Verbano-Cusio-Ossola: pro, contro ed effetti del passaggio in Lombardia

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 23/07/2018


Quanto guadagnerebbe la provincia del VCO se i cittadini decidessero, il 21 ottobre, di trasferirsi in Lombardia? La doppia analisi, quella dei costi-benefici e quella (più importante) del paragone tra le due regioni coinvolte, dei pro e dei contro del trasferimento del VCO in Lombardia passa in larga parte dalla comparazione degli stanziamenti indirizzati da un lato dal Piemonte al VCO, e dall’altro dalla Lombardia alla provincia di Sondrio, esclusivamente montana e di confine, come quella di Verbania.

Tra le principali motivazioni addotte dal comitato Diamoci un taglio, promotore del referendum per il passaggio oltreticino della provincia, vi è l’apparente negazione dei 18 milioni di canoni idrici da parte della Regione Piemonte. Fondi che, invece, i cugini lombardi riconoscono alla provincia di Sondrio. In realtà la situazione che verrebbe a delinearsi è parecchio più complessa di quanto si voglia far credere. A partire proprio dalla questione relativa ai canoni idrici.

I CANONI IDRICI – Nel 2018, per la prima volta, è stata inserita tra le voci spese del bilancio regionale l’attribuzione dei canoni idrici al VCO. Non nella loro totalità (circa 3 milioni sul totale richiesto), ma il caso rappresenta comunque un unicum nella storia della politica economica regionale. Scelta resa possibile dal pareggio di bilancio ottenuto dalla giunta nel 2017. Il mancato versamento dei canoni fino ad oggi è da attribuire ai debiti accumulati dalle precedenti amministrazioni, Bresso e Cota in primo luogo, cha hanno reso necessaria una difficile politica di ripianamento del debito, comunque portata a termine, nell’ottica del rispetto dei vincoli di bilancio richiesto alle regioni.

FONDI COMPLESSIVI E SPESA PUBBLICA– Ma, a dispetto di dati parziali e circostanziali, occorre tenere a mente la portata complessiva degli investimenti pubblici dirottati, dalle regioni Piemonte e Lombardia, alle rispettive province montane. Fondi che, nel caso piemontese, superano i corrispettivi lombardi. A partire da quelli dedicati alle infrastrutture stradali: per la ristrutturazione della statale 34, il Piemonte ha investito circa 25 milioni di euro, a fronte dei 4,2 destinati da Milano alla statale 38 passante per Sondrio. Mentre, per quanto concerne l'assistenza ai trasporti, i disabili piemontesi godono di accesso completamente gratuito su treni e pullman regionali, agevolazioni non presenti in Lombardia. Per quanto riguarda il trasporto su rotaia, in Lombardi, differentemente che in Piemonte, le tratte locali vedono la compartecipazione al servizio di Trenitalia e Trenord: purtroppo, però, rilevamenti di giugno 2018 indicano come inaffidabile ben il 76% delle linee ferroviarie lombarde, sulla base proprio degli standard stabiliti nelle condizioni generali di trasporto di Trenord. Su38 linee, ben 29 sono state bocciate.

Anche per quanto concerne l’ambito culturale, Torino destina alla "provincia azzurra" somme più ingenti di quanto fatto da Milano verso Sondrio. E un caso interessante è rappresentato dal Teatro Maggiore. L’obiettivo dichiarato è quello di fare della struttura un polo culturale di rilevanza regionale, capace di attrarre visitatori (e investimenti) non solo dal VCO, ma anche dalle vicine province piemontesi (Novara e Vercelli), Lombarde (Varese), e lo svizzero Canton Ticino. In quest’ottica rientra il protocollo d’intesa firmato dalla Regione con il Comune di Novara a dicembre 2016. Per le sole attività in cartello nel 2018, il Piemonte ha investito 250.000 euro nella Fondazione Centro Eventi Il Maggiore. Politica differente, quella seguita dalla Lombardia, che destina ai centri culturali periferici della Regione meno del Piemonte, impegnandosi a concentrare sforzi e risorse ai poli culturali milanesi.

Altro caso interessante, più a Sud, è quello delle Settimane Musicali di Stresa: nel solo 2018 sono stati stanziati 550.000 euro da parte della Regione in modo da rendere sempre più competitivo uno dei più importanti eventi turistico-musicali insubrici, riuscendo a convogliare nel VCO i grandi nomi del panorama concertistico classico (a partire dal direttore Gianandrea Noseda, guida del festival).

Relativamente alla sola provincia del VCO, negli ultimi quattro anni gli stanziamenti di provenienza regionale sono triplicati rispetto al quadriennio precedente, quando la Regione era amministrata da Roberto Cota. Un’ultima, sostanziosa, voce dei bilanci è rappresentata dall’avvio della costruzione dell’ospedale unico di Ornavasso.

La Lombardia si conferma in vantaggio per quanto riguarda l’attribuzione completa dei canoni idrici, come già constatato, per l’addizionale IRPEF più bassa (da 1,23% a 1,74%, rispetto a quella piemontese variabile da 1,62% a 3,33% per i redditi sopra i 75.000 euro, in entrambi i casi calcolata sui 5 scaglioni di reddito), e infine per le agevolazioni fiscali sanitarie per l’acquisto di alcuni farmaci.

