assennato assessore si fosse inoltrato un po’ troppo nel futuro della connessione veloce, gli ricordiamo che ad oggi la televisione è ancora dotata di schermi più grandi di quelli degli smartphone, il che rende due ore di pellicola più gradevoli e meno dannose per la vista. E, per chi volesse uscire per vedere un film, esistono ancora i cinema.

Relativamente all’impatto del 5G sulla salute dei residenti, mi limito a riportare un articolo di Maurizio Martucci (giornalista e scrittore) tratto dal blog de IlFattoQuotidiano.it, allegando una personale domanda: se per AxTo si è provveduto a interpellare (con esiti disastrosi peraltro, vale la pena ricordarlo) i cittadini per la selezione dei progetti per le periferie da finanziare, perché i residenti nei pressi di Via Garibaldi non hanno avuto voce in capitolo nell’installazione del servizio ad alta velocità?

L’ARTICOLO DEL FATTO: “5G e aumento tumori, le ultime ricerche parlano chiaro: il pericolo esiste ed è fondato”Mondiale, la posta in ballo è straordinariamente alta. Non solo nel business, ma nella tutela della salute pubblica. L’ho scritto (denunciandolo) nel mio ultimo libro inchiesta. Lo scontro è tra titani. “Era da aspettarselo – scrive su Facebook, polemizzando con la Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti (Icnirp), Fiorella Belpoggi, ricercatrice dell’Istituto Ramazzini, a capo del più grosso studio al mondo sugli effetti nocivi delle radiazioni da antenne di telefonia mobile (banda 3G) – ora chi di dovere si prenderà la responsabilità di ignorare un pericolo”.

Tra le polemiche, la partita è tutt’altro che chiusa e, clamorosamente, potrebbe riaprirsi: c’è attesa per le nuove linee guida sulla sicurezza per l’esposizione all’elettrosmog, depositati i risultati dell’istituto bolognese (condotto su cavie umane equivalenti, riscontrati tumori maligni su cervello, cuore e infarto) e dell’americano National Toxicology Program (cancro da cellulare),  la scorsa settimana bollati come “poco affidabili” dall’Icnirp, ma presto al vaglio dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro.

Forse per questo, senza dar troppo nell’occhio, negli ultimi mesi stiamo assistendo a una forsennata corsa contro il tempo per implementare l’infrastruttura tecnologica di quinta generazione. Lo dimostrano i 500 milioni di euro prestati dall’Europa a Nokia, i 200mila lampioni LED/Wi-Fi appena installati a Roma e le mini-antenne accese a Torino: se l’Organizzazione Mondiale della Sanità dovesse rivalutare (al rialzo) la classificazione delle radiofrequenze, inserendole tra i “probabili” (Classe 2B) se non addirittura tra i “certi” (Classe 1) agenti cancerogeni per l’umanità, dall’oggi al domani crollerebbe l’intera impalcatura su cui – sbrigativamente – lobby dell’industria wireless e (spregiudicata) politica negazionista stanno costruendo il sogno digitale del 5G. Perché saremo tutti irradiati da una sommatoria multipla e cumulativa di nuove frequenze oggi all’asta, spingendo (presto con riforma di legge?) il campo elettrico nell’aria da 6 V/m a 61 V/m. Ovunque, uno tsunami di microonde millimetriche ci sommergerà: con quali conseguenze? Ecco:

“Aumento del rischio di tumori del cervello, del nervo vestibolare e della ghiandola salivare sono associati all’uso del telefono cellulare. Nove studi (2011-2017) segnalano un aumento del rischio di cancro al cervello dovuto all’uso del telefono cellulare. Quattro studi caso-controllo (2013-2014) riportano un aumento del rischio di tumori del nervo vestibolare. Preoccupazione per altri tumori: mammella (maschio e femmina), testicolo, leucemia e tiroide. Sulla base delle prove esaminate, è nostra opinione che l’attuale classificazione delle radio frequenze come cancerogeno per l’uomo (Classe 2B) dovrebbe essere aggiornata a cancerogenico per gli esseri umani (Classe1)”.

L’aggiornamento della ricerca medico-scientifica nei risultati dei nuovi studi parla chiaro. Il pericolo esiste ed è fondato. E non è uno scherzo, se si pensa all’uso compulsivo degli smartphone: le linee guida redatte nel 1998 dall’Icnirp sono vecchie, se non altro superate dall’incontrastato avanzamento tecnologico, più veloce per sfornare merce Hi-Tech priva di valutazione preliminare del rischio sanitario: l’aggiornamento è urgente, non è procrastinabile.

“Usano le parole magiche ‘incoerenti’ e ‘inaffidabili’ per minare le ultime scoperte – critici, sul blog scrivono i tecnoribelli di No Radiotion for you – accettando e promuovendo studi che mostrano un’immagine più sicura: l’Icnirp si dimostra ancora una volta inadeguato, insignificante e irrilevante”. L’appunto non è da poco: la Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti è quell’organismo (privato) accreditato Iarc-Oms su cui alla fine degli anni 90 l’Unione Europea si basò nel considerare i soli effetti termici (cioè il surriscaldamento del corpo umano irradiato dall’elettrosmog, simulato con manichini riempiti di gel), ignorando le evidenze sui danni biologici.

“E’ giunto il momento di aggiornare e rivedere giudiziosamente le linee guida dell’Icnirp”, afferma l’ex membro (ci lavorò 12 anni) Jim Lin, mentre – come il noto Angelo Gino Levis (ex mutagenesi ambientale Università di Padova) anche Dariusz Leszczyñski (scienziato tra i massimi esperti al mondo, studiò il progetto Interphone Iarc-Oms) – sostiene l’inaffidabilità dell’Icnirp per dettare l’agenda governativa in materia di regolamentazione del rischio sulle pervadenti onde invisibili. Allora: se gli esiti Icnirp sono superati, vecchi di 20 anni, cosa succederà se la massima autorità sanitaria del mondo recepisse le più aggiornate prove scientifiche sulla cancerogenesi dell’elettrosmog? Il danno biologico evidenziato dagli studi (con finanziamenti pubblici) di National Toxicology Program e Istituto Ramazzini? Che sarà del 5G? E della conseguenze a cui, come cavie, senza informarci ci stanno esponendo?