Comune langhigiano con il Monte Rosa sullo sfondo

Luci e ombre dell'autonomia

di NICOLA DECORATO
pubblicato il 01/03/2018


Non troppo tempo è passato da quando, sulla scia degli scriteriati e dissennati referendum autonomistici lombardo-veneti, anche le più occidentali province piemontesi hanno visto il sorgere e proliferare di assemblee e isolati comitati, votati ad uno sterile neoregionalismo senza prospettive, figlio del populismo leghista più che delle effettive necessità territoriali.

In merito alla questione si è pronunciato il presidente della regione Sergio Chiamparino, avviando trattative con lo Stato finalizzate all’ottenimento di un maggior margine di autonomia amministrativa su tematiche legate, più che al gettito fiscale (bandiera dei colleghi Maroni e Zaia), alle problematiche della regione.

Il documento presentato e trattato con il viceministro agli affari regionali Giancarlo Bressa si inserisce nel solco già tracciato dalla regione Emilia Romagna: non si tratta di dar sfogo a nevrotiche spinte secessioniste, bensì di affidare competenze, al momento di attribuzione statale, al governo regionale, constatata l’impossibilità di uno stato centrale di far fronte ai bisogni più immediati dei territori.

Bisogni riconducibili alla diversa (e variegatissima) conformazione geografica del Piemonte rispetto ad altre realtà italiane. La differenziazione delle politiche per il territorio è necessaria per una regione che spazia dagli ambienti collinari langhigiani e monferrini ai mondi d’alta quota delle vallate alpine, passando per la pianura vercellese e gli spazi lacustri del Verbano e del Novarese.

Differenziazione amministrativa che investirebbe l’ambito delle politiche agricole: non è concepibile, ad esempio, un piano olivicolo nazionale che incentivi la produzione della stessa coltura da Biella a Lecce, come previsto dall’articolo 4 del DL 51/2015 . E così produttori vinicoli piemontesi, in nome del sussidio statale, hanno convertito terreni adatti alla coltivazione di vigneti a quella di uliveti, con esiti parodistici e ottenendo prodotti qualitativamente non paragonabili ai rispettivi delle regioni meridionali.

Differenziazione necessaria per un rapido riassetto territoriale delle aree a rischio idrogeologico: dagli alvei fluviali del Piemonte meridionale, più volte dimostratisi inefficaci nel contenimento di esondazioni, alle pareti alpine ad elevato rischio di frana. Questioni che poco o nulla hanno a che fare con le problematiche sismiche del centro Italia o di siccità della Sardegna, e che proprio per questo motivo necessitano di politiche ben definite.

Muovendoci ancora all’interno del capitolo territorio, non si può non ricordare che nel solco di una sempre crescente cooperazione europea le scelte politiche del governo regionale siano molto più conciliabili e concertabili con quelle delle amministrazioni delle regioni alpine transfrontaliere, nella prospettiva di una entità macroregionale alpina, che non con quelle di alcune regioni connazionali.

Autonomia che influenzerebbe la crescita dei poli universitari e di formazione professionale, il recupero del patrimonio edilizio, la titolarità le gestione dei beni culturali territoriali.

Portato in sicurezza il bilancio regionale, e avendo adesso l’opportunità di spendere circa quattro miliardi (tra investimenti e risorse regionali), le richieste autonomistiche si orienterebbero nella direzione di un federalismo sicuro e pienamente inserito nell’ottica di sussidiarietà nazionale.

A quasi settantadue anni dalla nascita della Repubblica, e a ventisei dalla ratifica dello statuto speciale per l’Alto Adige, l’ipotesi di un’Italia a due velocità non è più sostenibile. A cinque delle regioni, i cui processi amministrativi risultano snelli e più efficienti (anche se solamente tre di queste hanno saputo volgere in loro favore tali condizioni privilegiate) da un modello istituzionale tratteggiato su fondamenta federali, sono contrapposte le altre quindici pesantemente ancorate ai governi centrali. Preso atto dell’impossibilità (e l’insensatezza) di uniformare gli statuti speciali a quelli ordinari, è ora che si compia il processo contrario.

Soltanto un’ombra può turbare i sogni dei piemontesi: il prossimo anno si svolgeranno le elezioni regionali. Un eventuale successore di Chiamparino si dimostrerà in grado di raccoglierne l’eredità? La storia d’Italia è tristemente piena di casi di pessima gestione delle libertà acquisite: la responsabilità nei confronti delle finanze pubbliche della regione aumenteranno proporzionalmente agli spazi di libertà amministrativa. E, purtroppo, ad oggi poche sono le figure politiche in grado di scegliere la via giusta rispetto a quella facile.

Riportiamo in allegato PDF il documento regionale concernente l'autonomia del Piemonte.

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