Un requiem per il Regio

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 09/05/2018


“It’s a strange world, isn’t it?” osserva Jeffrey Beaumont mentre, in compagnia di Sandy Williams, passeggia lungo le placide strade di Lumberton in Velluto Blu. Domanda lecita: perché mai ripescare il capolavoro del 1986 per parlare del teatro Regio di Torino? Perché dietro alla placidità apparente della Lumberton cinematografica, si celava una realtà opposta, dove i contorni della moralità sfumavano nella perversione.

E, passando di fronte al Regio in questi giorni, nessuna frase risulterebbe più azzeccata se non quella con la quale si aprono queste (lunghe) riflessioni. La differenza sta nel colore del velluto: rosso, quello dei drappi di piazza Castello. Al di là delle dichiarazioni pubbliche (alcune distorte, ma ogni cosa a suo tempo) di amministratori, dirigenti, consiglieri comunali, i contorni della verità riguardo al delirio avvenuto tra Palazzo di Città e Regio sono parecchio più sfumati di quanto non appaiano.

Pochi giorni fa il ministro Franceschini ha calato il sipario sulla tragedia andata in scena al maggiore teatro cittadino, con l’approvazione della nomina di William Graziosi a sovrintendente dell’ente lirico. La strada che ha condotto a questo nuovo corso del teatro ha visto comparire e sparire una notevole quantità di attori, tra i quali un discreto numero di grotteschi commedianti allo sbaraglio. E, onde evitare incomprensioni, è bene presentarli tutti.

Walter Vergnano: ormai ex sovrintendente, ha rivestito il ruolo guida del teatro dal 1999 per quasi vent’anni. La sua gestione è stata caratterizzata pochi anni fa da scontri, mai sopiti, con l’ultimo dei direttori musicali che hanno operato sotto la sua gestione, Gianandrea Noseda. Se c’è un merito che va riconosciuto a Vergnano, è l’aver proiettato il teatro in una dimensione internazionale.

Gaston Fournier-Facio: direttore artistico della gestione Vergnano.

Gianandrea Noseda: il già citato direttore musicale (dal 2007) è, ad oggi, una delle più importanti bacchette nel panorama interpretativo sinfonico e operistico. Qualità riconosciutagli con l’assegnazione dell’ International Opera Award come Conductor of the year del 2016. Il suo contributo ha garantito, negli anni, una costante crescita dell’orchestra sotto il profilo tecnico, ora in grado di competere con compagini ben più blasonate. Se per altri direttori si devono prevedere le “giornate no”, lo stesso non si può fare per Noseda. Non ne sbaglia una. A conferma di tali doti, la chiamata a Washington come direttore principale alla National Symphony Orchestra, e a Londra come direttore ospite principale della London Symphony Orchestra. Per avere un termine di confronto, gioielli come Abbado erano stati chiamati a ricoprire il medesimo secondo ruolo.

Chiara Appendino: sindaco che non ha certo bisogno di presentazioni, si distingue in questa rappresentazione per la capacità di offrire costantemente dichiarazioni contraddittorie rispetto a quanto affermato dagli altri protagonisti della vicenda.

Sergio Chiamparino: nessuna presentazione anche in questo caso. Più che quello di un protagonista, ha rivestito un ruolo di supporto. Se alla cittadinanza o al solo sindaco non è troppo chiaro. Di certo che riporta a galla i vecchi fasti del trasformismo, ormai reincarnato nel trascendente spirito di Chiappendino.

Antonella Parigi: assessore regionale alla cultura, braccio destro del Chiampi. Uno dei pochi esponenti del centrosinistra regionale ad aver suffragato alternative ai movimenti politici di Chiamparino per l’occasione.

Filippo Fonsatti: attuale sovrintendente dell’altro grande teatro cittadino, lo Stabile, per la prima volta quest’anno ha permesso che gli incassi superassero le spese. Fa parte, a causa del ruolo ricoperto, anche del consiglio direttivo del Regio.

Massimo Giovara: consigliere di maggioranza, quasi un assessore ombra alla cultura, relatore della mozione di riforma del Regio presentata a fine 2017 in consiglio comunale. Attore professionista, ha quale obiettivo prioritario, nel bene e nel male, lo scardinamento dell’attuale struttura della fondazione. La nomina del nuovo sovrintendente potrebbe rendere il percorso più facilmente fruibile.

