La svolta a destra è la svolta delle periferie

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 05/03/2018


La città amministrata dai pentastellati negli ultimi anni è anche quella dove hanno subito la più consistente battuta d’arresto. E i numeri, ancora una volta, ci riconducono alle periferie.

Sono passati circa trenta minuti dalla mezzanotte quando, il 5 marzo, i primi dati relativi ai collegi elettorali torinesi cominciano ad affluire in quantità sufficiente a ipotizzare i primi, possibili, scenari. Ci vorrà ancora più di un’ora per offrire una panoramica ragionevole dei candidati vincitori nei collegi uninominali.

Il risultato elettorale cittadino rappresenta l’inversione di tendenza rispetto all’incontestabile dato nazionale. Il caso torinese, unico tra le grandi città, riveste un ruolo di primaria importanza per chiunque voglia lanciarsi in più o meno lucide analisi dell’atmosfera politica respirata all’alba della diciottesima legislatura.

E i motivi sono sostanzialmente due: il feudo pentastellato ha abbandonato la vocazione rivoluzionaria espressa alle urne due anni fa, e all’emorragia di voti del M5S non si è affiancato un recupero consistente del centrosinistra.

Quella che è stata tra le più imponenti campagne di opposizione a un sindaco degli ultimi anni ha effettivamente prodotto sufficienti risultati per la sinistra cittadina, che ancora sente il bruciore per la mancata rielezione di Fassino alla massima carica comunale. Risultati che hanno condotto all’elezione di due deputati (Giorgis e Lepri) e un senatore (Laus). Va appuntato però come Giorgis sia stato eletto in un collegio che non era stato interessato dalla svolta appendiniana alle passate amministrative. E non è un dato trascurabile, perché riduce sensibilmente i margini di reconquista del PD & Co. E va ricordato come il secondo collegio senatoriale sia caduto in mano alla destra, con l’elezione della sorella d’Italia Augusta Montaruli.

Il dato statisticamente più interessante, tuttavia, va ricercato nei numeri che hanno interessato quella Torino dimenticata che, ancora una volta, si è rivelata il fulcro dell’elezione, il passaggio obbligato per poter dare giudizi ponderati in merito alla totalità comunale. Perché a Barriera di Milano è Roberto Rosso, per il centrodestra, a spuntarla, distanziando grillini e dem, fermi, rispettivamente, al 29% e al 26%. Frutto della delusione, della rabbia, del distacco che contrassegna i cittadini torinesi dalla Dora in su.

Sono numeri che hanno la forza necessaria per imbarazzare tutte le attuali e precedenti amministrazioni comunali: a dimostrazione di come il candidato di turno continui a concepire la periferia come bacino elettorale, né più né meno. E la facilità con la quale, in meno di due anni, gli abitanti di Torino Nord abbiano rinnegato il sindaco, tanto festeggiato al momento dell’elezione, pone in risalto l’incapacità di dare ascolto alle voci più distanti dalla Sala Rossa.

Nella tornata del 2001, anno della grande abbuffata berlusconiana, Torino si era risvegliata saldamente in mano alla coalizione di centrosinistra, in grado di cogliere una iconica vittoria per 7 a 1 per quanto concerne i collegi uninominali all’interno dei confini comunali. Risultato che ormai sembra appartenere più a filoni mitologici che non realistici obiettivi.

Il dato torinese ha la stessa forza dirompente della vittoriosa avanzata delle destre in Emilia Romagna, ma, a differenza di ciò, è in grado di intorpidire i sogni di gloria degli associati di Casaleggio, e di causare l’ennesimo incubo a occhi aperti agli esponenti di una coalizione che, dopo quasi due anni di costanti critiche alla giunta a cinque stelle, non si è rivelata in grado di presentare un’offerta convincente ai propri, ormai a titolo definitivo, ex elettori, che hanno drasticamente optato per la svolta a destra.