Consumo di suolo. Scenari e prospettive per il Piemonte

di GIUSEPPE RIPANO
pubblicato il 01/09/2018


Ad oggi il Piemonte si qualifica sotto la media nazionale per la percentuale di suolo utilizzato. Ma i dati non devono trarci in inganno.

PREMESSE – Per delineare un excursus sulla storia dell’Italia repubblicana, uno dei parametri da tenere in considerazione potrebbe e dovrebbe essere il consumo di suolo pressappoco dagli anni ’50 ad oggi. Un lavoro comparato che mette in relazione geologia, storia, geografia, urbanistica e politica, nazionale e locale. Perché, se è vero che le leggi capitoline delimitano l’area di intervento delle politiche regionali, è altrettanto vero che la legislazione locale ha, di fatto, in mano il controllo del proprio territorio.

Per l’analisi delle condizioni del territorio subalpino occorre partire da una premessa di magra consolazione: la conurbazione totalizzante che a blocchi di cemento unisce Lombardia, Veneto e Emilia, che vede nell’hinterland milanese (ma che in realtà si prolunga dal confine occidentale della Lombardia fino a Brescia) le più alte percentuali di suolo edificato, ha coinvolto in misura assai minore il Piemonte. Il Ticino è stato, per certi versi, la muraglia naturale che ha arrestato la diffusione incontrollata delle politiche e delle attività edilizie.

LA LEGGE REGIONALE SUL CONSUMO DI SUOLO – Con la l.r. n. 56 del 1977 “Tutela ed uso del suolo”, la Regione Piemonte anticipò, almeno formalmente, l’attenzione che il tema della difesa dei suoli agricoli, e per essi dell’agricoltura, ha assunto in sede europea, individuando nella partecipazione dei cittadini il metodo di formazione delle decisioni di governo del territorio. Tuttavia, il Piemonte, al pari di altre Regioni italiane, ha visto aumentare lo spazio consumato con una tendenza osservata durante gli anni Ottanta e lungi dall’essersi esaurita.

Ricorda Silvia Novelli, del dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Torino: “La legge regionale, sottoposta negli anni a numerose modifiche ed integrazioni ma ancora operante, costituì uno degli atti più qualificanti della Giunta regionale formatasi a seguito delle elezioni del 1975. Tale normativa individuava la programmazione come metodo di governo, la pianificazione come metodo di gestione delle risorse e la partecipazione come metodo di formazione delle decisioni, mirando a determinare una relazione stretta e continuativa fra programmazione regionale e pianificazione territoriale e urbanistica. Il concetto di tutela espresso nella norma faceva perno sulla dimensione produttiva del suolo agricolo, non accennando esplicitamente ai connessi valori ambientali e paesaggistici; ciò nonostante, per le priorità dichiarate e le modalità operative, la legge regionale piemontese risultava avanzata per i tempi.”

IL CONSUMO DI SUOLO IN PIEMONTE – Le elaborazioni ISPRA 2016 forniscono una serie di dati interessanti relativi al tema trattato, oltre che l’occasione per una analisi comparata rispetto ad altre regioni del Nord Italia. Quella che si riconosce in Piemonte è una struttura appena policentrica: superano il 15% di suolo consumato pochissime realtà aggregate: l’hinterland torinese, la stretta area intorno a Novara, Ivrea e pochi altri comuni sparsi. Se per i primi tre casi è necessario valutare la compresenza di fattori influenzanti il processo economico-urbanizzativo (individuazione di poli industriali estesi, crescita economica superiore rispetto ad altre realtà della Regione, presenza di aree commerciali di “svincolo” capaci di mettere in comunicazione aree sovrasviluppate più distanti, come Torino per Milano e la Francia), per i casi singoli si tratta piuttosto di determinate politiche edilizie di matrice comunale portate avanti negli anni. Nel resto del Nord la struttura policentrica è sostituita da una macroregione industriale con soluzione di continuità.