William Graziosi: nuovo sovrintendente, di certo c’è che non è alla prima esperienza. È stato infatti production coordinator della Baltimora Opera Company e vicesovrintendente dell’AstanaOpera in Kazakistan. La guida della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi ha condotto alla vittoria di tre premi Abbiati per gli allestimenti operistici. Stando alle voci che circolano, ha lasciato piacevoli ricordi agli jesini. Insieme a 600.000 euro di debito, per una fondazione che consta di 10 dipendenti (il Regio ne ha circa 300). Peccato, la laurea in economia aziendale faceva ben sperare. Ha 56 anni ed è sposato con un cantante lirica. In breve: se la mia consorte avesse una laurea in architettura, pretenderei l’incarico di rettore al Politecnico. Ultimo dato, non meno importante: dal curriculum di Graziosi emerge una lunga attività amministrativa. In una fondazione teatrale? No. Presso un ente artistico? Nemmeno. In una multinazionale di ascensori.

Giancarlo Del Monaco: 75 anni, figlio del ben più celebre tenore, è manager e regista a giorni alterni. Se la valutazione delle capacità interpretative degli allestimenti è soggettiva, i dati riguardo alle sua mansioni come manager non lo sono. Sono 2,4 i milioni di dollari di sforamento del budget del teatro di Bonn. A tal proposito il barone Hans-Jochem von Uslar-Gleichen dichiarò: “sapevamo che ci sarebbero stati problemi sui soldi, non è un manager nato”. Di lui il Der Spiegel ha scritto: “ci sono forti dubbi sul fatto che Del Monaco possieda la finezza finanziaria o politica per realizzare le ambizioni di Bonn a proposito del suo teatro d’opera”. Nel 2009 vola alle Canarie per la direzione dell’opera di Tenerife. Il gaio soggiorno si conclude con il licenziamento. Per “motivi economici”, neanche a dirlo. In linea con le esternazioni dei migliori anni del mo-vi-mento che sta per trovargli un nuovo tetto, affermò di essere vittima di “barbarie e ignoranza”. Sta un po’ a vedere questi nativi, come sono barbari. Dimentico qualcosa? Ah, si. È amico di Beppe Grillo.

Consiglio di indirizzo del Teatro Regio: consta di sei consiglieri (tra i quali Fonsatti) e un presidente (Appendino, in qualità di sindaco). Quello delle reali competenze in materia, che vadano oltre lo squisito interesse lirico e sinfonico personale, dei vari membri è un argomento troppo vasto per essere affrontato in questa sede.

Cercherò di raccontare la vicenda come se fosse il canovaccio di una tragedia teatrale. Anche se i fatti di che presenterò hanno più tratti in comune con la prima stagione di House of Cards. Ricordate Francis Underwood? Il politico che, messo all’angolo, si rende protagonista di una vendetta politica spietata nei confronti di chi ha beneficiato a suoi danni. Fino ad arrivare alla presidenza degli Stati Uniti. Ecco, la giunta del capoluogo subalpino ha tentato di ricalcare le stesse linee guida, pur non disponendo né della lungimiranza, né tantomeno dell’astuzia che caratterizzano il personaggio di Kevin Spacey.

Tragedia tra i velluti rossi di piazza Castello, ovvero la cultura al ribasso di Chiara Appendino.

Preludio

Le prime voci in merito a un ipotetico addio di Vergnano si rincorrevano da un po’. Taluni le ventilavano già da gennaio, prontamente rimbeccati dal sindaco e dallo stesso interessato. Figura, quella del sovrintendente, che voci interne al Teatro Regio da tempo indicavano in rotta di collisione con l’amministrazione. A stroncare le presunte illazioni arrivano, a marzo, declinate in toni abbastanza netti, le parole di Vergnano: “Io dimissionario? Non mi risulta nel modo più assoluto. Il motivo è presto detto: ho un ottimo rapporto con la sindaca Appendino e lei non mi ha chiesto niente.

