Faust, Charles Gounod, in scena nel giugno del 2015

Il Regio cambia musica

di REDAZIONE
pubblicato il 19/03/2018


Più che un cambio di rotta sembra una vera e propria rivoluzione, quella annunciata dal consigliere di maggioranza Massimo Giovara, relativamente allo status futuro del Teatro Regio di Torino, e al suo eventuale rilancio nel panorama internazionale.

In un documento, redatto con la collaborazione di un tecnico del settore (Roberto Guenno, corista del Regio) e del referente nazionale per le fondazioni liriche del M5S, presentato il 14 marzo in commissione cultura, vengono delineate, va detto in modo abbastanza dettagliato, le riforme che scardinerebbero l’attuale struttura del tempio della lirica cittadino.

Le proposte: creazione di una compagnia attoriale interna al teatro, che andrebbe a sostituire per parte della stagione le compagnie esterne fino ad ora assoldate, selezione diretta degli artisti, svincolandosi così dall’operato delle agenzie di mediazione, istituzione di una caffetteria e archivio multimediale interno al teatro (che offrirebbe al pubblico la possibilità di consultare e acquistare partiture, registrazioni, video), lancio di pacchetti stagionali ad hoc per il pubblico di passaggio. E, infine, incremento delle risorse per dirette streaming degli spettacoli e trasmissioni degli stessi in sale cinematografiche.

I modelli: la Royal Opera House di Londra, per quanto concerne la selezione degli artisti e la compagnia interna, la Philharmonie di Berlino (dotata di uno dei più evoluti archivi multimediali del settore al mondo), la Fenice di Venezia per le offerte su misura, il MET di New York per le trasmissioni mediatiche.

Sembrerebbe che, finalmente, i grillini torinesi si siano dotati di un valido programma culturale. Già, sembrerebbe. Perché non è tutto oro quel che luccica. E qui, di luccichio, ce n’è da vendere.

Premesso che il progetto di riforma sia serio e ben impostato, orientato alle effettive necessità dell’ente più che della raccolta spasmodica di consenso per una giunta in evidente difficoltà, vanno appuntate alcune considerazioni.

Torino non è Londra, né Berlino, né tantomeno New York. Non è paragonabile per quanto riguarda la popolazione cittadina e dell’area metropolitana. Molto più semplice registrare il tutto esaurito per gli spettacoli delle grandi capitali europee e internazionali. Semplicente, c’è più materiale umano da poter attrarre.

In secondo luogo, L’Italia è un caso a parte rispetto al resto del mondo “occidentale”, sempre che l’uso di tale termine sia ancora sensato. Viviamo nel paese che ha dato i natali ad alcune tra le più brillanti menti musicali degli ultimi mille anni. Ma è lo stesso paese che in cultura investe solamente l’1,5 % del proprio PIL, che non offre alle sue nuove generazioni alcuna educazione musicale, che non abitua all’ascolto (non esclusivamente musicale, ma qui si apre un argomento troppo spinoso per poter essere trattato in poche righe), e che in ultima analisi sforna adulti che non hanno la benché minima idea di chi sia un Casella piuttosto che un Cherubini. Questi adulti non si avvicineranno mai né al mondo sinfonico (che non sia l’ascolto in piazza o al concerto di capodanno di arie e valzer senza contesto), né tantomeno a quello operistico. E tutto ciò riduce ulteriormente il target di individui raggiungibili dalla grande musica. E, purtroppo, bisogna ammettere che per quanto le proposte di streaming siano di prim’ordine in termini assoluti, siano decisamente poco proficue relativamente al pubblico al quale vengono indirizzate. Non è una questione risolvibile con mezzi tanto limitati: le dirette avrebbero senso nel caso in cui fossero supportate da adeguate politiche educative del MIUR, che, ad oggi, non risultano pervenute. Sarebbe probabilmente più sensato indirizzare sforzi e risorse (già precarie) ad attività faccia a faccia del Regio con le scuole del territorio.

In terzo luogo, la creazione di una compagnia interna al teatro risulta forse la proposta più concreta, ma anche qui vanno fatte le opportune precisazioni. Perché se da un lato è vero che si arriverebbe a una riduzione dei costi, è altrettanto vero che la filosofia della quantità non ha mai portato a traguardi di una certa rilevanza. “Questo vorrebbe dire andare verso un modello di teatro di repertorio, con un ampio numero di opere che si alternano di giorno in giorno”, ha dichiarato Giovara, che ha aggiunto come, in questo modo, si potrebbe aumentare il numero delle recite diminuendone i costi. Ma il circolo è vizioso, e si ritorna al sopracitato problema. I teatri e le sale da concerto sono vuote: aumentare il numero di recite degli allestimenti in cartellone porterebbe solo a una diluizione del pubblico in un maggior numero di serate, difficilmente a un incremento dei biglietti venduti. E, che siano interni o meno, ballerini, coristi, solisti e artisti d’orchestra vanno anche stipendiati per un maggior numero di serate. Una eventuale compagnia interna avrebbe tuttavia lo straordinario merito di attrarre risorse umane dal territorio, che ne verrebbe indubbiamente valorizzato.

Infine, vale la pena trattare la questione dei pacchetti mirati ad accogliere il pubblico di passaggio. Va ricordato che, qui, il modello, è Venezia. Ma forse troppo pochi si sono accorti che Torino non dispone di quel turismo di passaggio e della quantità di turisti su cui la Fenice, in ogni stagione, può far leva. Anche in questo caso sarebbe opportuno destinare i fondi predisposti ai giovani che a Torino vivono, studiano o lavorano, al fine di creare quello zoccolo duro di fruitori della musica lirica e sinfonica, in previsione, soprattutto, dell’arrivo delle nuove generazioni.