Ma, senza discostarsi dall’ambito sanitario, prendendo in considerazione casistiche differenti, ecco che la prospettiva è nuovamente ribaltata: gli ospedali della Regione Piemonte permettono di affrontare gratuitamente quasi tutte le analisi della gravidanza, mentre nei corrispondenti istituti lombardi si raggiungono medie per famiglia di 1300 euro, spalmati sui nove mesi. E, mentre nel 2018 Torino investe (e accelera) sull'edificazione dell'ospedale unico di Ornavasso, dal Pirellone vengono chiusi i Punti Nascita pubblici di Angera (Varese) e Chiavenna (Sondrio) in favore di quello privato di Gravedona.

In generale, la spesa pubblica pro capite nel 2014 (la cui media nazionale si aggira intorno ai 3.600 euro, con picchi di 8.864 euro per gli abitanti della provincia autonoma di Bolzano, 7.638 per quelli di Trento e 7.475 destinati agli aostani, tutte aree a statuto speciale) vede il Piemonte con 2.846 euro a persona superare la Lombardia, fanalino di coda delle regioni italiane, ferma a 2.265 euro. Recentemente il presidente lombardo Fontana, interrogato a Novara relativamente a questi dati, ha ammesso che non sono previsti dalla propria amministrazione aumenti degli stanziamenti pro capite.

L’OFFERTA TURISTICA – Parlando di turismo e VCO, il discorso si riduce facilmente al rapporto tra turismo e lago Maggiore, con buona pace delle superbe vallate alpine della provincia, non in grado, tuttavia, di convogliare flussi turistici lontanamente paragonabili a quelli degli ambienti lacustri (lago di Como, di Garda, di Lugano spadroneggiano, ma sempre più turisti diretti verso valli alpine optano per il Trentino-Alto Adige, trascurando le bellezze lombardo-piemontesi). Sarebbe, dunque, conveniente riunire le sponde del Maggiore sotto un’unica bandiera?

La lettura idealista dice: si, perché in questo modo, uniformando l’offerta turistica, si porrebbero in essere condizioni comuni di sviluppo dell’area. La lettura razionale dice: no, per due motivi. Il primo è squisitamente geografico: le coste meridionali del bacino resterebbero piemontesi (essendo parte della provincia di Novara), rendendo impossibile l’unificazione completa dell’area geografica legata all’economia del lago. Il secondo è di natura economica: la sponda piemontese del lago è più ricca e turisticamente più allettante. Le meraviglie naturali, artistiche e architettoniche resteranno ad essa legate indipendentemente dall’esito referendario. Ma, mentre il turista in trasferta in Piemonte sceglierà facilmente di dirigersi verso una delle meraviglie regionali, parte di un’offerta estremamente variegata, il visitatore di Milano e dintorni si troverà a dover scegliere, se interessato a fare un salto in qualche zona lacustre, tra il lago di Garda, di Como e infine il Maggiore. E l’esito è tutt’altro che scontato.

Mentre per il Piemonte la zona rappresenta un unicum geografico in grado di far confluire turismo e denaro proprio in virtù della propria specificità, in Lombardia subirebbe la concorrenza di realtà simili. Sarebbe più sensato indirizzare risorse economiche per costituire una zona a tutela economica e ambientale, a cavallo delle due regioni, sul modello del Parco Nazionale del Gran Paradiso, ripartito tra Piemonte e Valle d’Aosta. Operazione decisamente più immediata, con esiti positivi ravvisabili già nel breve termine.

PROVINCE, POPOLAZIONE, ELEZIONI – Per valutare l’impatto derivato dallo slittamento dei confini interregionali, occorre tenere a mente alcuni dati. Il Piemonte conta 7 province e 1 città metropolitana (corrispondente all’ex provincia di Torino), racchiudendo 4,424 milioni di abitanti, 159.416 (il 3,6%) dei quali residenti nel VCO. La Lombardia raggiunge i 10,038 milioni di abitanti, ripartiti in 11 province e 1 città metropolitana (Milano). In caso di trasferimento, si raggiungerebbero 10,198 milioni di persone, delle quali i verbano-cusio-ossolani rappresenterebbero l’1,56%. Gli effetti? Minor incisività nelle tornate elettorali regionali, risultando svalutata la scelta di ciascun elettore.

Il consiglio regionale del Piemonte conta 50 membri, a fronte dei 78 di quello Lombardo: in proporzione alla popolazione delle due regioni, i piemontesi godono di un maggior tasso di rappresentatività. Altro argomento da tenere in considerazione è quello relativo alle leggi elettorali regionali: 40 dei membri del parlamento subalpino sono eletti sulla base di liste circoscrizionali provinciali. Direttiva che garantisce a ciascuna provincia una quota fissa di eletti (gli altri dieci, eletti con il sistema maggioritario, non hanno vincoli elettivi su base territoriale, e vengono dunque nominati in base al numero assoluto di voti ricevuti all'interno della lista di provenienza).

