Il sindaco alla prima seduta del nuovo consiglio comunale, luglio 2016

Tutti gli (s)bandi di Chiara Appendino

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 03/06/2018


Giunta quasi al termine del secondo anno da primo cittadino, Chiara Appendino continua a comportarsi come un bambino in un negozio di giocattoli, che, abbagliato dalla molteplicità delle proposte, continua a girare e rigirare la testa, incapace di scegliere uno specifico oggetto del desiderio, sempre sul punto di tradire le passioni dell’infanzia in nome dell’ultima moda appresa dai suoi coetanei.

Lo dimostra il gran numero di acrobazie politiche intraprese per trovarsi dalla parte giusta al momento giusto. Ma, paradossalmente, con esito puntualmente negativo. Ultima, in ordine cronologico, la scelta di presenziare alla cerimonia di ieri, in Piazza Castello, per la festa della Repubblica. Scelta in controtendenza rispetto a quanto declamato dal kapò di Pomigliano d’Arco, e a quanto dichiarato precedentemente dalla stessa Appendino. Probabilmente memore dello scarso risultato elettorale del M5S a Torino alle passate politiche, ha allineato la sua scelta all’indirizzo politico dei torinesi.

Per individuare la prima di queste giravolte è necessario risalire addirittura ai primi giorni di mandato: dopo aver costruito (e vinto) una campagna elettorale sull’ostilità nei confronti della TAV, in una delle prime uscite pubbliche la Chiara alternativa affermò che, da sindaco, il suo margine operativo nei confronti della grande opera era ben più ridotto di quanto non avesse voluto far credere.

Vennero poi i freddi giorni delle polveri sottili: e alle serrate critiche rivolte (quando in Sala Rossa sedeva tra i banchi dell’opposizione) alla giunta Fassino non fecero seguito adeguate politiche di contenimento della crisi ambientale. Anzi, nel mezzo della nube di smog calata sulla città, l’unico indizio che consentì ai torinesi di credere ancora nell’esistenza (quantomeno vegetativa) del proprio sindaco fu il sibillino consiglio di barricarsi in casa con le finestre chiuse. Probabilmente memore dell’ostilità della fetta più irresponsabile della popolazione verso le targhe alterne dell’epoca Chiamparino, la grillina sabauda fece due conti e arrivò alla conclusione che una tale mossa avrebbe significato ulteriore perdita di consenso.

I dossier riguardanti i voltafaccia del sindaco sono molti. Mi limiterò, per questo, a citarne ancora solamente tre. Il primo (e più lungo) riguarda i bandi pubblici, e anche questo trova la propria ragion d’essere nell’attività della precedente giunta. Precisamente nel 2015, quando Appendino cinse d’assedio l’amministrazione, rea di aver trasformato in una farsa il bando che condusse Marco Biscione a dirigere il MAO. E, per una volta, posso dirlo: mai stato più d’accordo con la bocconiana di Moncalieri. Peccato l’aver dovuto poi constatare che, in quanto a sceneggiate, Appendino non era certo meno dotata di fantasia rispetto al predecessore. E i casi del Torino Jazz Festival 2018, con il bando prima creato e in seguito prontamente abrogato non appena uno dei consiglieri di maggioranza più in vista propone una sua vecchia conoscenza (http://www.ilcaffetorinese.it/articolo.php?NOTIZIA=1956), del Teatro Regio, del Salone del Libro (la nomina univoca di Lagioia nell’estate 2016, con buona pace del bando appena inaugurato).

I casi appena citati sono forse i più eclatanti, ma non certo gli unici:

- Museo del Cinema: Alessandro Bianchi vince il bando per la direzione nel dicembre 2016. Viene rifiutato. La motivazione? Vicino al PD, per il supremo soviet comunale.

- Cinema Gay: direttore del festival cacciato, si fa spazio alla regista torinese Irene Dionisio. Anche qui senza bando. E con la regione Piemonte a fare da sponda.

- Teatro Stabile: nel maggio del 2017 le alte sfere propinano la nomina di Valerio Binasco come consulente per la direzione artistica.

- TorinoDanza: qui il bando c’è (ed è rivolto a cinque profili), ma non è comunale. Viene gestito infatti dalla Fondazione Teatro Stabile. Che, guarda caso, estrae dal mazzo la carta di Anna Cremonini. La quale, eventuali competenze a parte, è cugina di primo grado dell’assessore alla cultura Francesca Leon.

Personalmente non ritengo che le competenze di un candidato si risolvano nelle righe di bandi e curricula. Così come non credo, conseguentemente, che un concorso porti a identificare necessariamente il profilo migliore. Altrettanto profonda è la convinzione che la politica cittadina non possa sbandare tanto vertiginosamente con il mutare del bello e del cattivo tempo.

Il secondo dossier riguarda la candidatura ai giochi olimpici invernali del 2026. E anche qui i commenti si sprecherebbero. Ragion per cui evito di farvi partecipi dell’intera telenovela, rammentandovi giusto gli esiti: contraria alle grandi manifestazioni in un primo momento, spacca a metà il suo stesso elettorato quando appoggia la candidatura della città. Un consigliere passa all’opposizione, altri cinque minacciano di non votare la proposta, comitati di ex-pentastellati contrari all’evento proliferano nelle periferie Nord. Tutto questo non appena le maggiori testate riportano le velleità filo-olimpiche della cittadinanza torinese. Vento che cambia, testa che gira.

Il terzo riguarda i diritti civili. Perché, se da un lato, ne ha scritto la storia (o almeno così crede) registrando all’anagrafe il primo bambino figlio di due mamme, dall’altro firma accordi con il governatore omofobo di San Pietroburgo. Colui che nel 2012 fu promotore e maggior sostenitore della legge contro la “propaganda gay”.

Tutte le svolte, i ripensamenti e le morali a doppio taglio che hanno caratterizzato la vita politica torinese degli ultimi due anni meritano un solo commento: gettano una pessima luce sul politico che ne è responsabile. In due anni di continui voltafaccia Appendino ha dato lo spettacolo della ragazza prodigio abortita, un individuo pienamente inserito nel “sistema” che il suo elettorato tanto contesta; una politica la cui parabola è fin troppo simile a quella dei porci orwelliani, come loro resa grassa dalla cupidigia amministrativa; una politica che riteneva di camminare a braccetto con la Storia, e invece camminava solo con la moda. Fenomeno che non ha alcunché di edificante.