Dichiarazioni che hanno come unico risultato quello di riscaldare l’atmosfera, già bollente, intorno all’ente lirico. Dopo 19 anni passati alla guida di quest’ultimo, probabilmente, il sovrintendente non pare aver compreso a fondo le dinamiche della politica cittadina: a rigor di logica, quale amministratore pubblico darebbe il preavviso a qualcuno prossimo alla defenestrazione?

Non è mia intenzione attribuire la colpa di quanto avvenuto in maniera univoca, considerato lo scarso grado di chiarezza che tutt’ora si ha sull’intera vicenda. Ma è da questo momento che il sasso inizia a rotolare. E origina la frana.

ATTO I, SCENA I: bilanci inspiegabili

Compare (inspiegabilmente) un non indifferente buco dal bilancio del teatro: stime approssimative parlano di circa un milione e settecentomila euro. Bilancio già approvato in gennaio, quindi viene ragionevolmente da chiedersi a cosa sia dovuto tale ritardo. L’amministrazione coglie la palla al balzo, quale miglior occasione per silurare la creatura par excellance del rottamato centrosinistra cittadino. L’occasione è molto più che ghiotta: l’empasse governativo nel quale è precipitata la giunta a partire dai fatti di piazza San Carlo potrebbe trovare soluzione, sindaco e consiglieri potrebbero finalmente mostrare i muscoli. E lo fanno.

ATTO I, SCENA II: la riforma del Regio

È qui che entra in gioco il consigliere Giovara. La proposta di riforma del Regio depositata lo scorso dicembre troverebbe più facilmente sponda presso un nuovo sovrintendente e un nuovo consiglio direttivo. Non scandalizzatevi, è la logica del potere. Né moralmente giusta né sbagliata, soltanto congiunturale al potere stesso. È il potere che opera per preservare se stesso. Un sovrintendente appena piazzato da una giunta dovrebbe mostrare una buona dose di coraggio nell’affossare un piano di rilancio appena avallato dalla stessa giunta.

A sostegno di tale tesi potrei citare un un personalissimo colloquio, in merito alla proposta di riforma, avuto dal sottoscritto con il consigliere Giovara poche settimane fa, durante il quale il mio interlocutore ha affermato: “La proposta è un’arma a doppio taglio. A ogni tentativo di scardinare l’attuale sistema corrisponderà una reazione di forza uguale e contaria per fermarci, da parte di coloro che si vedrebbero sottrarre i privilegi finora accumulati”. Con il modificarsi delle condizioni di partenza, siamo certi che molti problemi verrebbero conseguentemente a cadere, e che la proposta di riforma (di cui abbiamo già parlato e che torneremo a trattare) avrebbe strada spianata.

In un secondo momento era stato anche trattato un possibile cambio di rotta per quanto concerne i futuri cartelloni: l’intenzione è quella di operare scelte ben diverse riguardo ai titoli proposti, giudicati gli attuali come di nicchia, incapaci di attrarre pubblico (e denaro), e riguardo anche al numero dei titoli totali (che diminuirebbe). Meno opere, ma che abbiano capacità di attrarre pubblico. Intenzioni che si sposerebbero con quelle del nuovo sovrintendente. Ma torneremo in futuro sull’argomento.

ATTO II, SCENA I: dimissioni fantastiche e dove trovarle

Cala la sera del 18 aprile. E, con il sopraggiungere della notte, come nelle migliori tragedie, precipitano gli eventi. Giunge la tanto attesa nota di Vergnano tramite ANSA: “È una scelta maturata da ottobre ad oggi in modo del tutto condiviso", spiega la sindaca di Torino, Chiara Appendino, che presiede l'ente teatrale. Una decisione, aggiunge Vergnano, "presa nell'interesse del teatro". Vergnano lascia il Regio dopo 19 anni "per motivi personali". "Nessuna dietrologia, è stata davvero una scelta comune presa nell'interesse del teatro", afferma il sovrintendente dimissionario, alle prese negli ultimi mesi con alcuni problemi di salute.

I casi sono due: o si tratta di una scelta maturata da ottobre ad oggi, in accordo con quanto affermato dal sindaco, oppure quanto dichiarato da Vergnano a marzo (Io dimissionario? Non mi risulta nel modo più assoluto) era palesemente falso. Constatata l’impossibilità delle due dichiarazioni di coesistere, o l’uno o l’altro ha mentito. In alternativa, stando a quanto affermato prima, la defenestrazione di Vergnano era nei programmi della giunta già da tempo, ovviamente a sua insaputa.