In questo senso valutare le dinamiche urbanizzative su base comunale offre spunti più interessanti di quelli derivanti da una valutazione su scala provinciale. Si osserva, in tutto il Piemonte occidentale, una coesistenza a livello provinciale di aree “giallo-rosse” (ad alta densità edilizia) e “verde scuro”, ben delimitate geograficamente le une dalle altre. Ciò dipende da un secondo fattore geografico. Se a oriente la demarcazione segue il confine lombardo-piemontese, a ovest le Alpi delimitano un’area ancora sufficientemente incontaminata. È un dato scontato? Assolutamente no. A tal proposito occorre comparare le regioni montane. Il Trentino-Alto Adige, Regione interamente montuosa, presenta tre realtà a percentuale di impermeabilizzazione di suolo superiore al 15%: Bolzano, Merano e l’area a nord di Trento (dove si concentra un buon numero di industrie della zona). In Piemonte nessuna realtà montana offre scenari simili. Una causa potrebbe essere ricercata nella natura orografica del territorio: semplicemente, le vallate piemontesi sono molto più strette. La valle dell’Adige, invece, offre un pianoro libero da ostacoli per coltivazioni ed edilizia. A dover far riflettere è, piuttosto, il tasso di impermeabilizzazione della più ampia vallata alpina piemontese, la Val di Susa, con l’omonimo comune a far da capofila con percentuali comprese tra il 10% e il 15%.

Sotto il profilo storico, l’espansione del panorama edilizio va di pari passo ai processi di crescita economica. Tra le regioni del Nord e parte del Centro Italia, secondo i dati ISPRA 2013, quelle che hanno goduto di maggior crescita economica rispetto alle condizioni di partenza del 1956, sono le stesse caratterizzate da un boom edilizio a tratti estremo. Il Piemonte, il cui PIL è cresciuto meno rispetto a quello dei vicini Lombardia e Veneto, è passato da percentuali di impermeabilizzazione comprese tra 3% e 4,5% (1956) all’intervallo 4,5%-6% (2010). Negli stessi anni la Lombardia è passata dalla fascia 4,5%-6% al superamento della soglia critica dell’8% (arrivando al 13% nel 2016). Stesso discorso per il Veneto, con l’aggravante di partire da condizioni più benevole nei confronti del territorio, paragonabili a quelle del Piemonte, ed Emilia Romagna, che nel 1956 poteva vantare un consumo di suolo inferiore al 3%.
CONSUMO DI SUOLO (%, 1956) REGIONI (NORD-CENTRO) CONSUMO DI SUOLO (%, 2010 REGIONI (NORD-CENTRO)
<1,5% Valle d'Aosta, Umbria <1,5% -
1,5%-3,0% Toscana, Marche, Emilia Romagna, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia 1,5%-3,0% Valle d'Aosta
3,0%-4,5% Piemonte, Veneto 3,0%-4,5% Trentino-Alto Adige
4,5%-6,0% Liguria, Lombardia 4,5%-6,0% Piemonte, Umbria
6,0%-8,0% - 6,0%-8,0% Liguria, Toscana, Marche, Friuli Venezia Giulia
>8,0% - >8,0% Lombardia, Veneto, Emilia Romagna

Questi dati vanno raffrontati con quelli relativi alla crescita di popolazione delle regioni. Il territorio sabaudo contava, nel 1956, 3.656.611 abitanti, la Lombardia 6.826.304, il Veneto 3.880.694. A fine 2017, le regioni avevano, rispettivamente, 4.376.997, 10.038.688 e 4.902.979 abitanti. Nella seguente tabella sono riportate le percentuali di crescita di popolazione e di territorio urbanizzato delle tre regioni considerate.
REGIONE CRESCITA POPOLAZIONE 1956-2017 INCREMENTO SUPERFICI IMPERMEABILIZZATE 1956-2017
Piemonte + 19,7 % + 72,7 %
Lombardia + 47,0 % + 158,4 %
Veneto + 26,3 % + 187,2 %

SCENARI E PROSPETTIVE PER IL PIEMONTE – A giudicare dai dati, la crescita più spregiudicata ha coinvolto il Veneto, a seguire la Lombardia. Ed è forse proprio tale considerazione che può offrire un buon trampolino di lancio per la crescita futura, turistica, del Piemonte: politiche a tutela del territorio garantiscono, a lungo termine, rilancio d’immagine e forti indotti economici derivanti dal turismo, oltre che una superiore qualità della vita. Il Trentino-Alto Adige, che ad oggi gode di flussi turistici tra i più alti del Belpaese, è un esempio di come rilanciare aree geografiche complesse. Il Piemonte deve scegliere a quale modello fare riferimento: quello dell’industrializzata Valtellina (tra le valli alpine a più alto consumo di suolo), piuttosto che quello offerto dalle Dolomiti altoatesine. La tutela dell’agricoltura e delle risorse agricole potrebbe rappresentare una delle chiavi per arginare i complessi processi d’espansione delle aree metropolitane e delle città.

