Le olimpiadi delle Alpi soddisfano tutti, meno Torino

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 01/08/2018


La strada tracciata da Malagò nelle ultime ore appare chiara e, per molti versi, ineluttabile, con Milano pronta a fare da capofila per una candidatura congiunta. Dei tre possibili scenari quello appena delineato rappresenta, per Appendino, il peggiore.

Candidatura multipla che, non scontentando nessuno, in realtà scontenta un po’ tutti. Non disturba Milano, pronta a farsi carico degli onori della cronaca senza sopperire agli oneri, usufruendo delle strutture di Torino e delle valli piemontesi, già costruite per la manifestazione del 2006, e di Cortina, in misura minore. Città che, da capofila, verrebbe assai probabilmente incaricata di organizzare cerimonie di apertura e chiusura, premiazioni ed eventi connessi, beneficiando in tal modo dei più ingenti flussi turistici.

Non scontenta la comunità veneta, che uscirebbe parzialmente vittoriosa da una battaglia giocata con bassissime probabilità di successo, e che si ritroverebbe nella comoda situazione di investire poco con buone prospettive di surplus, essendo già dotata di parte delle strutture necessarie

Soddisfa le valli torinesi (Susa e Chisone in testa), le quali, svincolate dal carrozzone amministrativo del capoluogo sabaudo, vedono presentarsi una forte occasione di rilancio turistico e riutilizzo degli impianti.

Gli unici esclusi dalla retorica olimpica restano i torinesi e il loro sindaco. Per i primi il problema risiede nell’ipotesi di vivere l’evento olimpico all’ombra del Duomo, rimanendo marginali rispetto alle dinamiche turistiche ed economiche connesse ai giochi. Difficilmente, infatti, il flusso turistico regionale si orienterebbe verso Torino: assai più probabile che il Piemonte orientale, quello di Novara e del VCO, si riversi a Milano e in Valtellina, mentre quello occidentale opti per partecipare agli eventi montani. Condizione, quella del capoluogo piemontese, che si inasprirebbe se il rapporto costi-benefici delineato dal comitato organizzatore presentasse rischi per i conti comunali.

A uscire con le ossa rotte dalla vicenda è, prima tra tutti, Chiara Appendino, vittima di un fuoco incrociato di maggioranza (o forse sarebbe più consono parlare di maggioranze), e opposizioni. Con le prime, ubriacate dalla posizione di forza raggiunta in consiglio comunale, pronte a far valere le proprie discutibili ragioni su quelle del sindaco, e le seconde pronte a contestare la gestione di tutta la vicenda olimpica. All’interno della narrazione olimpica mi pare tuttavia giusto spezzare una lancia a favore del sindaco torinese. Chiara Appendino ha giocato (male) le proprie carte, concedendo spazio di manovra politica alla propria maggioranza quando avrebbe dovuto e potuto imporre la propria autorità politica. E, se la maggioranza l’avesse abbandonata, poco male: agli elettori l’ardua sentenza. Ma, senza dubbio, il sindaco ha mostrato coerenza nel processo di candidatura (fino a ieri, quando ha accettato il compromesso di candidatura multipla) rendendo prioritario l’interesse torinese. Dimenticando le valli, certo: e forse, in qualità di sindaco metropolitano, avrebbe potuto definire un asse politico più forte con i comuni montani, del quale avrebbe giovato. Ma, aldilà degli errori, Appendino ha saputo interpretare le volontà dell’elettorato, cogliendo occasione di schierarsi con la maggioranza dei cittadini dopo i numerosi passi falsi dei primi due anni di amministrazione. A non aver colto la portata del dibattito politico in atto è stato l’intero consiglio comunale, reticente da una parte, anonimo dall’altra. E, indiscutibilmente, la colpa della mancata candidatura in solitaria della città è attribuibile anche a loro. Nessun gruppo consiliare ha saputo superare le proprie granitiche posizioni di partenza, dimostrando un intollerabile livello di immaturità politica e relegando il sindaco a una corsa in solitaria.

Se qualche torinese avesse voglia di cercare un capro espiatorio di tutta la vicenda, lo cerchi dove più gli aggrada: ma non in Chiara Appendino.