Battenti chiusi, questioni aperte

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 21/05/2018


A Salone concluso, è fin troppo facile imbattersi in individui che, dopo essere stati tempestati di proposte, offerte, testi e gadget più o meno inutili, imbottiti di quel delirio sonoro che è ormai celebre e piacevole tratto distintivo dei padiglioni del Lingotto Fiere, si esibiscano in abbastanza spudorate apologie in merito a quanto il Salone sia stato un successo, come fosse ben organizzato e quanto le proposte fossero interessanti. Considerazioni non prive di fondamento. Ma che danno origine, nella testa di chi non ci è stato, alla mitologica convinzione di un Salone edenico, un locus amoenus dove, in mezzo a tanta cultura, persino la più mediocre delle materie grigie può aspirare a una condizione di sconosciuta pienezza intellettuale.

Tutti professori a tempo determinato, quindi. Che, sciorinata così, sembrerebbe un titolo da paragrafo dell’ennesima riforma scolastica. E che invece identifica, purtroppo, tutta quella marea umana che, alla fine della fiera, torna a essere la stessa irritante banda di ignoranti allo sbaraglio. Se, poi, i pochi stand cui prestano attenzione provvedono a farcirli con deliziosi ripieni a base di fake news e personalissime reinvenzioni della storia (con, tuttavia, più tratti in comune con la fantascienza), voilà, les jeux son fait. Il disastro è servito.

Lungi da me la volontà di limitare la libertà di stampa. Ognuno pubblica (e, se in grado, vende), nei limiti che una sana democrazia impone, ciò che vuole. Ma le interpretazioni degli eventi prive di fondamento devono essere combattute e demolite con la più rigida severità.

Partiamo da una premessa fondamentale, tanto sintomo quanto esito di questo fenomeno di revisionismo storico: gli scenari complottistici (delineati in libri che a turno pongono in discussione l’identità garibaldina, la politica cavouriana, il ruolo del Piemonte nelle dinamiche risorgimentali, il fantomatico caso dei prigionieri di Fenestrelle, l’apparente ostilità di gran parte d’Italia nei confronti dell’unificazione) garantiscono un discreto margine di vendite. Così alcuni editori minori, privati della loro fetta di torta dalle dinamiche dettate dai grandi nomi dell’editoria, scelgono di programmare il proprio futuro finanziario tramite la pubblicazione di testi, nella maggior parte dei casi di fattura alquanto scadente, spesso non redatti nemmeno da storici o professionisti del settore. Testi basati su astratte filosofie del complotto, utili nel condannare una ipotetica, ristretta e diabolica classe d’intellettuali il cui fine, a quanto pare, sarebbe solo quello di ingannare il popolino con una “storia ufficiale” distante dai reali eventi accaduti.

Ecco così il gran carnevale di riscoperti critici, giornalisti locali senza prospettive i quali sperano in un rilancio del proprio nome a livello nazionale, politicanti minori in cerca di rielezione. Tutti impegnati a ricercare la più patetica visibilità mediatica.

Il fenomeno ha, a mio parere, una duplice conseguenza: da un lato le chiavi antiunitarie di lettura storica contribuiscono a sfaldare un tessuto sociale già in crisi, qual è quello italiano. Dall’altro consolida la pessima abitudine, conseguenza dell’imperare dei social network, ad accettare inermi lo sdoganamento dell’ignoranza. Potrò non incorrere nei favori di tutti i lettori, ma non tutti hanno diritto a esprimere la propria opinione. Se non si conosce una questione in modo sufficientemente accurato, l’opinione che ne risulterà non potrà che essere superficiale, fuorviante e, in ultima analisi, dannosa. Purtroppo la vastità del problema va riscontrata nella pari dignità con cui il popolo del web considera esperti e urlatori di piazza. Per ulteriori conferme, si consideri il caso vaccini. Ambito differente, ma regolato dalla medesima dinamica e dagli stessi, conseguenti, esiti parodistici.

Ribadisco il sacrosanto diritto a pubblicare ciò che si ritiene più idoneo, ma probabilmente la dirigenza di un evento tanto capillare, come il Salone Internazionale del Libro, dovrebbe porre maggiore attenzione nel non concedere spazio a incontri ed eventi culturalmente dannosi, guidati da autori di scarsa rilevanza intellettuale.