L'anima sovietica del Movimento Cinque Cerchi

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 02/07/2018


Scorrendo, in questi giorni, i commenti social dell’agitato popolo grillino sabaudo, legati alla candidatura olimpica di Torino, devo ammettere di essermi lasciato andare all’impressione, o forse solo all’illusione passeggera, che, seppur formulati nelle più stomachevoli espressioni sintattiche, rappresentassero qualcosa di diverso. Qualcosa di migliore rispetto alla consueta ubriacatura populista. Ma, quando il ministro Di Maio ha onorato la nostra città di una visita tanto inaspettata quanto inopportuna, ho realizzato come a due anni dall’elezione di Chiara Appendino, nulla sia cambiato a livello di comunicazione mediatica. La protesta non è nulla più che un pretesto per un cacofonico rumoreggiare. Lo scontento viene elevato ad arma politica per dare del criminale a questo, del traditore a quell’altro. E la discussione su cosa, del metodo d’agire politico, debba essere cambiato, sfocia nell’abusato attacco al sistema e ai poteri forti. Solo che stavolta dalla parte del potere ci stanno loro, i salvatori del popolo vessato. E, finalmente, possono fare esperienza di cosa significhi fare scelte impopolari presso l’elettorato di riferimento, ma necessarie. Perché è una scelta imposta, quella della candidatura per i giochi invernali. Una scelta che azzarderei a definire vitale: con il modello Roma o con il modello Milano, ossia con un assai poco felice retrogradismo piuttosto che con un progressismo i cui demeriti, seppur molteplici, ancora non surclassano i meriti del quale è portatore.

Il caso olimpico ci ricorda come il meccanismo di canonizzazione di qualunque cosa dica il capo, anche stavolta abbia dato i frutti sperati. La confermata prassi, di stampo sovietico, del “contrordine compagni” resta l’unico tratto di coerenza rispetto ai tempi di beata verginità politica del Movimento. Come qualche mese fa, quando il capetto di turno (si chiami Grillo o Di Maio) rallenta la corsa olimpica di Torino, il loro popolo grida ai quattro venti rammentandoci la coerenza dei loro padroni. Se la guida avalla il progetto a cinque cerchi per la città, la portano in trionfo quale profeta di un futuro sostenibile.

Con questo non intendo affermare che l’intero elettorato grillino abbia risolto i propri timori (comprensibili e condivisibili, a tratti) nel giro di una comparsata di Di Maio. Non ritengo la maggioranza della componente più ortodossa del movimento (quelli alla Fico, per intenderci) capace di voltare in toto le spalle al progetto grillino per il Comune di Torino, solo a causa di divergenze relative alla questione olimpica. Ma, allo stesso tempo, non credo che le tendenze ideologiche di ex elettori pentastellati, coerenti con l’anima originaria del M5S nella loro granitica avversità ai grandi eventi, abbiano mostrato con la stessa voce sommessa, impiegata in altre occasioni, il dissenso verso la giunta. Il fatto che il campanello d’allarme non stia suonando per la giunta, è essenzialmente riconducibile a due motivi: gli attivisti contrari ai giochi sono ancora pochi e poco rumorosi. Per l’amministrazione niente più che un insetto che ronza vicino all’orecchio. Disturba, ma non danneggia. In secondo luogo, tra le alte sfere comunali sanno perfettamente, come d’altronde sappiamo noi, che la maggioranza schiacciante dei torinesi è favorevole al ritorno della fiamma olimpica. Per ogni voto di un contrario che esce dalla porta, ce n’è uno di qualche favorevole pronto a entrare dalla finestra. Poco importa se il dossier cittadino sarà accolto da una grassa risata in Ministero (cosa che, viste le concorrenti lombardo-venete, è probabile). Ma l’effetto sortito sarà probabilmente sufficiente tanto a ricondurre nei ranghi la debole dissidenza interna al Movimento, quanto a convogliare le prime simpatie di un elettorato fino ad ora largamente deluso dall’amministrazione.

Il secondo filone di revanscismo sovietico rintracciabile nel M5S è probabilmente quello connesso al ruolo del leader nazionale nelle vicende locali: tutti sappiamo essere stato necessario l’intervento del vicepremier in quota grillina per risolvere la disputa tra consiglieri e Sindaco. E penso che persone provenienti da culture politiche differenti, anche antitetiche, possano convergere nel ritenere eticamente opinabile l’intromissione delle gerarchie nazionali nelle vicende comunali. Perché la questione morale che il recente dibattito ha stimolato sta proprio qui: nell’indirizzamento della fedeltà di un sindaco. Come all’interno del mondo sovietico, credo che in questo caso l’interesse di partito abbia preceduto la fedeltà verso l’istituzione. Non dovremmo meravigliarcene, tuttavia, cari lettori: il sovietismo impera dove l’opposizione tace.