Risalgono al 28 aprile scorso queste ultime dichiarazioni di Vergnano: "Il 6 aprile - dice l'ex sovrintendente - sono stato informato di un fatto nuovo, che per rispetto nei confronti del teatro e dei lavoratori non rivelerò nei particolari, un fatto però che farebbe presupporre, e uso il condizionale perchè c’è un’indagine in corso, che il bilancio consuntivo del 2017 potrebbe non chiudere in pareggio. L’ho appreso venerdì 6 aprile e ho subito telefonato alla sindaca Appendino, che ho incontrato poi il lunedì: di fronte alla eventualità che il teatro potesse non chiudere in pareggio ho deciso di assumermi la responsabilità di questo fatto che non conoscevo fino al venerdì precedente, perchè è così che deve fare un sovrintendente, e ho rassegnato le dimissioni". Quindi i paventati problemi di salute non sembrano aver inciso sulle scelte dimissionarie. Il “fatto nuovo” a cui si riferisce Vergnano potrebbe riferirsi proprio all’apertura del sindaco nei confronti della mozione Giovara, come più d’una voce suggerisce.

Ennesima contraddizione: il 27 marzo Vergnano dichiara di non essere dimissionario, causa l’ottimo rapporto con il sindaco. Però nel medesimo giorno La Stampa indica come possibile successore di Vergnano proprio Del Monaco. Il 30 dello stesso mese il sovrintendente si presenta all’incontro con i sindacati, ignaro quindi tanto della propria defenestrazione in corso quanto del buco di bilancio. E il 10 del mese successivo sempre La Stampa scrive che da almeno cinque giorni sono in corso stretti colloqui tra il sindaco e Vergnano. E, nello stesso articolo, si provvede a silurare Del Monaco. Quindi, o La Stampa ha messo in piedi una congettura (senza alcun ausilio di voci interne agli ambienti) in merito tanto alle dimissioni, quanto già a possibili successori, magicamente coincidenti con i profili della giunta, oppure qualcuno ha seri problemi nel dire la verità.

Con la decapitazione di Vergnano arriva la decadenza automatica di Noseda e Fournier-Facio. Conseguenza che pare non allettare il direttore musicale, il quale afferma che non si è dimesso dal Teatro Regio. Vero, non ha mai personalmente presentato le dimissioni, e il sovrintendente successivo potrebbe riconfermarlo.

ATTO II, SCENA II: intrigo internazionale

L’incapacità di sciacquare in casa i nostri panni sporchi porta ancora una volta il teatro sulla scena internazionale. Le maggiori testate statunitensi (che dei direttori italiani hanno opinione ben più alta rispetto a noi) riportano la notizia: si va dal Washington Post, che titola Tumult at an Italian Opera House: a major conductor leaves Turin, al New York Times, sul quale si scrive: “È l’ultimo esempio di un rinomato direttore italiano in disarmonia con un teatro italiano: nel 2005, Riccardo Muti si è dimesso dal Teatro alla Scala di Milano.” Ironia della sorte, ora Muti è impegnato con la Los Angeles Philharmonic. E Noseda con la NSO. L’elenco delle menti italiane fuggite all’estero è lungo, si va da Leonardo, a Juvarra, a Noseda, ultimo tassello.

Sempre il Washington Post sottolinea, non senza un sottile senso di divertita superiorità verso questa razza di italianotti di provincia, come, adesso, Noseda avrà più tempo per dedicarsi alla NSO.

Ma, fino a che le vicende italiane hanno ripercussioni solamente nel nostro paese, le righe del New York Times restano relegate allo status di note di commento. Così, a consolidare l’immagine inaffidabile dell’Italia (e di Torino) nel mondo si pone subito rimedio, e vengono cancellate le successive tournée internazionali dell’orchestra (USA compresa).

