Chiara Appendino e Luigi Di Maio durante la campagna elettorale comunale del 2016 (foto di Nanopress)

Come influisce su Torino il governo gialloverde

di VINCENZO LO IACONO
pubblicato il 04/06/2018


Si chiamerà anche Governo Conte, ma la realtà dei fatti impone di ricordare che l’esecutivo appena varato altro non è se non la proiezione amministrativa degli indirizzi politici dei leader dei due partiti della coalizione. E, uno di quei due partiti, il M5S, amministra Torino.

Le prime avvisaglie, a livello locale, di quella che sarebbe divenuta, qualche settimana dopo, l’ossatura del nuovo governo, le avevano offerte in consiglio comunale Fabrizio Ricca (Lega) e la maggioranza grillina. Alla proposta del primo di livellare lo stipendio (circa 130.000 euro annui) del presidente della fondazione TorinoMusei, avevano fatto sponda i voti della maggioranza pentastellata, guidata (guarda caso) da Massimo Giovara, indiscusso guru delle politiche culturali del comune, d’accordo nel “livellare i compensi dei vertici delle fondazioni culturali torinesi comparandoli al compenso della sindaca" (12 mensilità per un totale di 110.000 euro lordi annui).

Non ci sarebbe da stupirsi se indicazioni specifiche per far convergere anche in consiglio comunale le due forze di maggioranza parlamentare fossero giunte dall’alto. Ma, ora che i pentaleghisti hanno inaugurato l’esecutivo, c’è da chiedersi come e quanto quest’ultimo potrà influire sulle politiche cittadine.

GLI SGOMBERI - Un governo dello stesso colore politico del primo cittadino torinese è garanzia di forze fresche per portare a risoluzione i dossier più spinosi di un’amministrazione ormai devitalizzata e arenata: a partire dalle questioni relative agli sgomberi. Perché l’iter burocratico per lo sgomberamento tanto dei campi rom, quanto delle palazzine ex Moi, risulta decisamente snellito se ai due capi del percorso si trovano colleghi di partito. Sarà pur vero che la casella degli interni è stata assegnata a Salvini, ma non è difficile credere che il leghista possa avallare una risoluzione di questo tipo.

LA QUESTIONE OLIMPICA – È altrettanto facile ritenere che un governo amico possa facilmente favorire il sindaco di Torino, pentastellato, a scapito del milanese Beppe Sala, in quota PD. Se si considera poi che tra meno di un anno con ogni probabilità il centrosinistra dovrà sbaraccare da Palazzo Lascaris, lasciando il posto a una giunta o di centrodestra o grillo-leghista, l’idea diventa molto più che convincente, con Malagò e il CONI in mezzo al triplo fuoco di governo, regione e comune.

IL FONDO IMU-ICI – Questione vecchia, risorse nuove. Nel 2015 Piero Fassino aveva aperto un contenzioso con lo Stato per la restituzione alla città di Torino dei 61 milioni del fondo perequativo Imu-Ici. Sono parecchi denari, che al sindaco farebbero comodo data la delicata condizione finanziaria del capoluogo sabaudo. Tre le destinazioni plausibili del denaro: risanamento della GTT, investimenti per la realizzazione della seconda linea di metropolitana, iniezione diretta nelle casse comunali per contribuire al risanamento del debito comunale, al fine di alleggerire il durissimo piano di rientro concordato lo scorso anno tra sindaco e corte dei conti.

TAV – La questione, con il governo lanciato da poche ore, è ancora tutta da definire. Il ministro delle infrastrutture è un pentastellato della prima ora, uno degli “ortodossi” del movimento: Danilo Toninelli. E, da grillino di vecchia data, è contrario alle grandi opere, si chiamino TAV, ponte sullo stretto o altro. Se da un lato l’attribuzione a Toninelli di un dicastero tanto delicato potrebbe incentivare Appendino a optare per una linea NO TAV più radicale, dall’altro bisognerà fare i conti con gli alleati della Lega, favorevoli al progetto. Terzo incomodo: Roberto Fico. La terza carica dello Stato gestisce l’agenda della Camera. E questo significa che, in ultima analisi, bisognerà aspettare il suo cenno del capo per capire quando e come la questione della Valsusa verrà risolta.

ISTITUZIONI CULTURALI – Con la scelta di William Graziosi al Teatro Regio, Appendino non ha incontrato troppa resistenza da parte di chi invece avrebbe potuto barricarsi e impedire la nomina. Eminenti esponenti del centrosinistra, Chiamparino e Franceschini, hanno sottoscritto Graziosi, il primo indicando l’astensione dei suoi rappresentanti nel consiglio d’indirizzo del Teatro Regio, il secondo firmando la nomina senza batter ciglio (e, da ministro dei beni culturali, avrebbe potuto farlo).  Già con la precedente amministrazione il sindaco non ha incontrato ostacoli: sin troppo facile prevedere assenza di screzi riguardo nomine pubbliche con la nuova.