Tuttavia, nonostante l’avanzata legislazione urbanistica in vigore, anche in Piemonte negli anni passati e recenti si è assistito ad un uso intenso della risorsa suolo a seguito di diffusi fenomeni di disseminazione insediativa (sprawl), che hanno prodotto esiti significativi in termini di sottrazione all’uso agricolo di superfici investite da nuovi processi di urbanizzazione, dispersa e a bassa densità, con manifestazione di intrusione di funzioni “urbane” all’interno di aree e di pertinenze agricole. Lo sprawl anche in Piemonte è l’effetto, a parità di condizioni, dell’aumento nel tempo del numero delle famiglie, dei cambiamenti degli standard abitativi e delle preferenze abitative, sempre più orientate verso stili di vita “rururbani”, con il necessario e conseguente ampliamento continuo dei bacini della pendolarità per lavoro2. Altri fattori quanti-qualitativi riguardano: la progressiva sostituzione nei centri storici di attività terziarie alle residenze; i minori costi di edificazione ex novo su spazi verdi extra-urbani rispetto ai costi di recupero e di adeguamento del patrimonio immobiliare esistente; le strategie localizzative dell’offerta residenziale da parte degli operatori immobiliari che nei territori extra-urbani trovano più ampie opportunità e minori vincoli urbanistici; il diffondersi di grandi centri commerciali periferici, basati su un comodo accesso tramite l’automobile.   Stando ai dati del Censimento Generale dell’Agricoltura, fra il 1990 e il 2000 la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) del Piemonte si è ridotta del 4,3%. Il decremento della SAU è da interpretare come ascrivibile a dinamiche di naturalizzazione e inselvatichimento nelle aree marginali connotate dall’abbandono delle attività agricole e, a tutti gli effetti, come consumo irreversibile di suolo agrario nelle aree caratterizzate da fenomeni di concentrazione insediativa. Nei comuni piemontesi caratterizzati da tali fenomeni di concentrazione il decremento della SAU nel decennio fra i due censimenti è stato pari all’1,6% (Baldini e Chirico, 2008). Il report regionale sul consumo di suolo (Regione Piemonte, 2009) riferisce di una perdita complessiva di 19.042 ettari negli anni compresi fra il 1991 e il 20055. Tale dato corrisponde ad un consumo irreversibile di quasi quattro ettari di territorio al giorno con epicentro della cementificazione situato tra la provincia di Torino e quella di Asti. Stando alle informazioni fornite dalla Regione Piemonte, nel periodo considerato l’incremento del consumo di suolo per la costruzione di nuove edificazioni è avvenuto a fronte di una dinamica demografica relativamente stabile.   Ai dati sul consumo di suolo si può aggiungere un’informazione utile a verificare la “qualità” dei suoli consumati misurata in termini di capacità d’uso, vale a dire in riferimento alle loro potenzialità produttive in ambito agro-silvo-pastorale. L’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente (IPLA) ha cartografato i suoli dell’intero territorio a scala regionale 1:250.000 producendo la “Carta di capacità d’uso dei suoli” (IPLA, 1982). Incrociando i dati cartografici relativi alle prime tre classi di capacità d’uso con il consumo di suolo deriva che nell’intervallo 1991-2005 si sono persi in Piemonte 1.915 ettari di suoli di 1° classe (pari all’1,89% della classe), 6.877 ettari di suoli in 2° classe (1,93%) e 5.792 ettari di suoli di 3° classe (1,85%) (Fila-Mauro, 2009). Il danno prodotto da tali dinamiche non si limita alla perdita di produzione agricola, di qualità del paesaggio e di disponibilità di spazi aperti, ma attiene anche al complesso delle funzioni svolte dal suolo agricolo: produzione di biomassa, stoccaggio, filtraggio e trasformazione di nutrienti, riserva di biodiversità e protezione nei confronti dell’impermeabilizzazione e dei dissesti dei versanti: un aspetto di particolare importanza in una regione come quella piemontese, con ben 651 comuni a rischio idrogeologico su 1.209.   Stando ai dati diffusi dalla Regione relativi al 2010, le provincie a più alto consumo di suolo urbano e reversibile sono Novara (10,57%), Biella (9,26%), Torino (7,67%, più di 50.000 ettari, valore assoluto più alto). Seguono, in ordine decrescente: Asti (6,36%), Alessandria (4,98%), Cuneo (4,04%) e Vercelli (3,90%). Chiude la classifica la provincia del VCO (3,25%, circa 7.000 ettari, valore assoluto più basso). Nel complesso ad oggi la Regione Piemonte raggiunge percentuali sotto la media nazionale (7,3% contro 7,8%) ma comunque pregiudicanti qualsiasi ipotesi di sviluppo effettivamente sostenibile del territorio.