Le lunghe notti di Chiara Appendino

di REDAZIONE
pubblicato il 07/05/2018


A seguito della decisione del sindaco di vietare la vendita di alcolici d'asporto, a partire dalle 21.00 fino alle 6.00, proponiamo un'analisi postata su Facebook, targata Francesca Lonardelli, dell'associazione Sotto il cielo di Fred, in merito alla questione.

"Il dibattito pubblico non può focalizzarsi sull’opposizione di “popolo della notte” vs “popolo dei residenti contro la movida”. Non ho ancora capito a quale delle parti in causa faccia comodo rappresentare la cronaca in questo modo.

Le notizie, quelle disarmanti, si susseguono. Il senso d’impotenza e frustrazione aumenta, essere passivi spettatori dell’avvilimento di una città che fino a qualche anno fa era fonte di orgoglio, da dipingere con gli amici forestieri come “la città più bella dove vivere, perché si vive tranquilli ma con una pluralità e un’offerta culturale vivace”.

Un mesetto fa era uscito l’ennesimo articolo sull’ennesima chiusura di uno spazio. Poi chiaramente nel mese che è passato qualcuno si è accorto che stava arrivando l’estate e che tutte quelle persone si sarebbero riversate in piazza, ed ecco la risposta di oggi: un’ordinanza proibizionista estesa a tutta la città e che si diventerà prassi.

Non si può ignorare, o nascondere, la relazione fra spazi chiusi e ordinanze restrittive per arginare il problema di tutti quelli che non sapendo dove andare si riverserebbero nelle strade.

Se facciamo l’elenco: Cap10100, Officine Corsare, Imbarchino, Samo, Bunker, Murazzi, Rotonda, Chalet, Club 84, Esperia, vuol dire avere inutilizzati l’80% dei locali dove l’intrattenimento notturno (in modo trasversale a livello di offerta, target e consumi) si riversava la notte.

La chiusura di tutti questi spazi, ognuno per “sacrosantissimi” motivi diversi (ma tant’è che siano tutti fermi ed è questo il problema), ha comportato l’annullamento di attività, eventi, manifestazioni importanti che portavano flussi economici e indotto sugli operatori della cultura; decine di persone che si sono trovate senza lavoro, imprenditori culturali che si sono trovati senza prospettive, precipitati in quella spirale allucinante della burocrazia italiana che può uccidere tutte le migliori intenzioni e la buona volontà.

La soluzione non sono le ordinanze coprifuoco. Non si proibisce in attesa di pianificare e governare un’equilibrata gestione degli spazi e tempi della città.

I locali non sono a norma e va bene, ce ne siamo accorti solo ora e va bene.
Ma i referenti di molte strutture dal momento in cui sono stati controllati si sono attivati per mettersi in regola, hanno fatto impegnative consultazioni con tutti gli enti incaricati per capire come e cosa si deve fare. Hanno dimostrato che la volontà per risanare c’è, che lo sforzo economico per cambiare le strutture anche (molte di queste strutture sono di proprietà pubblica, ma comunque la messa a norma sarebbe solo a carico del privato concessionario).
Quindi qual è lo scoglio? La burocrazia, i tempi eterni in cui da un ufficio all’altro si rimbalzano le responsabilità, o meglio la decisione. Tutti hanno paura di “decidere”, di mettere il sì definitivo.

Una proposta operativa che mi aspetterei, in un caso di emergenza come questo, è che venisse istituita una commissione speciale con tutti gli esponenti degli uffici interessati che segua la presentazione dei lavori e della messa a norma in tempi rapidi.

E’ un delitto avere da 6 anni i Murazzi chiusi. I murazzi! Quel posto magnifico che tutti conosciamo, quel posto che i secoli di storia ci hanno donato in riva al fiume più importante d’Italia in una delle 4 città più importanti d’Italia (già solo con queste poche righe si può capire quanto siano strategici a livello di marketing turistico, e non solo per la vita notturna). Qualsiasi sia la destinazione futura di quegli spazi, diurna o notturna, qualsiasi amministrazione, quella Fassino, prima, l’attuale oggi, non può permettere che una città così bella si privi di un’attrazione turistica così determinante.
 
E’ una questione di volontà. E di responsabilità.

In questa triste pagina torinese faccio appello a tutti quelli che hanno un briciolo di potere e la possibilità e la volontà di assumersi la responsabilità affinché questa situazione sia governata e non abbandonata alla deriva della burocrazia o delle ordinanze.

Faccio appello ai giornali, la Repubblica Torino, Corriere della Sera Torino, La Stampa Torino: non avvilite la discussione con la sterile polarizzazione “mala-movida vs comitati dei residenti”. Depotenziare le attività notturne vuol dire meno concerti e attività culturali, meno aggregazione, aumento degli abusivismi, riduzione di indotto e posti di lavoro per alcuni tipi di servizi.

Faccio appello a questa amministrazione, vi chiedo di lavorare sui tempi di reazione, non sul merito. Siate severi, ma giusti, ma soprattutto veloci. Dimostrate la volontà di voler risolvere, fatelo pianificando, governando le esigenze di tutti e tagliando le attese.

In particolare faccio una preghiera alle persone vicine a questa amministrazione che ho fra gli amici di Facebook: non prendete questa mia come un attacco personale, non cercate di distruggerne con la dialettica l’intento.
 
Vi prego.

Voi che questi spazi li avete frequentati, amati, in certi casi aiutati a crescere, siate invece portavoce di una situazione insostenibile, adesso, che sarà tragica da quando dovrà ripartire la nuova stagione.
Non nascondetevi dietro al clichè del popolo della notte, quello mal tollerato dall’altra parte della popolazione. La notte c’è chi la frequenta e chi lavora per la notte, operatori culturali, imprenditori dell’intrattenimento, persone serie e qualificate che hanno investito su questa città, che lavorano affinché quello spazio possa anche offrire ai giovani dei modelli culturali alternativi.

I giovani esisteranno sempre e finchè esisteranno vorranno uscire la sera, fare tardi, stare con gli amici. E questa energia non si può limitare con le ordinanze. Bisogna assecondarla e valorizzarla, semmai, far si che sia utile anche quel tempo passato insonne.

Non voglio immaginarmi un mondo in cui i giovani rimangano a casa, la sera, davanti a Netflix. Io sono stata fortunata e i miei vent’anni li ho passati in una Torino con un impulso creativo e culturale che mi ha permesso di fare quello che faccio ora.
 
Dal nulla, dal basso, land of opportunity.
L’ho amata e promossa tanto.

Ora mi fa paura, genera in me e nei miei colleghi incertezze e frustrazione, e non riesco più a parlarne bene.
Con gli operatori culturali di altre città con cui collaboro sempre più spesso mi devo giustificare sul perché, da un giorno all’altro, devo far saltare pezzi di programmazione.
La frase che ho sentito ripetere più spesso in quest'ultimo anno è che a Torino non si può più fare niente. In tanti hanno già spostato, o stanno per spostare, le proprie attività in altre città in Piemonte o anche in altre regioni.
 
Il Piemonte diventerà la ciambella con il buco al centro.

Qualcuno ci aiuti!"