Nella vicina Lombardia, il sistema maggioritario in vigore è corretto tramite una normativa che impone almeno un consigliere in rappresentanza di ogni provincia. Ma, considerata la contenuta popolazione del VCO, è impossibile che ne venga eletto più d’uno per la provincia, risultando eletti i candidati che, all’interno della lista di appartenenza, hanno ricevuto più voti in termini assoluti (dopo aver stabilito quanti consiglieri spettino a ciascuna lista). Legge, dunque, che vede decisamente favorite le aree geografiche con maggiore popolazione (Milano, Brescia, Bergamo, Monza e Brianza).

Se il SI al quesito referendario dovesse prevalere, la provincia rischierebbe di restare priva di rappresentanza per più di quattro anni: è assai improbabile che gli 80 consiglieri (presidente Fontana compreso) della Regione Lombardia, eletti solamente lo scorso marzo, optino per uno scioglimento anticipato del Consiglio solo per garantire l’accesso di un consigliere verbanese, rinunciando così a stipendi certi fino al 2023.

STORIE A CAVALLO – Tra le motivazioni addotte dai politici secessionisti rientra quella delle origini “meneghine” dei verbanesi. Il territorio fu controllato, in effetti, a partire dal XIV secolo, dai Visconti, signori di Milano, prima, e dagli Sforza poi. Caduti gli Sforza, il territorio passò sotto dominio spagnolo. Ai due secoli di amministrazione straniera fece seguito, nel 1747, con il Trattato di Worms, il passaggio al Regno di Sardegna. Per cui, se da un lato nel corso del medioevo e della prima età moderna i destini della regione sono stati intrinsecamente connessi alle politiche del Ducato di Milano, dall’altro è innegabile come l’area abbia vissuto con Torino e i Savoia gli ultimi due secoli e mezzo di storia, condividendone tutte le tappe risorgimentali, schierandosi a più riprese contro la Milano Austro-Ungarica e svolgendo un ruolo attivo nel corso del processo di unificazione italiana.

Se il falso mito delle origini comuni (il territorio ad ovest del Ticino esisteva ben prima dell’espansione del Ducato di Milano, e fino al periodo di controllo meneghino ha avuto una sua specifica identità storica) divenisse di validità generale, allora la stessa Lombardia dovrebbe disgregarsi: Bergamo e Brescia vissero periodi di dominazione da parte della Serenissima Repubblica di Venezia. Allora perché non farle tornare in Veneto? Mantova, per cultura e tradizione storica, ha poco da spartire con la Lombardia: le dinamiche economiche principali si sono sempre orientate al territorio emiliano-ferrarese e veneto. E così l’Alto Adige, regione geograficamente italiana, ma culturalmente austriaco-tirolese, quantomeno a Nord di Bolzano (a Sud, infatti, la maggioranza è italofona).

Il dialetto del verbanese è linguisticamente più simile al Milanese che al Torinese? Bene, si provi allora a fare un giro nella Lombardia orientale, e si tenti di capire se gli idiomi bresciani (i quali, peraltro, hanno ben poca familiarità con quelli verbano-varesotti) siano più assimilabili al dialetto veronese che non a quello milanese.

AUTODETERMINAZIONE FINCHÈ PAGA PANTALONE – Secondo Stefano Costa, presidente della provincia di Verbania, a pagare i costi del referendum dovrebbe essere Roma. Quindi gli italiani tutti, piemontesi compresi. Chapeau al signor Costa per un tanto sottile ragionamento. Immagino la felicità dei piemontesi nel sapere che pagheranno per lasciare andar via un pezzo della loro Regione. A salvare la situazione è intervenuto il prefetto di Verbania, Iginio Olita: “Si rammenta altresì che l’art. 53, comma quarto, della legge n. 352/1970 prevede che le spese relative alle operazioni di cui al Titolo III (Referendum per la modificazione territoriale delle regioni previsti dall’articolo 132 della Costituzione) sono a carico degli enti locali interessati, in proporzione alla rispettiva popolazione.” Tradotto: il referendum lo pagheranno i Comuni, a seconda della loro grandezza in termini di residenti votanti.

A questi primi, immediati, costi, farebbero seguito quelli, ben più onerosi ma ancora di incerta attribuzione, relativi agli spostamenti di tutti gli enti regionali dalla provincia e la sostituzione con i corrispettivi lombardi.

NUOVE GEOGRAFIE PER NUOVE REGIONI - Se dovesse avere successo il referendum di ottobre e andasse in porto la conseguente modifica legislativa, i Comuni rivieraschi novaresi del Lago Maggiore resterebbero un’enclave tra due pezzi di Lombardia: da una parte la provincia di Varese e dall’altra il Vco. Due territori che si troverebbero curiosamente nella stessa regione senza avere neanche un metro di confine via terra. Tanto la provincia di Novara, nella quale la proposta referendaria non ha avuto successo, quanto i comuni affacciati sul lago, hanno fatto sapere infatti di non avere intenzione a promuovere un cambio di regione né per l’intera provincia, né per l’enclave da Lesa a Castelletto.