(Foto da: Tiscali Notizie)

L'insostenibile leggerezza dell'essere liberali

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 11/03/2018


Il 10 marzo 2018 è morto Piero Ostellino. A darne la notizia è stato Il Corriere della Sera, quotidiano che fu la sua casa per 48 anni. Torino e l’Italia perdono l’ultimo punto di contatto con un mondo culturale che non c’è più, di cui il giornalista fu esponente.

Devo ammettere che, quando abbiamo scelto di lanciare Il Caffè Torinese, ho sperato di riuscire nell’impresa di intervistare Piero Ostellino. Non tanto per poter fruire dell’indubbia fibra intellettuale dell’uomo, quanto piuttosto per poter venire a contatto con uno degli ultimi esponenti di quel piccolo mondo perduto che fu la borghesia intellettuale e liberale della prima repubblica, della quale Ostellino ha rappresentato i titoli di coda dopo un finale in diminuendo. Il tempo, tuttavia, mi ha dato torto.

Classe 1935, Veneziano, ma di ascendenza Piemontese, nella capitale sabauda si laureò in scienze politiche, avendo come relatore e correlatore rispettivamente Alessandro Passerin d’Entreves e Norberto Bobbio.

Sempre a Torino fu fondatore del Centro di ricerca Luigi Einaudi, traguardo quasi naturale per un uomo che della tradizione liberale torinese aveva saputo cogliere tanto lo spirito polemico e antistatalista di Einaudi, quanto quello riformatore e politicamente duttile di Croce.

Ammiratore degli illuministi scozzesi, rifuggì sempre dalle radicalizzazioni dello stesso pensiero liberale: criticò, con il notevole acume dello storico, gli esiti geometrici della rivoluzione giacobina del 1789, e, con la sensibilità dei migliori giornalisti, gli eccessi del giustizialismo di Tangentopoli.

Fu inviato per il Corriere nella Mosca sovietica e a Pechino. Metafora, forse, di quella che fu la sua intera esistenza: un continuo peregrinare in un mondo che non gli apparteneva, schiacciato tra le due proposte massificatrici della politica della prima repubblica. Al contrario di, seppur illustri, colleghi, riuscì a salvaguardare la propria identità puramente liberale, non cedendo alle pressioni che lo volevano affiliato una volta a questo partito, una volta a quell’altro. Dei due regimi comunisti sotto i quali operò denunciò la logica corporativa e autoritaria, entrando in collisione con poteri ben più grandi di lui a causa di quella “militanza silenziosa”, che sempre fu ponte tra la sua imparzialità giornalistica e la sua essenza liberale.

Penna elegante, acuminata, mai turgida né inutilmente celebrativa, come direttore responsabile guidò il Corriere dal 1984 al 1987, rappresentando l’antitesi a quella classe intellettuale marcatamente di sinistra che reclamava il monopolio della cultura letteraria del paese. Coerentemente, non si esimette dal criticare tutti i fautori di quel liberalismo da bar e di facciata che infestano l’Italia di questo millennio. Forse anche per questo scelse la Francia per trascorrere i suoi ultimi anni, lontano da quei modi ipocritamente moralisti, o totalmente lascivi, tutti italiani, di concepire la società e il pubblico.

Collaborò con il Corriere fino al 2015, anno in cui si trasferì al Giornale. E fu forse questa l’unica contraddizione della sua vita, per un pensatore che non fu servo di nessuna ideologia, sempre capace di mettere e mettersi in discussione, figlio tanto del dubbio (che fu il nome della sua rubrica al Corriere negli anni di Mani Pulite) quanto di solidissimi principi.