ATTO II, SCENA III: successori in successione

Da Palazzo di Città iniziano a filtrare le prime indiscrezioni i merito ai possibili successori alla sovrintendenza. E il primo nome che si vocifera è quello di Giancarlo Del Monaco. Finchè il Corriere non interviene a fargli le pulci, e la candidatura salta ancor prima di essere posta in essere. Complice l’amicizia di Del Monaco con Grillo, le evidenti difficoltà incontrate durante le precedenti esperienze amministrative e l’età avanzata.

Così a saltare fuori è il nome di Graziosi, il quale viene frettolosamente proiettato sul tavolo delle trattative. Tanto frettolosamente indicato (senza bandi pubblici o simili), quanto votato.

ATTO III, SCENA I: prospettive nazionali

Si giunge così al voto. Si concluderà con quattro favorevoli alla candidatura. Il più plateale dei voti sarà quello di Filippo Fonsatti, che opterà per la non partecipazione, come indicato dalla fedele spalla di Madamina, Sergio Chiamparino. La scelta del presidente della regione è una di quelle comprensibili secondo l’ottica squisitamente politica. A essere in gioco non vi è solo un nome, ma almeno altre due condizioni: quella della pacifica coesistenza tra regione e comune (e soprattutto tra le rispettive guide), e gli equilibri del parlamento nazionale. Perché proprio questo tavolo di nomine potrebbe rappresentare un preludio tattico a un ipotetico governo M5S-PD. Ipotesi che troverebbe sostegno nelle scelte del ministro Franceschini, il quale ha firmato la nomina di Graziosi senza battere ciglio.

Vittorio Sabadin - che sedeva in Consiglio in rappresentanza del Comune - e Angelica Corporandi Musy - per l'Assemblea dei Soci Fondatori – non essendo vincolati da alcuna limitazione di natura politica, hanno basato la loro scelta esclusivamente nell’interesse del teatro, votando nel modo ritenuto più appropriato (sia il voto negativo espresso condivisibile o meno).

A decidere l’esito della votazione è stato il rappresentante delle fondazioni bancarie, le quali, coerenti fino in fondo nella volontà di non inimicarsi alcun gruppo politico (constatata la quotata possibilità di un governo a partecipazione pentastellata), hanno orientato l’ago della bilancia verso Graziosi.

Almeno altri quattro, i nomi presentati quali alternative a Graziosi. Tutti curriculum di livello, rigorosamente scartati (e probabilmente nemmeno presi in considerazione) da Appendino.

ATTO III, SCENA II: gente che viene, gente che va

Alla nomina del nuovo sovrintendente fa da contrappeso l’addio di Noseda: “Alla luce di quanto avvenuto negli ultimi giorni e preso atto che la qualità che ha portato il teatro alla ribalta della scena internazionale non è stata minimamente tenuta in considerazione, mi pare chiaro che non esista la volontà di condividere un progetto per il futuro del Teatro Regio Torino. Apprendo inoltre che il Consiglio di Indirizzo del Teatro Regio Torino ha deciso di cancellare il ritorno negli Stati Uniti, programmato per il Maggio 2019, che prevedeva concerti all’Harris Theater di Chicago, alla Carnegie Hall di New York e al Kennedy Center di Washington, D.C., eventi già annunciati all’inizio dell’anno nelle rispettive stagioni. Apprezzate le circostanze – e con profondo dispiacere – non intendo rendermi disponibile a continuare la relazione con il Teatro Regio Torino per i progetti che avevamo programmato a partire dalla stagione 2018/19. Rispetterò invece gli impegni presi questa estate con i festival di Montreux, Stresa e con il MITO Festival di Torino. Ringrazio ancora gli artisti dell’orchestra, del coro, i tecnici di palcoscenico e gli operatori dei laboratori, come pure tutti i collaboratori del teatro, coi quali ho condiviso una meravigliosa avventura. Abbiamo realizzato progetti bellissimi e importanti, che resteranno per sempre nella storia del teatro e nelle nostre storie personali. Sono grato al pubblico di Torino che ci ha seguito fedelmente in questo percorso e che mi ha testimoniato un crescente affetto”.

La nota del direttore è stata abbastanza dura da indurre l’ufficio stampa del Regio a tagliarne una parte. La versione offerta alle testate statunitensi era meno conciliante. "The recent actions taken by the board of the Teatro Regio Torino are disappointing and disheartening" (le recenti decisioni dell'amministrazione del Regio sono deludenti e scoraggianti).

