Cosa rimane di SalTo 2018?

di VINCENZO LO IACONO
pubblicato il 17/05/2018


A battenti chiusi, cosa resta alla città della trentunesima edizione del Salone Internazionale del Libro?

Anzitutto i numeri: 144.386 visitatori unici al Lingotto contro i 143.815 del 2017, cui vanno aggiunti i 26.400 al Salone Off contro i 25.000 del 2017. Per un totale di 170.786 visitatori. E questo è un dato che assume ancora maggior rilevanza considerata la concorrenza della sbiadita manifestazione milanese, Tempo di Libri.

Risultato non certo, preso atto dei numerosi travagli che hanno accompagnato la genesi di questa edizione (incognita sul Lingotto, pagamenti arretrati, recente ristrutturazione della manifestazione da parte della giunta). Ma, pur forte dell’appoggio (prima dichiarato, poi rimangiato) dei grandi editori, la kermesse meneghina non raggiunge le 90.000 visite. Complice tanto l’inesperienza che accompagna l’organizzazione delle prime edizioni di tutte le manifestazioni, quanto lo strapotere monopolistico del marchio torinese.

Sempre restando nell’ambito dei dati, va ricordato come appena meno della metà dei contatti social registratisi presso SalTo 2018 siano proprio milanesi. A conferma della buona nomea che il Salone subalpino ancora riveste oltre Ticino.

Sono state oltre 91.000 le persone che hanno partecipato agli incontri nelle sale incontri, senza contare i bambini e i ragazzi che hanno partecipato ai laboratori e il pubblico che ha assistito agli eventi organizzati nello spazio Rai. Circa 10.000 gli studenti elementari coinvolti nelle attività proposte. Dato che strappa un sorriso e getta un lieve raggio di luce sulle opportunità culturali del futuro dei nostri figli.

Crescita media delle vendite dei principali editori che si attesta intorno al 12%. Potrebbe non interessare l’utile di un privato, ma è innegabile che la presenza dei big dell’editoria richiami pubblico. E, se gli utili aumentano, le possibilità di vedersi riproposta la sceneggiata dell’abbandono in favore di Milano calano. D’altro canto alcuni editori minori hanno visto non confermarsi i risultati in crescita dell’anno passato.

Positiva la radicalizzazione sul territorio delle attività connesse al Salone: degno di nota il progetto Voltapagina (in pianta stabile dal 2007) che quest’anno ha portato gli autori della narrativa italiana nelle carceri di Torino, Alessandria, Asti, Fossano, Novara e Saluzzo. Con Pagine in corsia le letture sono arrivate negli ospedali e nelle residenze per anziani, mentre per i più piccoli sono stati organizzati incontri nelle scuole, dove gli autori hanno spiegato con parole semplici temi complessi come la guerra e il razzismo.

Più di 13.000 i buoni da 10 euro spesi dagli studenti delle scuole piemontesi nel solco dell’iniziativa Buono da leggere, promossa dall’assessorato regionale alla cultura.

Ma, aldilà dei numeri, cosa resta? Rimangono le lunghe file fuori dalle sale adibite agli incontri, a testimonianza della particolare attenzione che il pubblico torinese nutre verso i migliori frutti della società culturale, italiana e non. Rimangono le sale colme, e i rimpianti di chi non ha potuto trovare posto.

Rimane la consapevolezza che è da questi settori che deve ripartire l’eterno confronto con Milano. Non dalla corsa (peraltro già persa) ai grattacieli più alti, più belli e più luminosi. Non da politiche regolate dall’atteggiamento ondivago della finanza. Ma dal territorio e dalla cultura. Sempre che qualcuno scelga ancora di finanziarla, la cultura (e gli ultimi fatti del regio suffragano quanto detto).

Resta la consapevolezza che, quello del Salone, è un marchio in grado di garantire profonde ricadute per il territorio: circa trenta milioni di euro, stand a quanto quantificato dalla Fondazione per il Libro a novembre scorso.

Ma restano anche tanti, tantissimi dubbi riguardo al futuro della manifestazione.

A partire dall’iter di liquidazione della stessa Fondazione per il Libro. Dal prossimo anno l’evento sarà gestito direttamente dalla Fondazione Cultura, che fa capo nientemeno che a sua signoria Madama Appendino. Troppo presto per valutare le possibili implicazioni: la faccenda si può risolvere tanto in un tonfo quanto in clamoroso successo. I precedenti dicono che, quando la politica ha messo mano nella cultura, è andata a finire (molto) male. Vedi Teatro Regio & Co.

In secondo luogo, la rabbia dei creditori verso la liquidanda fondazione. Debito che, a quanto emerge dalle parole di Michele Petrelli (segretario della Fondazione per il Libro), sarà in parte colmato con la vendita del marchio Salone Internazionale del Libro. A chi o cosa, non è dato saperlo. Potrebbe in effetti finire tanto in casse private (che a quel punto avrebbero totale libertà di spostare quando e dove vogliono la manifestazione), che nelle bucate mani di Comune e Regione. O, terza ipotesi, di qualche altri comuni e regioni. Il prezzo irrisorio del marchio, quotato da una perizia 160.000 euro, rappresenta un’occasione molto più che ghiotta per le ben fornite casse milanesi. E a quel punto non ci sarebbe davvero più nulla da fare. Se, da un lato, Nicola Lagioia ammette che l’alternanza tra Milano e Torino non avverrà mai sotto la sua gestione, è altrettanto vero che il cambio dei direttori è fisiologico. E, nel momento in cui la poltrona cambierà proprietario, i destini del Salone potrebbero prendere davvero una brutta piega per Torino. Ma, finchè Lagioia resta, l’impossibilità dell’alternanza potrebbe indurre Sala, gran signore di Milano, a pappare marchio ed evento.