ULTIMO ATTO: colpi di coda e considerazioni conclusive

1) L’appena designato Graziosi, nel corso della prima intervista in qualità di sovrintendente, ha affermato di non conoscere Noseda. La speranza è che si riferisse a un livello di conoscenza personale. Se così non fosse la sua nomina sarebbe solo il principio del baratro per il teatro cittadino.

2) Il sindaco Appendino ha dichiarato di assumersi l’intera responsabilità della nomina di Graziosi. Quantomeno apprezzabile la coerenza. Se non fosse che immediatamente dopo ha aggiunto: “Prima sfida mettere in equilibrio l'ente. Non sono esperta di lirica.” Senza considerare il discutibile connubio linguistico tra le due proposizioni, è una dichiarazione che aggiunge insulto al danno. Ma d’altronde se il sindaco è tanto incline a scegliere gli uomini delle multinazionali di ascensori per guidare un teatro lirico, rifuggendo da qualunque altra proposta, non si può pretendere certo che se ne intenda di lirica. Di certo non è possibile pretendere che un politico sia a conoscenza di tutto lo scibile. Ma proprio da qui nasce la necessità di consiglieri esperti in materia.

3) Il ruolo svolto da Chiamparino merita una particolare attenzione. Perché da questa tragedia passano i destini delle sinistre locali, cittadina e regionale. Lascio qui la parola (anzi, la penna) a Umberto La Rocca, il quale argutamente scrive: perché, proprio nel momento in cui il Partito democratico, dopo la dura sconfitta elettorale, dovrebbe provare a ricostruire un’immagine autorevole e limpida, Sergio Chiamparino si è prestato a questa operazione scegliendo l’arrendevolezza e un sostanziale via libera piuttosto che una dignitosa (e forse vittoriosa) opposizione?

4) La decadenza di Noseda pone in essere un ulteriore dilemma (notevole) per la successione: difficile, a parità di cachet, trovare un sostituto che garantisca la medesima qualità artistica dell’ormai ex-direttore musicale. Il vuoto lasciato dal milanese sarà difficile da colmare per chiunque, e molto probabilmente tutto ciò a cui abbiamo assistito comporterà un deciso abbassamento dell’offerta culturale del teatro.

5) Tutto il tono farsesco della vicenda si rivela pienamente nel momento in cui ci si rende conto che gli acuti statunitensi, per trovare un direttore principale degno della propria sinfonica nazionale, sono venuti a pescarlo fin qua. Noi lo avevamo, e lo abbiamo lasciato andare. Non proprio tutti, in realtà: la filarmonica del teatro Regio (organismo autonomo, differente rispetto all’orchestra “fissa” del teatro, e pertanto non vincolata dalle scelte della dirigenza della fondazione) ha proposto a Noseda di continuare la proficua collaborazione. Purtroppo sono (e siamo) ancora in attesa di risposta.

6) Ancora una volta si è magistralmente provveduto a dare di Torino l'immagine del provinciale borgo litigioso, inconcludente e poco rispettoso verso gli impegni assunti. Sarà anche la prima tra le città di provincia, ma, come scrive Gabriele Ferraris, se c'è da diventare lo zimbello del mondo, non è seconda a nessuno.

Di tutta questa vicenda potrei offrire due fil rouge, per così dire, identificatori: il primo è che tutti hanno evidenti conti in sospeso con il semplice dire la verità, viste le mille dichiarazioni, tra loro inconciliabili, rilasciate. La seconda è che si tratti di pentastellati, democratici o altre, più o meno competenti, fazioni politiche, l’ultima cosa di cui si è tenuto conto in tutta la sceneggiata è stato l’interesse dei cittadini torinesi. E perché, per quanto ci si batta per una cultura di livello in campagna elettorale, il rapporto tra politici e politiche culturali nel paese è sempre sotteso da un’atmosfera di grottesca tragedia. E, in questo caso, tutti hanno ritenuto che i sostenitori e gli abbonati del Regio siano una frangia ininfluente per i propri destini elettorali. Ma, dopotutto, it’s a strange world, isn’t it?